Demetrio Pianelli/Parte quarta/II

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II.


Al sabato, Bassano, il cavallantino, ebbe ordine di preparare la carrozza grande coi due puledri castagni, e fu pronto per le sette e mezzo.

Cogli alti stivaloni, da cui uscivano fascetti di paglia, coi baffi rossi rasati come il pelo di una spazzola, col suo bel cilindro di pelle scura e la nappina di cuoio alla postigliona, Bassano aspettò una mezz’ora il padrone seduto sul cassero dopo aver infilato le grosse dita di bifolco in un paio di guanti di refe, grandi come due sacchi di meliga.

Nella vasta corte, cinta all’intorno dai fienili e dalle stalle, era un vivo movimento di donne, di ragazzi, di oche e di galline. Di là cantava un gallo, di qua muggiva una manzetta, in fondo strideva un secchio luccicante al sole; era anche una magnifica giornata di maggio.

Intorno al carrozzone padronale cominciarono a raccogliersi i bambini, che s’incantavano a guardare come se non avessero mai vista una carrozza, coi nasi mocciosi, coi piedi [p. 324 modifica]nudi nella melma. Tratto tratto uscivano a dare un’occhiata anche le donne, che facevano il bucato sotto il portico della legnaia.

Il signor padrone non finiva mai di farsi la barba.

La Carolina collocò tra i piedi del cavallantino un cesto di vimini, da cui uscivano da una parte il collo di una bottiglia piena di panna tappata con erba fresca, e dall’altra il collo di un’anitra viva.

La povera bestia, legata sul fondo del cesto con ramettini di salice, salutava da lontano le sue dolci compagne che più fortunate di lei, per il momento, diguazzavano fuggendo per l’acqua verdognola della gora sotto l’ombra deliziosa dei pioppi.

— Sapete dove sta: in Carrobio.

— Sì, lo so.

— Le dite di scusare, e che la saluto tanto tanto, e che se mi sentirò bene andrò presto a trovarla.

In quella comparve Paolino vestito bene, colla sua grande catena d’oro grossa come un dito. Siccome s’era fatto tagliare anche i capelli, il cappello di feltro, diventato un po’ largo, cadeva ed andava ad appoggiarsi sulle orecchie come sopra due mensole. Aveva nelle mani un fascio di carte, un portafogli pieno di biglietti di banca, qualche libretto della Banca Popolare e pareva confuso, distratto, sbalordito. [p. 325 modifica]

Carolina lo aiutò a mettere le carte a posto e gli disse sottovoce:

— Tieni a mente, contrada di San Raffaello, numero 13.

Egli salì in carrozza, si rannicchiò in un angolo, i cavalli si mossero, i ragazzi corsero dietro alla carrozza fino alla strada provinciale e tutto rientrò nell’ordine solito alle Cascine. Ma alla povera Carolina il cuore batteva come il martello di un magnano.

Chi sa come finirebbe questa storia! e se madama Anita non poteva dargli una consolazione? Che cosa era saltato in mente a Demetrio di condurre quella benedetta donna alle Cascine! Al tempo delle streghe si sarebbe detto che l’avevano stregato quel ragazzo.

Strada facendo, Paolino finì di mettere a posto i conti, i denari, i libretti: ma il suo pensiero era fisso, inchiodato a un piccolo involto di carta, di cui sentiva il gruppo nel taschino del panciotto. Sempre in paura di averlo dimenticato o perso, vi portò la mano dieci o dodici volte in una mezz’ora. Da quel gruppo, come da un bottone di fuoco, sentiva un raggio di calore scendere per le costole fino alla sede del cuore. Era un calore che bruciava, ma senza dolore.

Man mano che si avvicinava alla grande città, lo assaliva lo sgomento come se egli [p. 326 modifica]venisse a darle il fuoco; cercava di non pensare a madama, e, di pensare invece alla sua Beatrice. A volte non sapeva più distinguere tra queste due donne, che s’incarnavano in una sola cosa di genere femminile, posta in mezzo alle case di Milano, per la quale egli si era mosso, e della quale aveva una gran paura, ma non sarebbe per questo tornato indietro. La grande città l’attirava come una voragine. Quel non so che di sacro e di pauroso, che hanno per un bambino le storie degli spiriti e delle fate, investì il nostro innamorato al comparire delle prime case del sobborgo. Passato il dazio di porta Romana, quando la carrozza cominciò a correre solennemente e a sonare sul selciato della città, gli parve che Milano gli cadesse sul capo, crepitando, come un castello di carte.

