Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro sesto/27· Piemonte. Casa Savoia. Amadeo VIII

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27· Piemonte. Casa Savoia. Amadeo VIII

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[p. 258 modifica]27. Piemonte. Casa Savoia. Amedeo VIII [1100-1434]. — Ma qui è d’uopo lasciar l’Italia meridionale, e volgerci a quell’angolo occidentale in cui scriviamo, e che pur trascurammo fin dal principio della presente etá, fin dalle origini italiane della casa di Savoia. Dicemmo Odone conte di Morienna e d’altri feudi oltre Alpi, ed Adelaide contessa di Torino e d’altre cittá e feudi in Piemonte, stipiti di quella famiglia, a cui alcuni cercano una antichitá italiana ulteriore, a cui può bastar questa di otto secoli, superior cosí di sette a quelle di ogni altro principe italiano presente, salvo i papi. Al tempo di Adelaide era stata nell’Italia occidentale un’altra casa molto potente, quella d’un conte Aleramo signoreggiante negli Appennini dalla sponda destra del Po fino a Savona. Alla morte di Adelaide [1091], la successione di lei fu disputata, straziata, tra Umberto II Savoiardo, figlio di suo figlio; Bonifazio conte di Savona, figlio di una figlia d’un altro suo figlio; Corrado di Franconia, figlio di Berta sua figlia, l’infelice moglie che vedemmo dello scellerato Arrigo IV imperatore; e soprattutto poi dalle cittá che appunto allora vedemmo costituirsi in comuni. Quindi Umberto II e i Savoiardi primi successori di lui furono ridotti a poco piú che Savoia e i comitati oltremontani; e le famiglie Aleramiche, tra cui principali quelle di Monferrato in mezzo agli Appennini, e di Saluzzo tra l’Alpi ai fonti del Po, divisero l’Italia occidentale con le cittá liberatesi, Torino, Chieri, Asti, Vercelli, Novara, e, quando fu fondata, Alessandria. I Savoiardi scendevano, potevano secondo le occasioni, in Torino e l’altre; e quando non potevano qui, s’estendevano all’intorno di Savoia, in Elvezia, in Francia; ovvero guerreggiavan piú lungi, alla ventura, [p. 259 modifica]in Inghilterra, in Fiandra, in Oriente, alle crociate. Casa Savoia fornirebbe ad una storia della cavalleria piú numerosi, piú splendidi e piú veri cavalieri, che non ne sieno di falsi in parecchi poemi e romanzi; casa Savoia ebbe quasi sempre la virtú di entrare con alacritá, e cosí con fortuna, nelle condizioni de’ secoli suoi. — Al finir del decimoterzo fece un grand’errore; ma perché questo pure era del tempo, e gli errori stessi, quando sono tali, sono men pericolosi, perciò questo la indebolí appena, o forse l’afforzò. Vi si disputò, s’alterò, forse s’usurpò, e certo si divise la successione tra Amedeo V e il fanciullo Filippo nipote di lui [1285]. Gli Stati generali, raunati in Giaveno, ne decisero o sancirono la decisione; Amedeo V rimase conte di Savoia e signor supremo, il fanciullo signor vassallo del Piemonte. E cosí rimase la famiglia divisa ne’ due rami (oltre altri minori) un centotrenta anni; pur signoreggiando il ramo Savoiardo su quel di Piemonte, che dalla moglie di Filippo ebbe pretese e nome di principi d’Acaia. Del resto, Amedeo V superò forse i predecessori in isplendor di cavalleria e certo in potenza. Nel 1290 entrò in una lega contro a Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli alessandrini, e tenuto in una gabbia dove morí commiserato da Dante nel poema [1292]. Finita in Giovanni, figlio di questo, la casa Aleramica e prima di Monferrato [1305], passò il marchesato a sua figlia ed al marito che era de’ Paleologhi di Costantinopoli, e continuò in questa seconda casa, benché i saluzzesi gliel disputassero e perciò facessero omaggio ad Amedeo V. Questi fu poi gran seguace e consigliero ad Arrigo VII imperatore nella sua discesa dal 1309 al 1313; e gran nemico come tutti i suoi, ed era naturale, agli Angioini che da Provenza e dal mezzodí volevano ficcarsi in Piemonte. Nel 1316 dicono andasse a combattere pe’ cavalieri gerosolimitani contro a’ saracini a Rodi; e salvatala, ne portasse il motto cavalleresco di «FERT», il quale significhi colle quattro iniziali: «Fortitudo Eius Rodhum Tenuit». Ma se mi si conceda una digressione di due righe su questo patrio trastullo, io crederei che questo motto, il quale si trova piú antico e sempre intrecciato con «lacci d’amore», non