Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro IV/CAPO XVI

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XVI. Che noi dobbiamo manifestare a Cristo i nostri bisogni, e pregarlo della sua grazia.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XVI. Che noi dobbiamo manifestare a Cristo i nostri bisogni, e pregarlo della sua grazia.
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CAPO XVI.


Che noi dobbiamo manifestare a Cristo i nostri bisogni,

e pregarlo della sua grazia.


PAROLE DEL DISCEPOLO.


1. O dolcissimo ed amantissimo Signor mio, il quale io desidero di ricevere adesso divotamente, tu conosci la mia fiacchezza, e la necessità che mi stringe; in quanto gravi mali e peccati io mi giaccia, come io sia assai volte gravato, tentato, smarrito, e bruttato. Io vengo a te per rimedio; io ti prego d’alcun conforto e ristoro. Io parlo a tale che sa il tutto, al quale è aperto ogni secreto del mio cuore, e che solo può darmi compiuta consolazione, ed ajuto. Tu ben sai di quai beni io spezialmente abbisogni, e quanto io sia povero d’ogni virtù.

2. Ecco, io ti sto davanti povero e [p. 335 modifica]nudo a domandar grazia, ed implorare pietà. Ristora questo tuo affamato mendico, accendi del fuoco del tuo amore la mia freddezza, e della luce della presenza tua rallumina la mia cecità. Volgimi in amarezza ogni terreno piacere; dammi che ogni gravezza ed avversità io porti in pazienza, e tutte le basse create cose dimentichi, ed abbia a vile. Solleva a te in cielo il mio cuore, e non lasciarmi andar vagando qui sulla terra. Tu solo d’ora innanzi mi sappi dolce infino ch’io viva; poichè tu solo la mia bevanda e ’l mio cibo, tu sei il mio amore e ’l mio gaudio, tu la mia dolcezza e tutto il mio bene.

3. Deh! fosse pure, che della tua presenza tu m’accendessi, consumassi, e trasmutassimi in te, in modo ch’io divenissi con te un solo spirito per grazia d’interna unione, e per istemperamento d’acceso amore. Non permettere che assettato e digiuno io parta da te; anzi adopera pietosamente con me, come soventi volte maravigliosamente co’ Santi tuoi fosti usato di fare. Che gran fatto sarebbe egli, ch’io divampassi tutto di te, e in me medesimo mi struggessi? [p. 336 modifica]essendo tu fuoco che arde continuo, nè mai vien manco; amore che i cuori affina, e illumina l’intelletto.