Giunti presso il teatro Carcano, Bassano fermò i cavalli davanti alla porta del Vismara, grosso negoziante di riso, col quale Paolino era in continui affari. Il padrone discese e passò nello studio a stringere un contratto per qualche centinaia di sacchi. Nel trattare esagerò a posta i prezzi dei generi per dar luogo a una viva discussione, per mettere molte parole, molte cose estranee, molti sacchi di riso tra lui e quella donna, a cui tra poco doveva parlare di Beatrice.

Nell’uscire da quella casa si sentì meglio: [p. 327 modifica]anzi gli parve di essere tornato un essere ragionevole, un uomo di questo mondo, e procurò di conservarsi tale, sforzandosi di osservare le costruzioni del Milano nuovo che sorgevano come per incanto, e i grandi rettifili, e le botteghe di lusso, e il movimento dei tram e il via vai della gente affacendata, che pensa a far quattrini, che lavora, che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante fisime.

— Gran cittadone, non c’è che dire. Milano è sempre Milano, — andava ripetendo tra sè di man in mano che si avvicinava al centro. — Mi piacerebbe che venisse qui Federico Barbarossa a vedere che cosa è diventato Milano. Non pèrdono il tempo questi birboni: non hanno ancora il gas che già vogliono la luce elettrica: non hanno finita una casa, che la buttano giù per farne una più grande e più bella. E i marenghi corrono in un Milano, dove c’è anche della gente che sa farli saltare.

— Dove andiamo? — domandò Bassano, arrestando i cavalli quasi davanti alle porte del Duomo.

— Tu vai per le tue faccende e mi aspetti per le quattro alle Due Spade.

Paolino scese di carrozza e infilò diritto l’arco della Galleria, mentre Bassano voltava i cavalli verso il Carrobio. [p. 328 modifica]

Dopo aver gironzolato un quarto d’ora, fermandosi davanti alle belle botteghe senza veder nulla al di là dei vetri, uscì con un fare di indifferente dal braccio destro che mette verso San Raffaello, sempre agitato dal suo segreto spasimo: cercò cogli occhi la casa che sorgeva ove adesso sorge un palazzo, e quasi acciecato da una passione vergognosa, infilò una porticina, vide a piedi di una scaluccia un cartello con sotto una mano, segui quella mano coll’indice teso per tre o quattro pianerottoli, tra due pareti giallastre scrostate dall’umido e dal nitro, si fermò sopra un pianetto semibuio, pregno d’un acre odore di minestra, davanti a un uscio mezzo di legno e mezzo di vetro riparato da una tenda di cotone, che il venticello fresco delle camere interne sollevava di tempo in tempo.

Qui posò leggermente la mano sul cordone e dietro il morto tintinnìo d’un campanello di latta, sentì una voce maschia e profonda che diceva:

— I miei coturni, smorfia.

Di lì a un poco l’uscio si aprì e comparve un uomo di mezza statura, tarchiato, con un barbone nero, colla zucca rasa e lucida nel mezzo come un mappamondo, che s’inchinò gravemente e disse con voce di basso profondo:

— Servitor suo. [p. 329 modifica]

Aveva sui piedi un paio di pantofole di corda che smorzavano ogni rumore dei passi. Costui aprì un altro uscio e introdusse con un gesto largo e ossequioso il cliente in un gabinetto vicino, avendo prima la precauzione di chiudere bene le porte dietro di sè. Paolino si levò il cappello e passò la mano sulla testa sudata.


*


— È per malattie, per cose perdute, per sintomi o segreti di cuore?

— Vorrei sapere, — biascicò Paolino con una voce che tradiva la grande apprensione — vorrei sapere di una malata, sì, cioè, d’una donna.

Gli mancava il coraggio di metter fuori subito il nome di Beatrice, ma sperava di trovarlo in seguito, alla presenza della buona signora.

— Sua moglie? — tornò a chiedere il signore delle pantofole, che era forse il medico o il segretario di madama.

— Nossignore.

— Una parente?

— No, o almeno un poco.

— Un’intima relazione. Lei non ha [p. 330 modifica]bisogno di tradire i segreti del cuore. La chiaroveggenza degli spiriti immaterializzati basta a sè stessa. Si accomodi.

