Della moneta (1788)/Capitolo IV

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Capitolo IV - Inconvenienti dei valori numerarj delle Monete

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Capitolo IV - Inconvenienti dei valori numerarj delle Monete
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CAP. IV.

Inconvenienti dei valori numerarj delle Monete.


TAnti sono questi inconvenienti, che io ardirei quasi asserire non esservi disordine alcuno [p. 20 modifica]in fatto di monete, che dai valori numerarj non abbia l’origine. Supponendo i valori numerarj proporzionati sempre ai reali valori reciproci delle monete (nel qual caso sembra ch’esser debbano minori gl’inconvenienti) è però facile osservare dalla storia di tutte le Nazioni, che i valori numerarj tendono sempre all’accrescimento, e si aumentano in fatti vieppiù sempre ovunque non trovasi abbondanza di lire effettive in circolazione. Non sarà difficile conghietturare la cagione di questo accrescimento. Avviene facilissimamente, che alcuna specie di moneta, per qualunque passaggera cagione, è dai negozianti desiderata e ricercata particolarmente. Questa ricerca dà subito un agio a quella moneta, onde se correva 30. lire, si trova a cambiarla a 30. ed un quarto. Avvezzo una volta il popolo a valutare 30. lire e cinque soldi quella moneta, troppo mal volontieri s’adatta a darla per 30. lire, onde restituitosi poscia l’equilibrio antico fra le specie, essendo cessata la passaggera cagione dall’alterazione, s’innalza per tacito consenso de’ negozianti in proporzione il valore numerario di tutte le altre monete. Un simile effetto deve produrre la corrosione delle monete d’argento, per cui avendo esse perduta una quantità del loro peso, non si diminuisce perciò il loro valore numerario, ma si [p. 21 modifica]accresce piuttosto in proporzione il numerario delle altre, finchè sia restituita la proporzione. Altre cagioni si potrebbero addurre, che si svilpperanno in appresso, e su cui non è d’uopo qui arrestarsi, essendo il fatto dalla comune sperienza avverato, che le monete, dove è libero il loro corso, crescono vieppiù sempre di valor numerario. Un’assai trista conseguenza di questo successivo accrescimento dei valori numerarj si è la disuguaglianza del dato e del ricevuto nei contratti del commercio interno. Dopo che si è introdotto il costume di contrattare in lire, e che le lire non ci sono, chi ha imprestato dieci anni fa mille lire, o ha venduto merci a credito per simil somma, riceve presentemente il saldo di mille lire con minor copia di metallo monetato, di quella che aveva sborsato, o che corrispondeva alle sue merci, e così si dica degl’interessi, delle locazioni, delle enfiteusi ec. Oltreciò gli artefici, gli operaj, gli agricoltori stipendiati giornalmente in lire o soldi, perdono successivamente una porzione del loro vero stipendio, a misura che si accresce il numerario delle monete, talchè lo stipendio di quest’anno, supposto di numerario eguale allo stipendio di dieci anni fa, non rappresenta una egual quantità di moneta, e per conseguenza di generi necessarj al sostentamento [p. 22 modifica]dell’operajo, a quella che rappresentava dieci anni fa. Potrebbero è vero gli operaj pretendere vieppiù maggiore stipendio a misura che cresce il numerario delle monete, ma si avverta che gli aumenti del numerario delle monete si fanno poco per volta, e lentamente. Uno Zecchino non passa d’un tratto da 15. lire alle 16., ma a 15. lire ed un ottavo di lira. Questo accrescimento compartito sulle picciole somme de’ giornalieri stipendj, per esempio d’una lira al giorno, non è che di due denari, e non essendovi in que’ Paesi ove lo Zecchino vale 15. lire alcuna moneta effettiva minore di tre denari, non possono gli operaj pretendere l’accrescimento proporzionato delle loro opere. A ciò si aggiunga, che il minuto popolo prende quasi sempre la legge dai Proprietarj per cui lavora, e ch’egli non è capace di calcolare queste piccole differenze. Quindi avviene, che si trovano ancora certi stipendj giornalieri sui medesimo piede in cui erano, quando i numerarj valori delle monete erano di gran lunga minori che adesso. Nasce quindi un’assai maggiore disuguaglianza nelle fortune crescendo la povertà, anzi la miseria del minuto popolo funesta sempre alla Nazione; quindi si moltiplicano i mendici, si scema la popolazione, si aggiungono gl’incentivi ai delitti ed all’ozio, [p. 23 modifica]giacchè per una sordida economía vengono dai ricchi proprietarj tiranneggiati al più potere gli uomini operosi, e per una ostentazione di generosità, o di lusso, o di mal intesa pietà, alimentati i neghittosi, ed i mendici. Frattanto alcuni uomini industriosi, che ad onta del cattivo costume vogliono pur vivere colle loro fatiche, trovandosi diminuiti i prezzi della loro opera si rifanno col risparmio nella materia prima, adoperandola peggiore o sia di prezzo più vile, e col risparmio della diligenza per far più lavoro nel medesimo tempo. Quindi avviene un grave pregiudizio alle manifatture nazionali, le quali a cagione del loro discredito perdono lo spaccio che avevano fuori paese, a grande discapito del commercio. Dirà taluno che il solo accrescimento della quantità d’oro e d’argento circolante prodotto dalle continue escavazioni delle miniere atto è a cagionare la disuguaglianza del dato e ricevuto ne’ contratti del commercio interno, e la diminuzione de’ giornalieri stipendj, ancorchè fossero determinati in monete effettive e non in valori numerarj, attesochè la moneta fatta più abbondante rappresenta una minor quantità di generi, che quando era più scarsa. Io non ho altro a replicare, se non che gli accrescimenti successivi dei valori numerarj ingrandiscono il [p. 24 modifica]danno dell’accresciuta copia del denaro circolante1.

