Di una nuova zecca dei Conti Aldobrandeschi

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Alessandro Lisini

1895 D Indice:Rivista italiana di numismatica 1895.djvu Rivista italiana di numismatica 1895 Di una nuova zecca dei Conti Aldobrandeschi Intestazione 4 aprile 2018 75% Da definire

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DI UNA NUOVA ZECCA


DEI CONTI ALDOBRANDESCHI1




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Che la potente famiglia dei Conti Aldobrandeschi di Santa Fiora avesse battuto moneta, primo a darne sentore fu Giovan Battista Vermiglioli, nelle sue memorie Della Zecca e delle monete perugine2. Egli citò un documento perugino del 1267 dove sono ricordate alcune monete S. Flore, Viterbiensis et de Saxola. Ma la prima moneta degli Aldobrandeschi, posseduta dai sig. Mazzetti di Chiusi, fu fatta conoscere ai numismatici dal comm. Gaetano Milanesi, che la pubblicò con un’ampia illustrazione nel primo volume del Periodico di Numismatica e Sfragistica diretto dal compianto marchese Carlo Strozzi3. Il dotto illustratore molto si diffuse sulla ricerca del privilegio imperiale che accordò a questa illustre famiglia il diritto di batter moneta nel proprio feudo. E trovato che il 10 agosto 1164 l’imperatore Federico I, con privilegio munito di bolla d’oro, avevale concesso ampie regalie, egli crede che in virtù di quelle gli Aldobrandeschi avessero aperto la zecca. Non contraddirò il valente illustratore, ma forse gli Aldobrandeschi per batter moneta non ebbero bisogno dell’assenso imperiale, come ne fecero a meno alcune città, e altri feudatari che pur coniarono moneta nel tempo medesimo.

[p. 206 modifica]La moneta illustrata dal Comm. Milanesi è di lega, o come allora dicevasi di bolzone4 e oggi dicesi biglione, che è un composto di rame e d’argento. Nel diritto leggesi: + COMES • PAL • e nel centro vedesi la croce. Nel rovescio:+ SCA • FLORA • e nel mezzo sta il protome della Santa con nimbo in capo e con la mano destra alzata, in atto di benedire, mentre con l’altra tiene un giglio. L’esemplare che servì al Comm. Milanesi non era ben conservato ed egli intravide nel diritto della moneta, tra le lettere PAL • un punto dopo il P, e ciò gli fece leggere Comes Palatinus Aldobrandus o Aldobrandinus; e nel rovescio gli sembrò di scorgervi la Santa con piccolo vessillo crociato nella mano sinistra e un fiore nella mano destra5. Nei tre o quattro esemplari che potei raccogliere per il Museo Numismatico della R. Accademia dei Fisiocritici, evidentemente leggesi COMES • PAL • cioè Comes Palatinus, senza il nome proprio del conte. Questa moneta appartiene a quella categoria di denari detti provisini o provenigini, dei quali occorrevano duecentoquaranta per formare una lira. Essi furono battuti in buon numero nelle zecche di Roma, Siena, Arezzo, Perugia, Cortona, Viterbo, Orvieto e Acquapendente6 quando questa regione dell’antica Tuscia aprì largo commercio di siffatta moneta nelle fiere di Francia, di Germania e d’Inghilterra7. Noi troviamo che a questa speculazione, non solo si dettero le città, ma anche tutti i conti e signori che ebbero feudo in quel territorio.

Vincenzo Bellini fino dal 1779 pubblicò un denaro con [p. 207 modifica]+ S • LAVRENTIVS • e il busto del Santo da una parte, e + COMES • ANG-VIL • e croce, dall’altra8. Egli non si ingannò nell’attribuirla a quel Pandolfo conte dell’Anguillara, famoso guelfo che ebbe per conto della Chiesa grandi contese col suo vicino Pietro da Vico9 ma cadde in errore a crederla battuta nel 1275 in Viterbo, quando il Conte reggeva la potesterìa di quella città. E ornai noto che nessuna repubblica permise ai podestà di mettere il loro nome nelle monete, e quindi questa dovette essere stata battuta nel suo feudo dell’Anguillara10. E monete simili furono battute dallo stesso suo parente e rivale Pietro da Vico dei Prefetti di Roma nel castello di Vico11.

La moneta degli Aldobrandeschi, pubblicata dal Comm. Milanesi, appartiene a questo medesimo tempo, cioè alla metà del secolo XIII; e fu fatta coniare, non dal conte Aldobrandino VII da Pitigliano, bensì da Aldobrandino suo nipote detto S. Fiora, nato da Bonifazio suo figliuolo. Il tipo della moneta e le cose che sto per ricordare, danno la conferma.