Il mago (per chiamarlo col nome che si presentò alla mente di Paolino in mezzo al guazzabuglio dei pensieri), senza far rumore, come se camminasse sull’aria, scomparve per un usciolino segreto che cigolò dolorosamente dietro di lui.

Paolino sentì di nuovo la sua voce, divenuta più cavernosa, che parlava ancora di coturni e un’altra intrecciata alla sua, che pareva quella di una donna piangente.

Guardò un momento intorno, senza ardire di movere un piede dal posto dove il bravo signore l’aveva lasciato.

Era un gabinetto di poca ampiezza e poco bene rischiarato da una finestra che dava sopra un tettuccio sconnesso, seminato di erbaggi e di cocci bianchi. Per passare non c’era che un piccolo spazio tra una sedia e una grossa tavola di noce posta sotto la finestra e tutta piena di libroni legati in cartapecora con su un orologio a polvere, tra due colossali corni di bufalo imperniati su piedestalli di legno neri. Sopra una mensola attaccata all’imposta, una civetta imbalsamata stava a guardare cogli occhi gialli.

Paolino andava osservando tutte queste minuzie per distrarsi, per tornare un uomo [p. 331 modifica]ragionevole. Che cosa voleva dire, per esempio, quel pugnale lungo, acutissimo, posto su una tazza di bronzo tra due zampini di lepre come quelli che si usano per spolverare le scrivanie? E quella testa da morto in faccia all’usciolino, bianca e lustra come l’avorio, con una specie di sorriso sui denti?

La finestra a piccoli quadretti di un vetro verdognolo e affumicato sbatteva una luce languida e scialba sulla tappezzeria raggrinzata, coperta in gran parte da lunghe filze di vecchie carte, forse lettere, ricette, consulti, memoriali infilzati nei rametti di ferro, di cui erano pieni anche gli usci e gli stipiti.

Mentre Paolino, per fortificarsi nella realtà delle cose, andava osservando di qua e di là, vide di sotto al tappeto che copriva la tavola uscire un bel gatto d’Angora, stender le zampe, allungarsi, far arco della schiena, sbadigliare come chi si alza allora dal letto.

— Se il signore vuol passare.... — disse improvvisamente la voce grave del cerimoniere, comparso da un altro usciolino, che Paolino aveva creduto un armadio.

Scosso da quella voce, andò dietro alla guida. Passarono sotto una tenda, salirono due gradini di legno posti di sbieco nello spessore di due muri maestri e si trovarono nella sala dei consulti, molto più grande, ma [p. 332 modifica]immersa come il gabinetto in quella luce d’aria sporca, che dava alle cose un aspetto stanco e addormentato.

Stavano nel mezzo due canapè, l’uno di fronte all’altro, a capo dei quali era una poltrona grande, rovesciata come un lettuccio. In terra, nel mezzo, c’era un tappeto colla figura di una bestia feroce, che Paolino non seppe capire se fosse un leone o un pantera. Anche qui molte filze di corrispondenze con sopra un dito di polvere e molte tabelle piene di numeri e di ghirigori.

Sulla pietra del cammino, in compagnia di alcune scimmie e di alcune cicogne imbalsamate, spiccava il gesso d’una Venere vestita anch’essa di polvere.

L’uomo delle pantofole di corda tornò a dire:

— Si accomodi — e sparì ancora sotto la tenda.

Paolino, afferrato colle mani nervose alla tesa del suo cappello, come se si attaccasse a una sponda per non cadere, sedette sull’orlo di un canapè, provando una durezza dolorosa in tutte le giunture e un improvviso rammollimento di cuore e di cervello.

Sopra un tavolino, dentro un piatto, vide molti cartellini stampati, che dicevano:

Anita d’Arazzo, impareggiabile sonnambula, assistita dal celebre professor Fagiano di [p. 333 modifica]Sinigallia: dà infallibilmente consulti tutti i giorni dalle dieci alle tre, e ogni venerdì in letto, per malattia, ansietà, cose smarrite, deviazioni, affanni di cuore, passioni, patemi morali e simili. Medium approvato dalle principali società spiritiche d’Europa, nonchè munita di speciale diploma di S. M. la Regina Isabella e di altri governi. Esercitazioni magnetiche, psicografiche, chiromantiche e chirografiche. — Per curiosità L. 3. Per malattie prezzi da convenirsi. Con una ciocca di capelli si fa qualunque consulto. Deposito di etere delle fate per rigenerare i capelli, dar loro il primitivo colore senza macchiare la lingeria.