voglia dir altro, se non che [p. 260 modifica]uno di que’ buoni cavalieri, l’inventor del motto, si vantava di portar que’ lacci. Morí Amedeo V in Avignone, dov’era andato a promuovere una nuova crociata presso ad uno di que’ papi infingardi [1323]. — Seguendo separati i due rami di Savoia e di Piemonte o Acaia, questi, che non aveano ad attendere al di lá dell’Alpi, attesero tanto piú al Piemonte, e vi s’ingrandirono tra’ nuovi marchesi di Monferrato, e gli antichi di Saluzzo, e gli Angioini, e le cittá guelfe e ghibelline, e i tirannucci e i condottieri; mentre i cugini di Savoia li aiutavano all’occasione. Fra’ Savoiardi fu di nuovo cavaliero splendidissimo in fatti di guerra e di pace Amedeo VI, detto il conte Verde dal colore (secondo quegli usi) costantemente da lui usato. In Piemonte guerreggiò e s’aggrandí; e guerreggiò contro a’ Visconti parenti suoi, per difender due pupilli di Monferrato; e guerreggiò in Puglia, e in Oriente; assisté al ritorno de’ papi in Roma; arbitrò e conchiuse la pace di Torino dopo la guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Una volta, accogliendo a sua corte Carlo IV imperadore, e ricevendone l’investitura de’ suoi Stati, e rompendosi, secondo l’uso barbaro-imperiale, gli stendardi e gli stemmi al vassallo prima d’investirlo, egli afferrando il suo della croce bianca, nol patí; e cosí in modo cavalleresco e politico insieme protestò della indipendenza (fosse di diritto o di fatto) di casa Savoia. Governò, risplendette quarantanove anni [1334-1383]. — Succedettegli Amedeo VII, detto il conte Rosso; il quale pure guerreggiò, torneò in casa, e fuori, e aggiunse a’ suoi Stati Nizza e quella bella contea, squarcio di Provenza, datagli da quei cittadini, concedutagli da re Ladislao per non poterla difendere esso da Luigi d’Angiò, e lasciatagli prender da questo non meno impotente quantunque vicino. Morí dopo otto anni di signoria [1391]. — E successegli, fanciullo, Amedeo VIII tutto diverso de’ predecessori; giá non piú gran cavaliero, ma uomo politico, prudente insieme ed ardito, riunitore ed ampliator dello Stato, se non incolpevole, certo lontanissimo dalle infamie de’ Visconti e degli altri tirannucci contemporanei; ordinator poi e legislatore, e che cosí, cioè secondando i tempi senza prenderne i vizi, fu fondator nuovo della sua robusta [p. 261 modifica]monarchia. Seppe guerreggiare, ma fu famoso massimamente in trattar negozi vari. Cosí asserí suoi diritti su Ginevra, sui marchesi di Saluzzo, contro i Delfini e i Borboni di Francia. Entrò, giovò ne’ negoziati che vedremo, per far finir lo scisma. Nel 1416, ottenne dall’imperator Sigismondo il titolo di duca. Nel 1418, estinta la casa d’Acaia, riuní gli Stati. Nel 1430, ordinò, ampliò gli antichi statuti di Savoia, e feceli comuni ne’ suoi Stati, pur lasciandone molti locali qua e lá; saviezza di que’ tempi, in cui era ancora impossibile l’uniformitá. Come i maggiori suoi, comprò, acquistossi in vari modi parecchie signorie feodali o cittadine incastrate ne’ suoi Stati o limitrofe. La piú bella fu Vercelli, avuta da’ Visconti [1427]. Finalmente, nel 1434 Amedeo VIII lasciava quasi tutte le cure del governo a suo figliuolo Ludovico, e si ritraeva poi, egli primo con sette compagni, in Ripaglia, un bel sito sul lago di Ginevra, per vivervi tranquilli, romiti, cristiani. Ma il vedremo indi ritolto poi a nuovi e maggiori affari. Oramai la storia di questo gran seno occidentale, non si può separare piú da quella della restante Italia, e vi diventerá talor principale. Quella piú antica che abbiam qui corsa, non ha guari altro interesse che le imprese cavalleresche di que’ principi. Ma giova, ricrea l’animo seguir le vicende di quella, dicasi pur rozza, feodale o semibarbara, ma virile, ma semplice, ma virtuosa schiatta, non pura forse d’ogni violenza od inganno, ma non imbrattata certamente di niuna di quelle nefanditá e viltá de’ Visconti, degli Estensi, degli Scaligeri, degli Ezzelini, e de’ papi di Avignone, e degli Angioini di Napoli, e de’ senatori di Venezia e delle signorie cittadine, e dei condottieri tramezzati in tutto ciò. Siffatto paragone è semplice veritá, e non è ragion di tacerla perché sia a lode de’ principi miei. Anche la paura di esser tacciato d’adulazione è viltá, se fa tacer la veritá. Or torniamo alle nefanditá.