Della ragione di stato (Settala)/Libro I/Cap. I.

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Cap. I.

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Capitolo I

Che cosa significa questo nome: ragion di stato.

In tutte le scienze attive, e fattive, e nelle facoltá e arti, si danno due abiti: l’uno de’ quali insegna a conoscere i mezzi e i modi per conseguir il fine; e l’altro, conforme agli insegnanienti di quel primo, si vale di quelli. Il retorico insegna i modi e i mezzi di ben persuadere, l’oratore gli pone in opera; secondo gli ammaestramenti della poetica ordina il poeta i suoi componimenti; il politico insegna il modo di ben disponere il principato o republica, e i mezzi di ben conservarla tanto con le leggi quanto con la prudenza consultativa: il dominante gli mette in uso e pratica. Questi due abiti per povertá delle lingue bene spesso sotto un sol nome si comprendono, se bene sono tra sé distinti; e l’operativo, come piú nobile e fino dell’altro, in sé comprende il primo. Ma chi ha il primo non sempre ha il secondo: e molti ne’ precetti della retorica sono molto bene ammaestrati, che mai potero arrivare all’esser buoni oratori; e alcuni ho conosciuto io essere stati patroni de’ precetti poetici, che mai seppero fare un buon componimento poetico, né formar verso. Cosí penso che possiamo veramente dire, la ragion di stato esser di due sorti; l’una, che insegna i mezzi atti a conservare la forma della republica, e l’altra, che gli mette in opera; ma conosciuta l’ultima, non è difficile conoscere e intendere l’altra. La ragion di stato della prima sorte corrispondente all’arte retorica, o facoltá di conoscer i mezzi ed i modi atti ad introdurre o conservare qualsivoglia forma di republica: e la seconda, che corrisponde all’arte oratoria, sará un abito e facoltá di metter in opera sí fatti mezzi e modi. La prima, che è la scienza o arte che ci insegna i precetti di conservar il dominante e ii dominio nello stato che si ha eletto, che scienza diremo che sia? Sará forsi la politica, o una scienza [p. 53 modifica] a quella subalternata, come la musica all’aritmetica e l’ottica alla geometria, o pure sará in tutto dalla politica diversa? Chi considera il fine della ragion di stato e i precetti che insegnaremo, facilmente conoscerá appartenere sí quest’arte alla scienza politica, ma però solo come parte sotto quella contenersi. Conciosia che la politica principalmente mira al ben publico, e la ragion di stato piú al bene di coloro, che sono capi della republica; quella sempre si mostra con faccia onesta e pia, quest’altra con apparenza bene spesso malvagia ed empia; quella contiene tutte le cose, che appartengono a tutto il corpo della republica, questa si restringe a certi pochi casi particolari. E se bene la politica mai non leva l’occhio dall’onestá; e giá delle ragion di stato abbiamo detto non poche esser male, come sono quelle, che aggiustano e indrizzano il tiranno, o il dominio de’ pochi, a conservar sé, e lo stato nel quale sono, nella forma elettasi; che potrebbe ritirarci dal creder, che tutta la ragion di stato si contenesse nella politica: non conchiude però altro, se non che vera parte della politica è la retta ragion di stato, e la principale; ma che la rea ancora non debba essere trattata dalla medesima scienza, non conchiude. Il fine del medico è la sanitá, e saper i mali che quella distruggono, per potergli cacciare e di nuovo introdur la sanitá. Tratta il medico de’ veleni, non per insegnargli, ma per mostrar i rimedi da vincerli, e superati gli accidenti introdur la sanitá. Cosí il politico tratta della ragion di stato rea, e dei mezzi con li quali il tiranno conserva sé e la forma di quella republica iniqua: non perché l’abbracciamo, ma perché o le schifiamo a fatto, o perché le moderiamo, o perché conosciuti i principi da’ quali sono indirizzate le azioni di alcuno, che a tal fine camminasse, possiamo impedirgli l’ottener l’intento; o finalmente acciò conosciute certe azioni, che hanno maschera di buone, come occorrere mostreremo nella seconda specie di tirannide, non abbiamo da restar ingannati. E questo appunto volle accennarci Aristotele quando, avendo trattato del regno, degli ottimati e di altre specie di governo, scrisse che con ragione si aveva riservato all’ultimo trattare della tirannide, per non esser questa republica, essendo [p. 54 modifica] che la materia, che si aveva preso per le mani, era la republica: non giá, che la tirannide non sia annoverata fra le republiche, se ben male, ma non avere il vero fine della republica, l’onesto e l’utile de’ popoli. È però vero che, venendo alla ragion di stato de’ tiranni nel quinto della Politica, fu piú lungo e trattò piú diffusamente de’ mezzi, con che si confermano e stabiliscono nel suo dominio i tiranni di tutte due le specie, che non fece in qualsivoglia dell’altre specie di republiche, cosí buone come cattive; e con ragione: perché a stabilire le cose male, e che alla natura umana ripugnano e all’onesto, vi era bisogno di grande industria e avvedutezza, e di molti mezzi.