Paolino lesse tre o quattro di questi avvisi stampati senza accorgersi ch’erano tutti eguali. Passata la prima impressione, cominciava a provare, nel trovarsi in quel luogo, una non leggera compiacenza, quasi un senso d’orgoglio del proprio coraggio misto a una dolce curiosità di cose piacevoli e nuove. O scienza, o non scienza, egli era lì per Beatrice, per discorrere di lei, nel cuore di quel Milano birbone ch’era tutto pieno di lei. L’immagine di lei entrava in quell’aria incantata quasi rivestita di un nuovo fascino, non di questo mondo. Non si sarebbe meravigliato di vederla comparire a un cenno, a un movimento di tenda.... [p. 334 modifica]

— Ha con sè lettere o anelli o capelli dell’inferma? — uscì ancora, a dimandare il professore Fagiano.

— Ho dei capelli.

— Me li favorisca.

Paolino trasse dal taschino il prezioso cartoccietto e glielo consegnò con una certa esitanza, come se avesse paura di perderlo per sempre.

— È la prima volta che interroga sulla paziente?

— La prima, sissignore.

— Ammonisco che il medium soffre e si adira ove si accorge di essere ingannato e condotto a spasso. Chi non dimanda brevemente e sinceramente arrischia di buttar via i suoi denari. Qui non ha luogo inganno o ciarlataneria come sulle fiere, ma tutto si fa sulle basi più rigorose secondo la pratica del celebre Charcot della Salpétrière di Parigi. Stia comodo.

Paolino voleva quasi giustificarsi. Infatti è pazzia di voler tentare la scienza col falso, e specialmente quando si paga.

Dopo un lungo agitarsi della tenda — forse madama finiva di vestirsi — uscì col professore madama Anita, tutta vestita di bianco e coi capelli sciolti sulla schiena.

Fece un sorriso caro e grazioso al signore, e senza dir altro, con una certa sollecitudine di non far [p. 335 modifica]perdere tempo, andò a sedersi, anzi a distendersi sulla poltrona, dopo aver accomodato i capelli un po’ di qua e un po’ di là sulle spalle. Distese anche le gambe, appoggiò i piedini sopra uno sgabello, lasciò cadere le braccia allentate lungo le coscie e, socchiudendo gli occhi, disse:

— Fa pure, Marco.

Paolino nel veder quella povera donna così distesa per causa sua, come se si preparasse a un supplizio, cominciò a soffrire nel suo buon cuore e si attaccò ancora più stretto alla tesa del cappello.

Madama Anita, oltre ad essere una bellissima donna, aveva dei tratti così gentili, degli sguardi così dolci, dei sorrisi così commoventi, che guadagnava subito la simpatia dei suoi clienti. Si diceva ch’ella fosse una contessa di Pesaro, nipote d’un cardinale, d’una famiglia antichissima, ma decaduta da un pezzo per molte traversie.

A Milano non le volevano bene soltanto le bottegaie e le donnette del popolo, ma c’erano delle contesse e delle marchesine, che le scrivevano lettere piene di affetto e di riconoscenza e che le regalavano anelli, braccialetti, collane. Si diceva anche che la macellaia di via del Torchio, per gratitudine d’essere stata guarita da un pericolo di flemone, le mandava a casa per tutto il tempo che [p. 336 modifica]madama rimaneva a Milano, ogni domenica, un piatto di vitello e di frittura mista della più scelta. Quelle poche che erano state ammesse ai consulti segreti, contavano cose meravigliose delle sofferenze e delle chiaroveggenze sue, quando il magnetizzatore la dominava con più forza, la buttava in terra con un gesto del dito, con un dito la sollevava rigida e stecchita come un bacchetto, e come un bacchetto la poneva a giacere sulla sponda di due sedie di legno.

Anita volle che il professore collocasse ancora un piccolo cuscino sotto le reni e che socchiudesse un po’ le imposte. Fattosi più oscuro, Paolino, attaccato con gli occhi al bianco di quella bella persona distesa, da cui pareva che emanasse un chiarore, provò un piccolo stringimento alla gola e un sentimento di vertigine. Sospirò come un ragazzo che piange in sogno. Quasi non distingueva più tra questa donna e quell’altra....

