Dialoghi dei morti/20

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20. Menippo, Eaco, ed alcuni filosofi

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Luciano di Samosata - Dialoghi dei morti (Antichità)
Traduzione dal greco di Luigi Settembrini (1862)
20. Menippo, Eaco, ed alcuni filosofi
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Menippo.
Deh, per Plutone, dimostrami, o Eaco, tutte le cose dell’inferno.
Eaco.
Tutte, è difficile, o Menippo: ma le principali eccole. Questo è Cerbero, ed il sai. Il nocchiero che ti tragittò, il palude, Piriflegetonte, l’hai veduti quando sei entrato.
Menippo.
So questo cose: ho veduto te, che se’ portinaio, ho veduto il re, e le Erini, ma additami gli uomini antichi, specialmente i più illustri.
Eaco.
Ecco: questi è Agamennone, questi Achille, quest’altro vicino è Idomeneo, poi Ulisse, appresso Aiace, e Diomede, e tutto il fiore dei Greci.
Menippo.
Capperi, o Omero, quanti di questi fiori de’ tuoi poemi sono già sfiorati, appassiti, gettati, spregiati, e non rendono più odor di vero al naso di nessuno!1 E questi, o Eaco, chi è?
Eaco.
È Ciro: e questi è Creso; e questi che gli sta vicino, è Sardanapalo: di sopra gli è Mida: e quegli è Serse.
Menippo.
Oh, se’ tu, o malvagio, che désti quella battisoffia alla Grecia, congiungesti l’Ellesponto, e volevi far mare dov’eran monti? Oh come è divenuto Creso! A Sardanapalo vorrei dar proprio una ceffata: me lo permetti, o Eaco?
Eaco.
No, statti: gli spezzeresti quella testolina di donna.
Menippo.
Vo’ gittargli proprio una sputacchiata a questo bagascione.
Eaco.
Vuoi chi’io ti mostri i sapienti?
Menippo.
Sì, per Giove.
Eaco.
Ecco, questo primo è Pitagora.
Menippo.
Salve, o Euforbo, o Apollo, o chi vuoi tu.
Pitagora.
Salve anche tu, o Menippo.
Menippo.
Hai più quella tua gamba d’oro?
Pitagora.
No. Ma fammi vedere se hai cosa da mangiare nella bisaccia.
Menippo.
Fave, o caro: non è cibo per te.
Pitagora.
Dammele qui: tra’ morti altre dottrine. Ho imparato che qui non han che fare le fave con le teste dei genitori.2
Eaco.
Questi è Solone di Esecestide, e quegli è Talete, con loro è Pittaco, e gli altri: son tutti e sette, come vedi.
Menippo.
Sereni e lieti son questi soli fra tutti, o Eaco. E colui, che è tutto pieno di cenere, come focaccia cotta sotto la bragia, ed è tutto fiorito di scottature, chi è?
Eaco.
È Empedocle, che ci è venuto così mezzo abbrustolato dall’Etna.
Menippo.
O valentuomo col piè di bronzo, e perchè ti gettasti nel cratere del fuoco?
Empedocle.
Per una malinconia, o Menippo.
Menippo.
No, per Giove: ma per una pazzia, una vanagloria, una stoltezza grande: queste fecer carbone di te e delle scarpette, e meritamente. Ma ti facesti il conto senza l’oste: fosti veduto quando morivi. E Socrate, o Eaco, dov’è?
Eaco.
Suole piacevoleggiare con Nestore e Palamede.
Menippo.
Vorrei vederlo, se è qui.
Eaco.
Vedi quel calvo?
Menippo.
Tutti son calvi: questo segno non distingue nessuno.
Eaco.
Quel nasetto dico.
Menippo.
E torni? qui non ci ha nasi affatto.
Socrate.
Cerchi me, o Menippo?
Menippo.
Sì, o Socrate.
Socrate.
Che nuove d’Atene?
Menippo.
Molti de’ giovani dicono di filosofare: e a riguardar le vesti e l’andare ei ci sarien di gran filosofi assai.
Socrate.
Assai di questi io ne vidi.
Menippo.
Vedesti, pensomi, come ti sono venuti qui Aristippo tutto spirante odore d’unguento, e Platone ammaestrato in Sicilia a carezzar tiranni.
Socrate.
E di me che pensano?
Menippo.
Per questo tu sei il più fortunato uomo del mondo. Tutti credono che tu fosti un miracolo d’uomo, che sapevi tutte le cose, quando (ora si può dire la verità, credo) tu non sapevi niente.
Socrate.
Io lo dicevo questo a tutti: e quei credevano ch’io lo dicessi per ironia.
Menippo.
Chi son cotestoro che hai vicino?
Socrate.
Carmide, Fedro, ed il figliuolo di Clinia.
Menippo.
Bene, o Socrate: anche qui con l’arte tua, anche qui sei tra be’ garzoni.
Socrate.
E che potrei fare di più piacevole? Ma adágiati vicino a noi, se ti aggrada.
Menippo.
Io men vo da Creso e da Sardanapalo, per allogarmi vicino ad essi. Io soglio farmi le più grosse risa quando gli odo piangere.
Eaco.
Ed anch’io me ne vado: se no qualcuno di voi altri morti se ne scappa. Un’altra volta vedrai il resto, o Menippo.
Menippo.
Vattene, o Eaco: chè questo mi basta.


Note

  1. Nel testo è un certo bisticcio, che non avria avuto nè senso nè grazia tradotto in italiano a parola: onde io ho detta la stessa cosa con altra immagine: e credo di non aver fatto male.
  2. Si sa che Pitagora vietava ai suoi discepoli il mangiar fave: e contano tra le calunnie e le beffe dette di questo filosofo, che ei dicesse esser tale misfatto il mangiarne, quale sarebbe mangiar la testa del proprio padre.