Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro terzo/3. Continua

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3. Continua

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[p. 67 modifica]3. Continua. — Molte leggi buone fece Augusto per tutto ciò, e per restituir la pace e i costumi. Ma a confermarli, due pessime; non abusate, per vero dire, da lui, bensí all’infinito da’ successori: quella di maestá (Iulia de maiestate) che faceva delitto d’ogni menoma mancanza di rispetto all’imperatore; e [p. 68 modifica]quella che istituiva commissioni speciali, tribunali eccezionali (cognitiones extraordinariae), a perseguire questi od altri delitti. Ma il peggior danno fatto da Augusto alla patria fu il non aver esso dato nome o almen forma sincera di regno allo Stato, come avea voluto Cesare; l’averlo lasciato non repubblica e non principato finito, il non avere insomma osato far legge di successione. Destinò eredi prima Caio e Lucio nati di Giulia figliuola sua; poi, morti i due, Tiberio Nerone figliuolo di Livia sua seconda moglie. L’adottò; lo fece dal servo senato chiamare a parte di tutte le magistrature che costituivano il principato. I posteri piú sfacciati chiamarono questa e le simili poi «leges regiae»; ma non erano tali né nulla di determinato, mezzi termini e non piú. In alcune teoriche non dedotte dalla sperienza, il principato elettivo fu giá detto migliore che l’ereditario; in pratica, e perciò nelle buone teoriche, è preferito l’ereditario. Ma in ogni maniera di pratiche o di teoriche, il pessimo de’ principati è quello in cui la successione, non determinata da niuna legge, si fa volta per volta, per adozioni, per destrezze, per intrighi, per forza, per compre. E tal fu quello lasciato da Augusto a tutto l’orbe romano; alla misera Italia in particolare, sulla quale durò e pesò variamente, ma poco men che senza interruzione, per diciotto secoli.