Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro sesto/4. La prima costituzione comunale, i consoli

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
4. La prima costituzione comunale, i consoli

../3. Ultimi anni d’Arrigo IV ../5. Arrigo V IncludiIntestazione 21 aprile 2018 75% Da definire

Libro sesto - 3. Ultimi anni d’Arrigo IV Libro sesto - 5. Arrigo V

[p. 184 modifica]4. La prima costituzione comunale, i consoli [1100 circa]. — Qui è il luogo perciò di ricordare tutte insieme le vicende che accennammo via via delle libertá cittadine italiane: la penisola nostra, come la greca, fin dalle origini divisa in confederazioni di cittá liberissime; serbati poi sotto a’ romani i governi cittadini, variamente, secondo che le cittá eran latine, italiche, municipi, colonie o sozie; e la guerra sociale od italica fatta da parecchie di esse per avere pieni i diritti romani, e non averli avuti tutte se non sotto Augusto, quando giá non eran essi piú nulla; poi, sotto Caracalla, estesi a tutte le cittá dell’imperio que’ diritti o piuttosto quelle forme di governo cittadino; poi perdute queste piú o meno sotto ai graf e conti goti, e del tutto sotto ai duchi ed altri uffiziali longobardi, e poco meno sotto ai duchi greci contemporanei. Ma, fin dal principio del secolo ottavo vedemmo un gran papa, Gregorio II, porsi a capo di Roma e d’altre cittá suddite greche, e resistere con esse alla tirannia religiosa dello scismatico imperatore orientale; e di esse far confederazioni, e con esse guerreggiare e trattare contro a’ nemici comuni greci o lombardi: ondeché, se si cerchino i primi esempi di cittá libere moderne, essi si trovano di un quattro secoli piú antichi in Italia che non in niun’altra regione europea; si trovano libere a quel principio del secolo ottavo Roma, Venezia, le cittá della Pentapoli, ed or l’une or l’altre delle greche all’oriente e al mezzodí d’Italia. E di queste libertá del secolo ottavo vedemmo durar parecchie poi, ma variamente; quella di Venezia crescendo, e diventando in breve incontrastata, assoluta, vera indipendenza; quella di Roma dubbiosa, contrastante, contrastata [p. 185 modifica]sotto alle potenze nominali dell’imperator greco, del patrizio Carlomagno, degli imperatori carolingi e dei successori, sotto alla potenza piú reale ma pur indeterminata dei papi; quelle delle cittá orientali donate al papa, poco diversamente; e quelle di Napoli, Amalfi ed altre cittá meridionali, or crescendo or ricadendo sotto ai principi longobardi di Benevento, a’ saracini ed a’ normanni; mentre pur venivansi aggiungendo le libertá crescenti di parecchie cittá toscane e lombarde, suddite franche e tedesche. — Ma tutte queste de’ secoli ottavo, nono e decimo erano, se ben s’attenda, cittá libere sí, non tuttavia (nemmen quando gli Ottoni ebbero moltiplicate le esenzioni de’ vescovi e delle cittá dalle giurisdizioni comitali) ciò che si chiamò «comune» o «comunio» al primo quarto del secolo undecimo; quando si vennero confondendo in interessi comuni tutte o quasi tutte le condizioni de’ cittadini, i valvassori grandi o capitani, i minori o valvassini, gli arimanni o militi, i popolani grassi o borghesi, le gilde od arti maggiori o minori, tutti insomma gli uomini liberi, o come si disse allora semplicemente, gli «uomini» o «vicini» delle cittá. Questo comune, o comunio, noi congetturiamo si facesse primamente in Milano al tempo dell’arcivescovo Ariberto: e certo, se si fece altrove, non dovette farsi né molto prima, né molto discosto; e ad ogni modo nella storia, quale finora si sa, resta a Milano la gloria di tal prioritá. — Ma questo stesso comune non si resse certamente dapprima se non in modi indeterminati e vari; or sotto il vescovo e suo avvocato o visconte, or sotto qualche altro capitano o capopopolo, un Lanzone, un Erlembaldo, secondo le occasioni. E cosí altrove; né fu se non dopo aver provati mezzo secolo all’incirca di tali governi, i quali or si direbbero «provvisori» o «rivoluzionari», che si pensò ad ordinarli, a costituirli. Allora, negli anni che seguono la morte di Gregorio VII, in questi d’intorno al 1100 a cui siam giunti, noi scorgiamo a un tratto, in due o tre decine d’anni, in una generazione tutt’al piú, costituito un nuovo governo uniformemente in moltissime, in quasi tutte le maggiori cittá del regno italico, Lombardia e Toscana; con un magistrato supremo di tre, sei o dodici «consoli», un Consiglio [p. 186 modifica]minore o «Credenza», e uno maggiore od adunanza di tutti i cittadini. — Ed ora, quel nome di «consoli» cosí subitamente e universalmente preso, fu egli reminiscenza de’ due antichi consoli romani, ovvero de’ consoli o consiglieri piú numerosi che si trovano nelle cittá greche a’ tempi longobardi o carolingi? A me pare degli uni e degli altri succedutisi, ma chi ne deciderá oramai? Certo è, che questo nome, questo ufficio, questo governo, diedero alle cittá italiane quel compimento di libertá ch’elle ebbero poi, poco piú poco meno, in tutti i lor secoli di libertá; quel compimento pur troppo insufficiente, quella libertá. pur troppo non mai compiuta, che rimase o si rifece soggetta or ai conti, marchesi o duchi antichi, ora ad usurpatori o tiranni, e sempre al signor sommo feodale straniero, l’imperatore; quella libertá che pur troppo bastò loro, ma non fu mai indipendenza. — Altra disputa si fa di questi consoli: se fossero successori, e quasi i medesimi che gli scabini o giudici assessori de’ conti antichi, e cosí poi de’ vescovi, o lor vogt, avvocati o visconti. Ma posciaché è dubbio se i consoli governanti giudicassero, ed anzi se ne trovano altri diversi e minori, istituiti fin da principio o poco appresso per giudicare, e detti «consoli de placitis», essi i consoli governanti e capitananti mi paiono talora successori de’ capitani, o piuttosto i capitani stessi costituiti. — Finalmente, terza disputa si può fare a quale o quali delle cittá italiane abbiasi ad attribuire la gloria di aver prima costituito il governo consolare. Ma tra tante gare cittadine nocive che si sono fatte, non si attese forse sufficientemente a questa innocentissima; ondeché, non avendo luogo a disputarne noi qui, ripeteremo pure ciò che ne accennammo in altri studi; che il nome di «consoli» ci è bensí dato in Pisa fin dall’anno 1017, ma da uno storico posteriore, ondeché ei non è forse se non un nome nuovo dato a’ magistrati antichi; che piú autentico forse è il medesimo nome dove si trova nelle Memorie lucchesi; ma che il piú antico documento del nome di «consoli» è forse del 1093, e di un piccolissimo comune, quello di Blandrate vicino a Milano; ondeché è impossibile che i consoli giá non esistessero in Milano. Tanto piú che nel medesimo 1093 noi vedemmo [p. 187 modifica]Milano aver fatta lega con altre cittá lombarde, e con Matilde e Corrado, contro l’imperatore e per il papa; ondeché documento e storia si riuniscono qui a dare anche questa prioritá alla nobil Milano; la quale dunque (nello stato presente della scienza storica) ha le due, dei due ultimi e sommi passi fatti alla libertá cittadina, il nome di «comune», e il governo de’ consoli. — Del resto, attribuiscasi l’istituzione de’ consoli alla necessitá di costituire il governo comunale, in mancanza d’altro governo, quando contesero due vescovi, uno concubinario e l’altro zelante, uno papalino ed uno imperiale in ogni cittá; ovvero alla necessitá di costituirsi Milano ed altre contro allo straniero; sempre la causa di queste due necessitá rimane Gregorio VII, il gran papa, che fu autore insieme della riforma e della libertá ecclesiastica, occasione quella, aiuto questa e spinta alla libertá nostra cittadina.

