Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro sesto/12. Il secondo periodo della presente etá. Governo delle cittá

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12. Il secondo periodo della presente etá. Governo delle cittá

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12. Il secondo periodo della presente etá. Governo delle cittá
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12. Il secondo periodo della presente etá [1183-1263]. Governo delle cittá. — Dalla pace di Costanza al finir degli Svevi o Ghibellini secondi, corre una seconda parte della etá dei comuni. I quali noi continueremo a chiamare cosí sempre, e non come fan altri, «repubbliche»; perché questo nome ci sembra implicare governo di tutta la cosa pubblica, sovranitá piena, indipendenza; e che, salvo Venezia, tutte le cittá italiane riconobber sempre come sovrano l’imperatore e re straniero, e come privilegio i governi, i diritti propri. Oltreché, queste improvide cittá non si divisero giá solamente, quasi repubbliche, in quelle due parti infelicissime ma forse inevitabili de’ grandi e de’ piccoli, de’ nobili e de’ plebei; ma, come veri comuni dipendenti, in quelle anche piú infelici pro e contro al signore straniero. Questa divisione propria de’ comuni fu quella che accrebbe, inasprí la repubblicana; perché i grandi, i nobili, piú o meno signori di castella fuor delle mura, o di «alberghi» o case forti addentro, or per memoria de’ lor bei tempi feodali, or per isperanza di crescere a signori infeodati delle cittá stesse, ad ogni modo, s’accostarono piú facilmente alla parte imperiale o straniera, mentre i popolani piú facilmente alla parte cittadina o d’indipendenza; ondeché questi non ebber nulla mai di piú caro, di piú pressante che cacciar quelli del tutto; molto piú che non si sia fatto in altre repubbliche, e che non sarebbesi fatto in quelle se fossero state repubbliche vere. E questo inasprimento delle due parti inevitabili, fu giá un primo gran male senza dubbio. Ma fu secondo, che, cacciati i primi nobili, e sottentrati al posto loro i popolani grassi, diventando principali, nobili essi, essi pure furono invidiati, prepotenti, cacciati né piú né meno. E cosí dopo questi secondi, i terzi, i quarti interminabilmente. Perciocché, insomma, di nobili o grandi ne son sempre dappertutto; e il popolo che ne caccia, non li caccia ma li muta; ed ogni mutazione non fa, oltre il mal dell’invidia, se non diminuire le forze morali, materiali e personali delle cittá. Né son io che ciò dica a difesa d’una classe non generosamente forse, certo non utilmente, assalita da alcuni popolani de’ nostri dí; fu osservato e detto incominciando da Dante e da’ primi uomini [p. 210 modifica] politici che seppero scrivere in quell’etá, fino a Machiavello e a Botta stesso, talor errante, piú sovente generoso. I quali, chi piú chi meno, attribuiron alle cacciate, alle diminuzioni dei nobili la diminuzione delle forze cittadine in generale, delle militari particolarmente; onde poi l’impossibilitá di resistere alle nuove discese degli imperatori e d’ogni altro straniero, e il venir meno la vita militare ne’ cittadini, e il sorger a poco a poco (fin dal tempo delle leghe lombarde) le soldatesche mercenarie, e quindi le masnade, le compagnie piccole, e le grosse; e il passar que’ troppo gelosi comuni a signorie, a principati, a tirannie, or d’un nobile vicino vincitor della cittá spoglia di militi cittadini, or d’un popolano grasso vincitor della parte de’ grandi, or di questo o quest’altro capo di parte, podestá o condottiero. Perciocché dei podestá è a notar questo; che istituiti, come vedemmo, per mantener la potenza imperiale nelle cittá, per il resto privilegiate di libertá, in breve furono per ulterior privilegio (che trovasi conceduto a Milano fin dal 1185, due anni dopo la pace di Costanza) lasciati ad elezioni delle cittá stesse; ondeché ne cadde del tutto, e quasi a un tratto, la potenza e quasi il nome de’ consoli, ed essi i podestá diventarono magistrati cittadini e comunali del tutto. La solita invidia cittadina feceli bensí scegliere quasi sempre forestieri al comune; ma traendo seco un séguito di uomini propri, e facendosi sovente cosí pur capitani del comune o di piú comuni, li tiranneggiarono tanto piú facilmente. I rimedi suggeriti dalla invidia e dalla paura, sogliono far piú mal che bene. A Roma stessa prevalse questo magistrato unico; solamente, invece di «podestá» fu chiamato «senatore»; e come il podestá a’ consoli, cosí sottentrò il senatore al senato. — E servano a tutto il rimanente della presente etá questi rapidi e certo incompiuti cenni delle divisioni, de’ pervertimenti, delle guerre intestine dei comuni. Alle quali ad ogni modo noi torneremo anche meno che non alle guerre di cittá a cittá; ristretti che siamo ne’ limiti d’un sommario, e cosí sforzati a diventar qui tanto piú brevi, quanto piú, sorti i comuni, sorge oramai una storia particolare d’ognuno, si sminuzza moltiplicandosi quella universale d’Italia.