Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XXXVI

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XXXVI. Contra i vani giudizi degli uomini.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XXXVI. Contra i vani giudizi degli uomini.
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CAPO XXXVI.


Contra i vani giudizi degli uomini.


1. Figliuolo, abbandonati con fermo animo nel Signore, nè aver paura di umano giudizio, quando dalla tua coscienza hai testimonio d’esser giusto, e innocente. Egli è buona cosa e beata patir così; anzi ciò all’umile di cuore non sarà grave a portare, e a chi più in Dio, che in se stesso si fida. Ciascuno vuol dir la sua, ed è pertanto da prestar loro piccola fede. ma e contentar tutti è impossibile. Avvegnachè Paolo siasi studiato di conpiacere a tutti nel Signore, e tutto fattosi a tutti, nondimeno contò per nulla d’essere per umano giudizio dannato.

2. Egli tutto ciò che era in sè, e poteva, adoperò per l’altrui edificazione e salute; ma non potè pertanto impedire, ch’egli non fosse alcuna volta da altrui giudicato, e sprezzato. Perciò in Dio rimise ogni cosa, che le sapea tutte; e così con pazienza, e con umiltà si difese contra le [p. 206 modifica]bocche di coloro, che di lui sparlavano, o che vane e false cose pensavano, e tutto ciò seminavano che loro veniva a grado. Egli rispose però alcuna fiata, acciocchè dal tacer suo alcuno scandalo a’ deboli non ne seguisse.

3. Or chi se’ tu, che temi d’uomo mortale? oggi è, e domani più non si vede. Temi Iddio, e non paventerai gli spauracchi degli uomini. Or che può farti alcuno con parole o con villanie? egli a se stesso più presto nuoce che a te; nè potrà già campare dal giudizio di Dio, qualunque siasi cotale. Abbiti tu Dio davanti agli occhi, e non voler garrire con lamentose parole. Che se adesso ti pare aver avuto la gambata, e sostener confusione che tu non meritasti, non te ne sdegnare perciò, nè voler scemare per impazienza la tua corona; anzi a me in cielo riguarda piuttosto: che io posso ristorare altrui d’ogni vergogna ed ingiuria, e rimeritar ciascheduno secondo l’opere sue.