Il magnetizzatore aggiustò un poco la testa della donna colle mani, come si farebbe con una bambina morta che si mette nella bara, le sussurrò qualche buona parola di incoraggiamento. Si collocò diritto davanti, presso lo sgabello, si concentrò nella barba, inarcò le ciglia, guardando verso un angolo della stanza: abbassò quello sguardo severo sulle scarpette rosse della donna, risalì con quello [p. 337 modifica]sguardo lentamente su tutta la persona, lo arrestò, lo aguzzò come una lesina, lo conficcò qua e là nella carne viva, ed allargando d’un tratto le mani a un gesto di sacerdote che celebra, restò lì, come stecchito, colle mani nell’aria.

L’operazione era cominciata. Paolino non respirava nemmeno.

Seguirono i passi magnetici: ed allora Anita mandò un sospiro che parve un gemito. Le mani del mago, lunghe, magre, a nodi, come quelle di uno scheletro, colle unghie lunghe e tagliate a punta di mitra, uscivano con mezzo braccio nudo fuori dalle maniche della camicia, agitandosi, snodate come due proboscidi. Quindi presero a tremolare col battito leggero e mutabile dei pipistrelli e a sonare nell’aria delle variazioni. Quando il mago ebbe tanto in mano da poter essere sicuro del fatto suo, distese il gesto, costruì un bellissimo arco e sull’arco un catafalco.

Paolino non batteva occhio.

Poi l’uomo si voltò di fianco per tirare una corda invisibile, e tirò un pezzo, alternando una mano all’altra, come se cavasse un secchio dal pozzo. E dalla corda il birbone seppe ancora cavar fuori un arcobaleno che disegnò sul suo capo bello, chiaro, che gli splendeva negli occhi, che lo faceva [p. 338 modifica]sorridere, che lasciò Paolino ancora più affascinato.

La povera madama Anita intanto seguitava a sospirare, a contorcersi. Erano tali gli stiramenti del suo povero corpo, e i gemiti piagnucolosi che le uscivano di bocca, che Paolino incominciò a intenerirsi e a soffrire con lei.

— Ci vedi? — chiese il dottore con una voce di uomo che dorme.

— Poco — rispose Anita con un sospiro che usciva di sotterra.

— Che cosa vedi?

— Un muro.

— Essa vede un muro — soggiunse il dottore, volgendosi verso il signore.

Questi schiuse un poco la bocca, come se facesse uno sforzo per parlare, e rimase così.

Con un movimento rapido e quasi stizzoso, l’altro ripetè tre volte sulla testa della paziente un gran nodo di Salomone, lo strinse, lo spremè nelle palme come uno strofinaccio, e ne spruzzò il sugo nelle narici di Anita con tre buffetti della dita.

Girando mollemente il braccio sinistro, cinse e chiuse nel circuito magnetico anche la testa di Paolino, si impadronì di non so qual fluido, pigliandolo coll’atto lesto di chi piglia un pesce che scappa dalla cesta, e disse: [p. 339 modifica]

— Metta pure i capelli del soggetto tra le dita della paziente e faccia con piena confidenza d’animo quelle domande che crede.

E sparì, lasciando solo Paolino con quella donna addormentata.

Sulle prime a costui venne un’idea strana, cioè d’infilar l’uscio e di scappare: ma non si fidò; e poi bisognava pagare. Che cosa doveva dire? come poteva muovere le mandibole che parevano scassinate? la sonnambula lo aspettava in silenzio, senza dare nessun segno di impazienza, senza mandare un sospiro. Pareva morta, morta davvero. Paolino palpitando introdusse e intrecciò delicatamente alle sue dita la ciocchetta dei capelli, che Anita strinse, e cominciò a palpare sempre cogli occhi chiusi e colla testa rovesciata indietro, coi piedi allungati sullo sgabello.

Dopo un bel momento di silenzio, dimandò con un vocino tenero, amoroso, tutto affetto e compatimento:

— Te vuoi sapere?

— Se mi vuol bene.... — balbettò in fretta Paolino, arrossendo come un ragazzo che si lascia cogliere sulla pianta dei fichi.

— Vedo bene che tu l’adori come le viscere del cor.

Paolino chinò la testa. La voce armoniosa e molle di Anita sollevò tutto quel mucchio [p. 340 modifica]di cose, che da qualche mese in qua egli era andato collocando nel cuore.

— Forse che ti pare freda? — chiese ancora col suo bell’accento di Verona la nipote del cardinale. — Ma non aver paura, non passerà la bela luna d’agosto e tu sarai felice appien. Dammi la mane.

