Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XX

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XX. Della confessione della propria infermità, e delle miserie di questa vita.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XX. Della confessione della propria infermità, e delle miserie di questa vita.
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CAPO XX.


Della confessione della propria infermità, e delle miserie

di questa vita.


1. Io confesserò in faccia mia la mia iniquità: a te, o Signore, confesserò la mia debolezza. Spesse volte un nonnulla è ciò, che mi abbatte, e contrista. Io propongo di voler operare da forte: ma come mi sopraggiunga una picciola tentazione, così mi sento venire in grande stretta. Alle volte è una ciancia, onde una grave tentazione mi viene: e quando alcun poco (per non sentirne) io mi tengo sicuro, trovomi talora esser quasi del tutto vinto da un lieve soffio.

2. Or vedi dunque, o Signore, la viltà e fragilità mia, la quale tu ottimamente conosci. Abbi misericordia di me, e mi cava del fango anzi ch’io dentro mi vi sprofondi; nè mi rimanga da ogni parte abbattuto. Quest’è, che assai spesso mi cruccia, e mi fa vergognare davanti a te, [p. 164 modifica]ch’io sono tanto cadevole, e così infermo a contrastare alle mie passioni. E quantunque io non mi lasci ire all’intero consentimento, egli m’è però grave e nojoso l’esserne così infestato; e fortemente mi duole di dover ogni dì a questo modo vivere in guerra. Quindi io riconosco la mia infermità: essendo che più agevolmente mi si mettono le sempre abbominevoli immaginazioni, di quello che elle ne vadano.

3. Deh! risguarda, o Dio fortissimo d’Israele, relatore dell’anime fedeli, alla tribolazione, e al dolore del servo tuo, e gli stia sempre allato in ogni cosa che imprenda a fare. Tu mi corrobora di celeste fortezza; acciocchè l’uomo vecchio, la miserabile carne non ancora perfettamente soggettata allo spirito non prevalga a signoreggiarlo: contro alla quale mi sarà di bisogno combattere, finch’io respiri in questa infelicissima vita. Ahi! che vita è questa, dove tribolazioni non mancano mai, nè miserie, dove di lacciuoli e di nemici è pieno ogni cosa! Imperciocchè come una tentazione, o tribolazione abbia dato luogo, così tosto [p. 165 modifica]un’altra ne sopravviene; ma e mentre pur dura la prima zuffa, ne sopravvengono parecchie altre, e non aspettate.

4. Or comeFonte/commento: 1805b si può amar questa vita, che ha tante amarezze, e a tante calamità soggiace, e a tante miserie? come anzi può dirsi vita, che tante morti genera, e tante pesti? E tuttavia ella si ama, e molti procacciano d’aver in essa diletto. Si morde il mondo frequentemente, chi egli è vano e fallace, nè però facilmente non s’abbandona; perocchè gli appetiti della carne hanno troppo gran signoria. Ma altro è ciò che ad amarlo ci tira, altro che a dispregiarlo. all’amore del mondo ne trae la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, e la superbia della vita: ma d’altra parte le pene, e le calamità che debitamente ne conseguitano, ci generano odio e noja del mondo.

5. Ma (ahi duolo!) la rea dilettazione vince il cuore ch’è schiavo del mondo; il quale tien per delizie il vivere sotto le spine; perchè la divina soavità, e la interna dolcezza della virtù nè seppe, nè gustò mai. A coloro poi che il mondo [p. 166 modifica]disprezzano, perfettamente, e che in santa disciplina si studiano di vivere a Dio, a questi tali non è già nuova la divina dolcezza, la quale è promessa a veri rinunziatori; e quanto gravemente erri il mondo, e sia variamente ingannato, veggono più chiaramente.