Della ragione di stato (Settala)/Libro I/Cap. VI.

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Cap. VI.

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Capitolo VI

Si esamina e rifiuta detta opinione.

Ma se vorremo alla bilancia della veritá ben bene esaminare la predetta diffínizione e le cose dette nell’esposizione delle parti, troveremo aver ancor ella le sue difficoltá. E prima, la diffinizione delle cose deve esser tale, che comprenda tutte le cose sotto quel genere diffinito comprese; la ragion di stato è cosa commune a tutti li governi e a tutte le specie di [p. 61 modifica] publiche: anzi è pur troppo vero, che questo nome nuovo è stato ritrovato dagli adulatori de’ prencipi, li quali per il piú non avendo lo scopo vero del prencipe, cioè l’onesto e il bene de’ sudditi, ma il proprio interesse e utile, facendo molte cose dannose a’ popoli, e men che oneste per propria utilitá: per coprire le malvagie operazioni, hanno ritrovato per iscusa nome cosí onesto. E benché nelle republiche rette vi sia la sua ragion di stato buona, la quale è veramente quella buona consultazione del prencipe o dominanti buoni per conservar sé e la forma presente della republica: perché però questa s’accorda quasi con la prudenza politica, servando per lo piú le leggi scritte indrizzate al ben del popolo, non si serve molto di questa ragion di stato, governandosi con tal prudenza, e avendo tanto a cuore il ben de’ sudditi, che non fa bisogno molto della ragion di stato; conservandosi la forma della republica, e per la sua bontá, e per l’amore de’ sudditi. E questa penso io che fosse la causa, perché Aristotele nel quarto, quinto e sesto della Politica fosse cosí scarso in descrivere la ragion di de’ hbuoni re e cosí copioso nella ragion di stato de’ tiranni e altre republiche ree; oltre le altre cause, che si diranno a suo luogo. Ma le altre republiche ree, essendo violente e indrizzando le sue azioni al proprio interesse, né riguardando il bene de’ popoli, essendo da tutte le bande soggette a’ pericoli e mutazioni, hanno bisogno di maggiori puntelli per sostenersi, e di piú mezzi per conservarsi, e di maggiori stratagemme e astuzie per difendersi; ed essendo queste cose verissime, come ancora essendo rarissime le buone, non puoche le difettose e manchevoli, e moltissime le male e corrotte: la ragion di stato piú in queste due esercitandosi, né comprendendosi queste nel genere della diffinizione descritta, non veggo come si possa per buona diffinizione ricevere. Ma che la ragion di stato delle manchevoli o cattive non possa comprendersi sotto il detto genere è manifesto, perché la buona consultazione è parte della prudenza, né questa può aver luogo nelle male azioni, che tuttavia si esercitano in quelle republiche, o difettose o ree. Quanto poi alle due particelle poste come differenze [p. 62 modifica] restringenti il genere: la prima, intorno ai maggiori beni del governo, mi pare troppo universale; essendo molti i beni grandi e maggiori del governo, circa li quali non vi occorre la ragion di stato, tali essendo le leggi scritte, che con quella non hanno che fare. Né vale lo spiegare che, per maggiori, si debbano intendere tra le grandi le maggiori: sí perché le leggi scritte sono quelle, che piú conservano la buona republica, che hanno per principale scopo il ben de’ popoli, al quale le leggi sono indrizzate; oltre che le parole delle definizioni devono esser chiare, non ambigue, e maggiormente quelle che sono poste per la differenza, se bene deve ristringere il genere. L’altra poi, cioè che non sia obligata ad altra ragione, ancora piú oscura mi pare e ambigua; e perciò vien dall’autore spiegata, che non sia obligata se non alla sua propria, e a se medesima, e ad essa buona consultazione: la quale non è altro, che ragione, e retta e vera ragione. Imperciocché le definizioni devono esser chiare, e la differenza chiarissima: cosa che in questa particella non si trova, perché il dire, la ragion di stato non esser obligata ad altra ragione, ciascuno potrá pensare esser sopra la ragion divina e di natura. E se bene si spiega, che dependendo dalla vera prudenza consultativa, non potrá deliberare cosa, che sia contro la legge di Dio e di natura; è però vero, che è parola ambigua, che non si ammette nella diffinizione. Oltre che, la ragion di stato delle ree, non dependendo dalla vera prudenza, ma essendo una certa avvedutezza, la quale con le ree ha quella proporzione che la prudenza ha con le buone, non potrá ammettere quella interpretazione né quella scusa. Essendo dunque questa diffinizione per sé imperfetta, non accomodandosi a tutte le ragioni di stato, e il genere troppo ristretto, e le differenze ambigue, oscure, né bene specificanti il genere, non si doverá per buona ricevere.