Tra Aldobrandino maggiore e i fratelli Guglielmo, Bonifazio e Aldobrandino minore, figli del conte Aldobrandmo da Pitigliano, poco dopo la morte del padre, naccjuero grosse contese fino a farsi guerra tra di loro. Per ristabilire in qualche modo la concordia, nel 1216 fu dato incarico a Giovanni Giudice, console romano e podestà d’Orvieto, di dividere in quattro parti la contea12. Una delle quali fu [p. 208 modifica]consegnata a Aldobrandino maggiore: ma morti i due Aldobrandini senza figli, tutta la contea tornò ai fratelli Bonifazio e Guglielmo. Bonifazio premori al fratello e lasciò un figlio chiamato Aldobrandino che risiedette in S. Fiora; Guglielmo invece ebbe due figli maschi. Uno fu quel conte Umberto, ricordato da Dante13, ucciso dai Senesi per la sua grande arroganza, nel castello di Campagnatico. L’altro si chiamò esso pure Aldobrandino e per distinguerlo dal cugino di S. Fiora fu soprannominato il conte Rosso. Esso risiedette sempre a Sovana fino al 1284, anno in cui mori, mentre il padre abitò in Grosseto. Ambedue tennero per parte guelfa e furono avversi ai senesi fino a che il partito ghibellino ebbe il predominio sulla Repubblica, e avversi si mostrarono allo stesso conte Aldobrandino di S. Fiora che parteggiò sempre per i ghibellini.

La moneta che pubblico è di lega e fu fatta coniare dal conte Aldobrandino detto il conte Rosso come rilevasi dalla leggenda. Nel diritto della moneta leggesi + COMES • RVBEV • (Comes Rubeus) e nel mezzo vedesi la croce come è in tutti gli altri denari provisini. Nel rovescio: + SANT • PETRV • (Santus Petrus) in mezzo il protome del Santo con aureola in capo e una grande chiave nella mano destra. Questa moneta fu battuta in Sovana, residenza del Conte, perchè il Santo ivi effigiato è il patrono di quell’antica città.

Non può quindi nascere dubbio che l’altra moneta Aldobrandesca, col nome e l’effigie di S. Fiora, sia stata coniata nel feudo di S. Fiora dal Conte Aldobrandino di Bonifazio, poichè questi due denari appariscono del medesimo tempo.


A. Lisini.               





Note

  1. Dalla Miscellanea Storica Senese, Anno III, nn. 1-2.
  2. Perugia, Tip. Baduel, 1816, p. 24.
  3. Anno I. Firenze, Ricci, 1868, p. 110.
  4. I Senesi da bolzone formarono la parola bulgano e bolgano, con la quale indicarono la zecca ovvero il luogo dove battevan monete.
  5. Questa moneta fu di nuovo pubblicata dal cav. Narciso Mengozzi nel primo volume delle Note storiche sul Monte de’ Paschi di Siena. Siena, Lazzeri, 1891.
  6. Assegno al paese di Acquapendente quella monetuccia di lega (che è egualmente un provisino) in cui leggesi da una parte patrimonivm con la croce nell’area, e dall’altra beati petri e due chiavi nel centro. Questa moneta che è attribuita a Viterbo e a Orvieto, devesi riportare ad Acquapendente, perchè era il luogo dove costantemente risiedettero i Rettori del Patrimonio.
  7. Cfr. l’opera già citata Il Monte de’ Paschi di Siena, etc. Parte I.
  8. V. Bellini, De Monetis Italiae medii evi, hactenus non evulgatis. Novissima dissertatiio. Ferrara, Rinaldi, 1779, p. 96.
  9. Cfr. Muratori, Scriptores rerum italicarum. Tomo III, Vita metrica.
  10. Nella collezione della R. Accademia dei Fisiocritici conservansi due esemplari di questa rara moneta.
  11. La moneta ha nel diritto: + peter d’vico Petrus de Vico, croce nel mezzo. Nel rovescio: + prefet’vrh’ Prefetus Urbis, busto del Prefetto con berretto in testa a pendagli e una rosa nella mano destra. Un esemplare di questa rarissima monetina, spedito a Roma perchè ne fosse tratto il disegno per illustrarla negli Atti della Società di Storia Patria Romana, malauguratamente venne smarrito. Vedesi pubblicata nel I Vol. delle Note storiche sul Monte dei Paschi, qui avanti citate.
  12. Fumi L., Codice diplomatico della città d’Orvieto. Firenze, Vieusseux, 1884, p. 74.
  13. Divina Commedia: Purgatorio, Canto XI, v. 58-87.