Aggiugniamo alcune considerazioni a far intendere il nesso, l’origine unica, le due diverse vie della libertá in Italia e in altre regioni d’Europa. La formazione de’ comuni intorno al 1100 fu quella che costituí un popolo nelle varie nazioni, che l’aggiunse per ogni dove ai grandi secolari od ecclesiastici, i quali soli sino allora avevano governato. Ma questo fatto primitivo produsse due effetti, due serie di fatti diversi in Italia, e nel resto d’Europa. In Italia, dove il principe era straniero e lontano, odiato e disprezzato, i comuni, appena sorti, sciolsero la monarchia, senza sapere fondare né una né molte repubbliche vere, vere dico di nome e di fatto, ben equilibrate e intieramente indipendenti; e questa confusione, questa monarchia composta di repubblichette, ovvero queste repubblichette componenti una monarchia, questa libertá ancor servile, questa ancor barbara civiltá, dopo aver dati lampi ammirabili, ricaddero in servitú, caddero in corruzioni, finirono negli ozi ne’ vizi nelle nullitá del Seicento, del Settecento e dell’Ottocento ancora. All’incontro, altrove, tra l’altre nazioni europee, dov’erano principi nazionali e vicini, e cosí amati o temuti, i comuni e i popoli nuovamente sorti non pensarono mai a scioglier le monarchie, non pensavano ad altro se non anzi ad entrarvi essi, ad ottenervi lor parte di governo; e l’ottennero entrando [p. 188 modifica]ne’ parlamenti antichi, facendovi uno stato terzo (talora anche un quarto) oltre ai due primi e fin allor soli. Ma questo stato terzo, o dei comuni, o del popolo, non poteva materialmente venire a sedervi intiero in que’ parlamenti; fu forza mandarvi e farvi sedere deputati eletti, rappresentanti; e allora, e cosí fu fatta la grande invocazione della «rappresentanza», fu inventato quel governo «rappresentativo»; il quale, a mal grado tante incompiute e tante stolte e tante infelici prove recenti, non è possibile non dire il piú perfetto, il piú civile, il piú progredito, il piú progressivo fra tutti gli inventati o provati mai, il solo conforme alla civiltá presente e futura, il solo destinato a trionfarvi e farla trionfare. Né, per vero dire, fu perfetto nemmeno questo governo fin dalle origini, o progredí con passi costanti a sua perfezione. Anzi brancolò, fu negletto, si perdette quasi intieramente tra le nazioni continentali preoccupate di lor misere ed infeconde gare reciproche. Ma si serbò piú o meno sempre nella isolata e piú felice Britannia, vi resistette alle gare domestiche ed alle religiose, agli assalti dell’assolutismo, agli eccessi repubblicani, alle insidie delle restaurazioni, ai pericoli delle mutazioni dinastiche; e finalmente, dal 1688 in qua, da quella rivoluzione (che si chiama colá la «gloriosa», perché fu l’ultima) si venne per centosettant’anni, a poco a poco, con passi lenti ma continui e meditatissimi, a questa perfezione dove lo veggiamo. E nel frattempo, quasi aggiunta di sua fortuna o ricompensa di sua sapienza interna, s’acquistò il primato del mondo dalla predestinata Britannia. Le altre nazioni non hanno, non possono avere ormai altra via a fortuna o grandezza, se non questa mostrata loro ed agevolata dalla loro preceditrice. Ostano, è vero, alcune difficoltá nell’imitazioni; ma niuna maggiore forse che l’invidia: e le nazioni europee piú o meno infette di questa lue, piú o meno pretendenti a fare cose diverse, proprie, nuove o maggiori, si perdono in istolti tentativi, per capitare, una volta o l’altra, a ciò che avrebbono potuto prendere quasi fatto e senza imitazioni troppo servili; perciocché non si debbe né suole chiamare servile, ma anzi sapiente, qualunque imitazione si faccia dalle cose recate all’ultima perfezione possibile [p. 189 modifica]in ciascun tempo. La macchina rappresentativa perfezionata è nell’ordine politico ciò che quella a vapore nell’ordine materiale. E chi è che si creda imitatore servile, quando, avendo mestieri d’una di queste, va in cerca di una che sia fatta dove che sia, secondo le norme ultime della scienza, della sperienza, di una congegnata secondo gli ultimi perfezionamenti?

