Della moneta (1788)/Capitolo V

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo V - Non sono d’alcun vantaggio alla Nazione le leggi che fissano il valore numerario delle monete

../Capitolo IV ../Capitolo VI IncludiIntestazione 14 gennaio 2016 100% Da definire

Capitolo V - Non sono d’alcun vantaggio alla Nazione le leggi che fissano il valore numerario delle monete
Capitolo IV Capitolo VI
[p. 26 modifica]

CAP. V.

Non sono d’alcun vantaggio alla Nazione le leggi, che fissano il valore numerario delle Monete.


I Negozianti interessati più d’ogn’altro a prendere e spendere le monete secondo il loro giusto valore, non fanno mai, principalmente nel commercio esterno, caso alcuno del loro valore numerario, ma contrattano le somme grosse in monete effettive, e non in doppie, scudi, o lire ideali; e nel regolare i loro cambj non danno forse mai alle monete un valore numerario che corrisponda al numerario di tariffa o all’abusivo, ma tale che corrisponda ai veri valori reciproci delle monete. Basterebbe forse ciò solo per mostrare l’inutilità di tutte le tariffe relativamente al bene della Nazione. Ma per dimostrare la cosa con maggiore evidenza, esaminiamo il vantaggio principale, ch’hanno di mira i Principi nel fissare i valori numerarj delle monete. Egli è di rendere avvertiti i sudditi sul giusto valore delle medesime, per tema che non vengano danneggiati dagli stranieri, prendendo da essi monete a più di quello che [p. 27 modifica]vagliono. Ma questa sembra una cura inutilissima, fondata sopra un vano timore. Le monete straniere non si vogliono prendere da alcuno, prima che sappiasi correntemente nella Piazza il loro valore giusto, relativamente alle altre monete conosciute. Gli orefici le saggiano, i negozianti le accettano con piena cognizione di causa, e allora cominciano ad avere un corso nella piazza, sul principio minore del giusto, quindi eguale; e questo corso è soggetto naturalmente alla variabilità ed incostanza, cui soggiacciono i valori delle monete tutte e di tutti i generi, come ho detto di sopra. Non ho avuto in considerazione i piccioli danni d’alcuni privati, che prima ch’una moneta abbia acquistato dalla pubblica estimazione un determinato valore, possono soggiacere ed essere talvolta pregiudicati nell’uso della medesima. Quelle minute considerazioni non possono mai entrare nei piani di pubblica Economia.

Fingiamo ora che per garantire i Sudditi da ogni pregiudizio, voglia dare il Principe alle monete proprie ed alle straniere un valore numerario corrispondente al reale. Ciò far non potrà se non dopo avere calcolato diligentemente, non solo i reciproci valori dei metalli, tanto semplici quanto composti, mai quei valori ancora, che certe [p. 28 modifica]monete possono acquistare o perdere, a cagione del credito o discredito del loro impronto. È opinione di molti, che lo Zecchino Veneziano non abbia, in ragion di metallo, alcun pregio sopra il Fiorentino: ciò non ostante è valutato in tutte le piazze qualche cosa di più. Si attribuisce questo vantaggio alla opinione dei Popoli orientali, i quali abbagliati dal colore, preferiscono lo Zecchino Veneziano ad ogni altra moneta1. Basta questa [p. 29 modifica]opinione in un popolo, che attrae la maggior copia dell’oro Europeo, per dare allo Zecchino Veneto un reale valore oltre a quello del Fiorentino, in quella guisa che è maggiore il valore d’una stoffa di moda a quel d’un’antica, quantunque la prima contenga meno materia e meno fattura. Ora questi calcoli intorno ai reciproci reali valori delle monete, sono impossibili a farsi esattamente dal Principe, perchè ne sono troppo incerti i dati ed equivoci; ma si fanno quasi all’insaputa dalla piazza di commercio, ove si accresce o scema per unanime tacito consenso dei negozianti il valore d’ogni genere e d’ogni moneta, a proporzione della maggiore o minore ricerca. Ma dato ancora che potesse riescire al Principe un calcolo esatto dei reali valori di tutte le monete, l’incostanza necessaria di questi valori forzerebbe il Principe a mutar di sovente la sua tariffa, il che renderebbe troppo incostanti i valori numerarj delle monete.


Note

  1. Le qualità dello Zecchino Veneziano sono ancora a’ dì nostri un mistero. Alcuni hanno creduto che fosse superiore al Fiorentino, e per conseguenza ad ogn’altra moneta d’oro, per essere perfettamente raffinato ossia di caratti 24. Sono assai varj in questo genere i saggi fatti da varie Zecche, e in diversi tempi. Talvolta, anzi più comunemente, si è trovato il Fiorentino d’egual titolo al Veneziano, ma talvolta ancora, non ostanti le più scrupolose diligenze, si è trovato inferiore (vedi il processo verbale dei Saggi fatti in Torino appiè delle Osservazioni sul prezzo legale delle Monete del dottissimo Presidente Neri, nella Collezion d’Argelati Tom. 5.) Pensano alcuni, che non sia più raffinato lo Zecchino Veneziano del Fiorentino, e le diligenze usate dal Conte Carli in Firenze lo provano abbastanza (vedi l’eruditissima di lui Opera delle Monete, e dell’Istituzione delle Zecche d’Italia) ma credesi che, a cagione d’un secreto usato nel raffinarli, acquistino i Zecchini Veneziani una maggiore duttilità che i Fiorentini, ed un colore più bello. Se così fosse la maggiore duttilità rendendo il Veneziano di miglior uso per molte arti, gli darebbe un vero accrescimento di valore, fondato non sulla sola opinione, ma sopra un comodo fisico. Ma io vorrei che ciò si accertasse un poco di più. Quante volte una cosa detta da uno vien ridetta per tradizione da molti, che non hanno giammai verificati gli sperimenti anteriori? Come sono stati disingannati i Zecchieri di Venezia, che pretendevano men puro lo Zecchino Fiorentino del Veneziano, quando fu mandato a saggiarsi colà l’uno e l’altro sformato a non potersi più riconoscere, così vorrei, che si dessero ai filatori, e battitori d’oro due paste, una di Zecchino Fiorentino, l’altra di Veneziano, e con replicati sperimenti si assicurasse qual sia l’oro più duttile. Quel che abbiamo di certo in questa materia si è, che l’arte dei saggiatori non è ancora ridotta a quella perfezione, che si vorrebbe per togliere i minimi scrupoli.