Discorsi, e lettere/Discorso intorno alla superbia delle Donne

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Discorso intorno alla superbia delle Donne

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Discorso intorno alla superbia delle Donne
Lettera al medesimo intorno alla ritiratezza delle Donne Discorso intorno alla precedenza conceduta alle Donne
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DISCORSO

Intorno alla Superbia delle Donne.


SPesse volte, valorosi, ed onorandi Messeri, sarei certamente andata meco medesima ricercando, d’onde la Donna traesse l’origine, e s’ella fosse creatura razionale, o irrazionale, ovver fattura perfetta, o imperfetta della mano di Dio, quando io e dell’origine, e d’ogn’altra sua cosa stata non fossi dalle sagre carte illuminata; imperciocchè dicon queste: Dopo avere il sommo Iddio creato l’uomo, pensò di fargli una compagna simile allo stesso, perchè gli servisse d’ajuto: e perciò mentre riposava, gli trasse una costa, e da questa formonne la Donna. Ora certificata io dell’origine sua nobile, e della sua perfezione rispetto a quanto può darsi perfetta una cosa in terra, mi cadde in pensiero di riflettere alquanto sopra la natura, ed i difetti della stessa, e donde sì di sovente tanti inconvenienti e disordini per cagion sua tuttogiorno accadano. Le maldicenze, le discordie, le puntigliose dispute, le menzogne da chi vengono ordinariamente accese, suscitate, e seminate? dalle Signore Donne (voi, dotti Amici, non vorrete negarmelo), dalle Signore Donne, che onorate col nome di bel sesso. Quindi pur troppo ne [p. 46 modifica]nascono funesti effetti tra le dimestiche pareti, nelle cittadi, e nelle provincie intere. Origine di tanti mali non può non essere che quel brio, quello spirito altero, appellato così da’ Signori Uomini, e il quale in buon Italiano si direbbe la superbia femminile, che, come leggo in Frate Jacopo Passavanti, i Santi Padri così diffiniscono: Quid est superbia, nisi perversæ celsitudinis appetitus? Questo appetito si vede dominare pur troppo nella nostra prima Madre anzi di peccare; poichè lo Spirito dì menzogna la indusse a mangiare il vietato frutto soltanto allora, quando l’accertò, ch’ella sarebbe divenuta eguale a Dio. Questo ci fa scordare il rispetto al marito, l’amor di madre, il dover di figliuola, l’obbligo di cittadina.

Semiramide invasa dall’ambizione, dopo aver ucciso il marito, non tenne il proprio figliuolo Nino dimesso in abito femminile tra le ancelle di Corte a trattar la conocchia ed il fuso, quasi vil donna, e solo a fine di dominar essa, e maneggiare a suo talento lo scettro appartenente al giovane Principe avvilito? Laodice dopo la morte del marito non avvelenò ella barbaramente cinque suoi piccioli figliuoli per continuare a regnar essa sola sul trono della Cappadocia? E che non seppe fare Cleopatra, perchè da Marcantonio si uccidesse Cesare, onde poter ella regnare con esso lui? Ma che occorre, Signori miei, ch’io rintracciando nelle antiche storie l’ambizion delle femmine, vada ora traendola a nuova luce, se la presente età ce ne somministra un [p. 47 modifica]modello de’ più mostruosi, che immaginar si possano; nella persona di Donna Eleonora Marchesa di Tavora, la quale sopra un infame palco sagrificò alla sola ambizione il marito, il figliuolo, il genero, se medesima, i beni, l’onore, e finalmente l’intera famiglia nell’enorme congiura, che macchinò, e scoppiar fece l’anno scorso in Lisbona contro la persona del suo proprio ed ottimo Sovrano il Re di Portogallo? Hanno certo le Donne, (e sia detto in buona pace, che sono donna anch’io, e non tendo, nè tenderò giammai a sottrarmi da sì grazioso numero), hanno, dissi, le Donne per natura un certo non so che, per mezzo del quale inclinano di soverchio a dominare; venga poi questo o per l’origine loro, dirò così, nè v’incresca, ch’io vel dica in faccia, più nobile di quella dell’uomo, perchè formate di carne, e non di semplice limo; o venga per l’ingegno loro assai perspicace, o per la fantasia viva ed accesa, io non saprei sì di leggieri decidere. Ben mi cade in acconcio di farvi osservare, come un tale impulso oltre all’essere naturale, viene ancora in noi fomentato da coloro, che fingendosi amici tuttogiorno nelle nostre case frequentano. A taluna parrà d’esser bella, o graziosa, o spiritosa, o saggia, e nol sarebbe in realtà, e non le parrebbe d’esserlo forse, quando la turba adulatrice non le sonasse all’orecchio con pregiudizio di non mai conoscer, e corregger se medesima, lodi menzognere, incantatrici, e perniciose, le quali non vagliono ad altro, che a far vivere la meschina in perpetuo [p. 48 modifica]inganno, e ad accrescer con questo nell’animo le radici della superbia, a modo e verso che di semplice virgulto diventi questa un albero sterminato, sotto il peso e la grandezza del quale soccombere al fin debba la Donna.