E mi duole aver io stesso a tôrre valore al mio giá misero lavoro; ma la veritá come la vedo innanzi a tutto. Sorge dalle considerazioni precedute un gran disappunto, diciamolo chiaro, una gran diminuzione d’interesse nella nostra storia; noi non vi troviamo se non pochi, piccoli, sparsi e mal riusciti esempi di governi rappresentativi: non uno di quella perfezione di tal governo che è e debb’essere ormai lo studio e il desiderio, la meta di tutte le nazioni cristiane e civili. La piú nobile delle nazioni ha nella sua storia meno esempi da imitare, meno memorie da resuscitare, che non qualunque delle sue serve antiche; noi siamo, bisogna saperlo vedere, nella condizione delle nazioni nuove che debbono imparare poco men che tutto da quelle che le precedettero in civiltá. E noi siamo tuttora quella fra tutte che ha piú bisogno di imparare la libertá rappresentativa; perciocché ormai, dall’ultimo tentativo in qua, non è piú, come sperammo, l’indipendenza che ci possa dare la libertá, ma la libertá che sola ci può condurre alla indipendenza. Ma, in compenso di questa utilitá positiva che le mancò, la storia nostra può avere almeno una grande utilitá negativa; quella di farci vedere i piú numerosi, piú vari sperimenti che sieno stati fatti mai da niuna nazione di governi diversissimi, e tutti infelici; quella di dimostrarci cosí, quasi dall’assurdo, la bontá, la necessitá del governo rappresentativo. Sappiamo trarne quest’utile almeno, e proseguiamo.