Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro IV/CAPO IV

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IV. Che molti beni sono dati a coloro, che si comunicano divotamente.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
IV. Che molti beni sono dati a coloro, che si comunicano divotamente.
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CAPO IV.


Che molti beni sono dati a coloro,

che si comunicano divotamente.


PAROLE DEL DISCEPOLO.


1. Signore Dio mio, previeni con l’abbondanza della tua dolcezza il tuo servo, e fammi degno ch’io con debita divozione m’accosti al tuo altissimo Sacramento. Sollecita il mio cuore a te, e del mio grave torpore mi scuoti. mi visita con la tua grazia, sicchè io assapori in ispirito la tua dolcezza; la quale, siccome in pieno fonte, sta in questo Sacramento raccolta. Porgi anche lume a’ miei occhi, da poter mirar fiso in così grande mistero, e a crederlo con indubitata fede mi riconforta. Conciossiachè ella è questa operazion tua, non d’umana virtù; tua sacra ordinazione, non ritrovamento d’uomo veruno; essendochè non ci ha persona al mondo che da sè basti a capire ed intendere sì fatte cose, che la sottigliezza persino trapassano [p. 296 modifica]dell’angelica mente. Or che potrò dunque io indegno peccatore, terra e cenere, di così alto mistero ricercare, e comprendere?

2. Signore, nella semplicità del mio cuore, in buona e ferma credenza, e sopra il tuo comandamento, io avvicinomi a te con isperanza, e riverenza; e sì credo con verità, che qui nel Sacramento sei tu, Dio ed Uomo presente. Poichè dunque tu vuoi ch’io ti prenda, e in carità a te m’unisca, pertanto io imploro la tua clemenza, e per questo ti prego di spezial grazia, che in te tutto mi strugga, e in amore mi stemperi, nè di nessuna consolazione più avanti mi dia pensiero. Conciossiachè quest’altissimo, e degnissimo Sacramento è salute del corpo, e dell’anima; medicina ad ogni spirituale infermità, per cui i miei vizi mi sono curati, le passioni frenate, le tentazioni soggiogate, o diminuite; grazia maggiore m’è infusa, la virtù nascente rinforzasi, si rassoda la fede, la speranza ringagliardisce, la carità divampa, e distendesi.

3. Imperciocchè nella comunione tu fosti largo di molti beni, e spesso tutt’ora sei a’ tuoi cari, che si [p. 297 modifica]comunicano divotamente, o mio Dio, ricoveratore dell’anima mia, ristoratore dell’umana fiacchezza, e donator d’ogni interna consolazione. Poichè di copioso conforto tu gli fornisci contra le diverse tribolazioni, e dal fondo del proprio loro avvilimento, alla speranza tu gli sollevi della tua protezione; e talmente di nuova grazia di dentro gli riconforti, ed illumini, che eglino, i quali avanti alla comunione si sentivano in ansietà, e senza alcuno pietoso affetto; rifocillati di poi pel cibo, e per la bevanda celeste, si sentono in meglio cangiati. la qual cosa, cortesemente a tuoi amici tu fai, acciocchè eglino conoscano in verità, e prendano chiara sperienza, com’essi in se medesimi sieno infermi, e quanto di grazia e virtù discenda in loro da te. che conciossiachè essi fossero da sè freddi, duri, e indivoti, ebbero da te grazia di fervore, d’alacrità, e di divozione. Imperocchè chi è colui, che umilmente appressandosi al fonte della soavità, alcun poco di dolce non ne riporti? o chi è, che standosi ad un gran fuoco, alcun piccolo calore non ne riceva? Or tu sei fonte pieno mai [p. 298 modifica]sempre, e riboccante, fuoco che arde continuo, nè mai vien meno.

4. Il perchè, se non m’è conceduto d’attignere al pieno fonte, e berne a sazietà, io metterò nondimeno la bocca mia alla vena del liquore celeste, sì ch’io ne prenda qualche gocciola almeno, a refrigerar la mia sete, acciocch’io non inaridisca del tutto. E quantunque io non sia ancora tutto celeste, nè come un Cherubino, od un Serafino possa divenir tutto di fuoco; mi sforzerò nondimeno di dare studiosa opera alla divozione, e così apparecchiare il mio cuore, che dall’umile partecipazione del vivifico Sacramento qualche piccola fiamma io comprenda di quell’incendio divino. Tutto quel poi che mi manca, Gesù buono, santissimo Salvatore, tu l’adempi per me cortesemente e graziosamente, il quale degnasti invitar tutti a te, dicendo: Venite a me tutti voi, che siete faticati e gravati, ed io vi allevierò.

5. Or io m’affatico nel sudore della mia fronte, sono stretto in angustie di cuore, da peccati aggravato, travagliato da tentazioni, in molte ree passioni inviluppato, ed oppresso; [p. 299 modifica]nè c’è chi m’ajuti, non è chi men liberi, e salvo men tragga, se non tu, Signore Iddio, Salvator mio; al quale e me, ed ogni mia cosa commetto, acciocchè tu mi guardi, e conducami a vita eterna. Ricevimi a laude e gloria del nome tuo, il quale il tuo corpo m’hai preparato in cibo, e ’l tuo sangue in bevanda. Deh! fa, Signore Iddio, mia salute, che con l’usare sovente del tuo Sacramento, cresca vieppiù l’affetto della mia divozione.