Dotti, e valorosi Amici, volete vederla meno ambiziosa? e che per conseguenza apportar non possa cotanti svantaggi all’umana società? Sgridate coloro, che l’attorniano, instillate loro buone massime, fate, che sentendo il sapor delle lettere fuggano l’ozio, i soverchi passatempi, e quella svogliatezza loro indivisa compagna; e vedrete cangiarsi tosto la perniciosa scena. Voi intendete quanto la Donna abbondi d’ingegno, e di abilità; mettetele dunque a’ fianchi saggi, e dotti uomini, che glielo addestrino alla cognizione di se medesima, al retto pensare, e finalmente al governo delle proprie passioni. Le Donne Spartane solevano dire a’ loro figliuoli, quando andavano in guerra: O tornate con lo scudo, o sopra lo scudo alle paterne case, altrimenti non sarete conosciuti da noi per figliuoli. Tanto poteva in quelle femmine l’esempio valoroso de’ loro mariti! Queste erano pur Donne, Signori miei, come noi siamo, e potevano commettere de’ mancamenti egualmente che noi; ma nella società di valorosi uomini eccole valorose, eccole armigere, eccole coraggiose quanto essi. Clelia nobilissima Giovane Romana, cui l’esempio della sua Repubblica accrebbe il valore trasfusole nelle vene da’ suoi maggiori, non liberò ella la sua patria, allorchè passando intrepida per [p. 49 modifica]mezzo il campo dell’inimico Re Porsena seco trasse l’altre nobili Donzelle, ch’erano per ostaggio appo lo stesso Re, senza temer periglio nè morte? Zenobia Regina de’ Palmireni non solo dilatò i confini del proprio Impero, ma lungamente sostenne la guerra contro de’ Romani, cosicchè fu d’ammirazione allo stesso Imperador Aureliano, il quale nell’atto, che vinta gli si presentò innanzi, dimandolla, perchè tanto ardire avesse avuto d’opporsi all’armi Romane? Alla qual richiesta intrepidamente rispose la forte Donna: Perchè nè Gallieno, nè alcun altro de’ tuoi Capitani mi poteva togliere la speranza di divenire, ove la fortuna non m’avesse tradita, compagna nel medesimo Impero, e Consorte a te, che veramente sai vincere. Le leggi divine, e umane ordinano alle Donne di viver soggette agli uomini. Questa soggezione mi sembra doversi prendere puramente nel senso presente, cioè di ubbidire a’ precetti, che a noi vengono imposti. Ora, se questi precetti saranno rei, vedremo le meschine per cagione altrui sepolte ne’ vizj, maldicenze, e ogn’altra sorta di brutture. Se allo incontro saranno dirette da saggi, valorosi, civili, colti, e discreti uomini, fioriranno tosto le case, le città, e le provincie; e si vergogneranno ben anco di comparire a queste innanti que’ cotali maldicenti, quegli scioperati, ed incolti, e malcreati uomini, che per l’addietro disconvenevol corona loro facevano. Anzi avviliti eglino perchè sorpresi [p. 50 modifica]dalla buona, e luminosa condotta delle Donne, non oseranno comparir loro a fronte per non essere obbligati di apprender una volta la saggiezza da quel sesso, che dovea esser da loro medesimi corretto non che istrutto. Giacchè dunque sono egualmente le Donne che voi, dotti, e graziosi Amici, creature uscite dalla mano dell’ottimo e massimo Iddio senza distinzione, o eccezione alcuna, impiegate l’ingegno vostro alla coltivazione dello spirito loro, all’insinuazione in loro delle buone massime, affinchè correggendo esse una volta il difetto predominante, cotanti disordini all’umana società non apportino. Quello, che più dovrebbe interessarvi, si è, che non volendovi dichiarare nemici loro, ma ben anzi amici, verrete in tal maniera a somministrare ad esse campo di godersi quella quiete d’animo, che non seppero posseder elleno per l’addietro. Fate conto, che sieno sorelle l’avarizia, e la superbia, poichè, se quella ha sete smoderata di oro, questa avvampa di desiderio insaziabile d’aggrandir se medesima ogni momento. E da questo desiderio continue inquietudini ne derivano, e rancori eterni, che poi a finir vanno colle desolazioni dell’animo, di quell’animo io dico, che moderato dal buono esempio, e dalla virtù, non ha meno d’attività, che il vostro maschile, onde giovare alle famiglie, alle città, alle Repubbliche, giacchè, per metter fine a questo mio breve discorso, più di me sapete, quanto inculcasse Platone di dover lasciar alle sole Donne il maneggio de’ pubblici affari, e quai cose eccellenti ne cantasse il Ferrarese Omero.