Paolino stese la mano alla donna, che la strinse fra le sue e l’appoggiò sul suo petto alto, tenero e caldo. Tenendolo a quel modo prigioniero, seguitò:

— Tu sei un ragazzo timido, pien de passion, ma in amor ce vuole pazienza, o no se fa niente. C’è chi le fa la corte.

— Chi? — potè finalmente con un supremo sforzo di volontà pronunciare il pover’uomo, come se movesse un macigno.

— Uno che le sta molto vicin. Ma la bela luna di agosto sarà favorevole a te, perchè chi più ama de cor ha sempre rason. Procura intanto de bever tre volte nello stesso bicchier e trova il mezzo di condurla qui che la toccherò colla mane riscaldata dal tuo calor. Esponi intanto tutta la fiamma del tuo ardente affetto e lascia pure cadere le lacrime del tuo cordoglio. Io leggo nel bianco libro del vostro destin, che sta a me davanti, la vostra bela felicità vostra di voi, quando divenuti insieme amanti e sposi, riposerete nell’angolo del domestico fogolar. Oh la [p. 341 modifica]soave gioia! Questi capeli mi dicono una dona freda in apparenza, ma ardente carattere nella confidenza d’amor. Beato l’uomo che poserà la testa sul suo sen.

— Sei stanca? — dimandò improvvisamente la voce del professore.

— Vedo ancora un muro.

— Segno che il medium non ha più la visione o che un invidioso spirito s’interpone a che la signoria vostra pigli la conoscenza della verità. C’è forse della gente che invidia la felicità di questo bravo signore? — chiese per conto suo il professore alzando la voce.

Anita non rispose.

— Parla! — comandò il barbone, lanciando in viso alla donna due pugni d’aria.

— Ahi! Ahi! — esclamò lamentandosi Anita.

— Abbiamo anche dei mezzi coercitivi che costringono le forze superiori. Non ha che a guardare la tariffa.

— No, può bastare — si affrettò a dire Paolino, sbalordito, mentre la donna andava ripetendo:

— Signor, Madonna, che affanno!

— Parla.... — ripetè quel feroce tiranno.

— La lasci stare — osò dire Paolino.

— Alle volte basta un passaggio.

Il dottore tentò un ultimo sforzo.

Si sollevò sulla punta dei piedi e alzò le mani aperte come due ventagli. [p. 342 modifica]

— No, Marco, no, Marco.... — strillò la poveretta, contorcendosi come una indemoniata.

— No, Marco.... — pregò anche Paolino, che si sentiva venir voglia di piangere.

Il dottore corse sopra la paziente, soffiò due volte sul suo viso e la svegliò.

— Grazie, poverin — disse la donna sorridendo.

— Quanto devo? — chiese Paolino, avviandosi verso l’uscio.

— Vedremo la clessidra.

L’orologio a polvere, posto sul tavolino innanzi agli occhi onesti del capo di morto, disse con precisione molecolare che il signore non doveva che tre lire, salva la sua buona grazia.

— Quando vossignoria desiderasse, ci abbiamo anche la tavola psicografica — aggiunse il dottore nell’accompagnarlo.

— Grazie.

— Marco! — chiamava Anita nell’altra stanza.

— Sta zitta, vengo, angelo. La tavola psicografica segna col semplice contatto della mano in cinque minuti tutte le risposte che si desiderano. È uno dei più forti argomenti per dimostrare l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. Profondi filosofi, speculatori metafisici e benefattori dell’umanità hanno scoperto che la terra e il cielo sono popolati di [p. 343 modifica]spiriti buoni e di spiriti mali — (per di qua signore) — di spiriti superiori e di spiriti inferiori, e quando un soggetto, previa una calda aspirazione al Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, invita nel raccoglimento del suo pensiero con sommissione uno di questi spiriti o l’anima eterna di un caro estinto, sia ombra di grande illustre o vuoi poeta o condottiero di eserciti o anima di parente sepolto....

Paolino andava grattando l’uscio per aprirlo.

— .... lo spirito tratto dalla simpatia e dalla coercizione non può a meno.... A rivederla, signoria.

L’uscio si chiuse ai calcagni di Paolino che, fermatosi un momento sul pianerottolo per ricuperare il senso delle cose umane prima di discendere la scala, sentì dietro di sè un tabusso indiavolato, in cui entravano ancora i coturni.