Le leggi hanno tentato d’impedire questi disordini prescrivendo un numerario costante ed inalterabile a tutte le monete. Ma per impedire la naturale tendenza che hanno all’accrescimento i valori numerarj, ci vuole una severissima vigilanza perchè siano rigorosamente osservate le tariffe, onde nascono nuove specie di delitti puniti con gravi pene e prodotti dalla sola legge, inconveniente contro cui declamano oggimai tutti gli Scrittori politici, e i buoni partigiani dell’umanità. Malgrado tutte le diligenze delle leggi, molte volte l’urto fisico della natura le ha rovesciate, ed hanno ottenuto le monete un valore numerario abusivo maggiore di quel di tariffa. Di più i numerarj di tariffa rare volte sono corrispondenti ai valori reali, e quando lo siano, l’incostanza di [p. 25 modifica]questi porta subito necessariamente lo sbilancio nella tariffa: quindi i monopolj dei negozianti: quindi una perpetua fluttuazione di certe specie di monete, che in grande copia or entrano, ora escono dallo Stato: quindi una maggiore incostanza nei valori delle paste metalliche: quindi una perpetua incertezza e diffidenza nei Cittadini e nei piccoli negozianti nell’accettare ed apprezzare le diverse specie di monete. Per ovviare a questi disordini si sono proibite tutte, od alcune delle monete forestiere: quindi nuovi delitti fabbricati dalla legge: quindi gravissimi imbarazzi nel commercio dei confini atti a disavviare dei rami importantissimi di commercio esterno. Ecco un abbozzo dei danni cagionati dai valori numerarj, e dagli sforzi fatti dalle leggi per sostenerli. Restanvi molte osservazioni importanti a farsi sopra questa materia ch’avranno più acconcio luogo in appresso. Passerò intanto ad esaminare se i vantaggi sperati dalle leggi monetarie possano compensare i danni delle medesime e dei valori numerarj delle monete.

Note

  1. Pensa il chiarissimo Autore delle Monete, e della Istituzione delle Zecche d’Italia, che l’accrescimento della quantità metallica cagionato dalla scoperta dell’America non sia giunto in Italia, e nemmeno in Francia, anzi vi siano scemati i metalli, e che per conseguenza i generi rappresentino presentemente una minor quantità di metallo in queste Nazioni, che non rappresentavano nel Secolo XV. Adduce l’Autore delle bellissime ragioni per appoggiare questo suo pensiero. Ma siccome non iscrivo io per alcuna Nazione in particolare, ma per tutte, sarebbe cosa straniera al mio argomento, se volessi qui esaminare questa non men curiosa che interessante controversia.