Discorso sul testo della Commedia di Dante/XVII

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XVII

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XVI XVIII

[p. 149 modifica]XVII. Or quando scrittori di tanta mente per via di date congetturali prestano forme e certezza a nozioni vaghe e oscurissime, e le fanno risplendere come vere, ei costringono l’uomo, o alla credulità ed al silenzio, o a meschine fatiche e al pericolo di controversie, e per cose di poco momento al più de’ lettori. Que’ molti i quali fanno cominciare, progredire e finire la Commedia di Dante con ordine cronologico stabilito sopra diverse allusioni, sono tutti scrittori gravi; e il loro errore comune andrebbe dissimulato per riverenza, se non chiudesse la via migliore ed unica forse che guidi a emendazioni certe del testo. Due soli, a quanto io mi sappia, primo il Boccaccio, e, dopo quattro secoli e mezzo, il Sismondi, congetturarono che alcuni passi dell’opera, quantunque per avventura finita quanto al disegno, fossero stati ritoccati da Dante a innestarvi cose avvenute più tardi1. — Ed è ipotesi di uomini sperimentati nel difficilissimo studio di comporre; e per essa le epoche dell’incominciamento e del termine di tutto il lavoro rimarrebbero indipendenti dalle allusioni aggiuntevi poscia. Se non che quella lite de’ municipj che tutti si vantano di avere veduto nascere quel poema, agguerrì ogni scrittore non fiorentino contro al Boccaccio, perch’ei racconta che i primi sette canti furono poscia alterati, ma composti a ogni modo innanzi [p. 150 modifica]la cacciata del poeta in Firenze. Nè la Storia delle Repubbliche, comechè letta ed ammirata dagli Italiani, può al parere de’ loro eruditi antiquari competere d’autorità con que’ tanti volumi, dove con apparato di disquisizioni laboriosissime mille minime date sono scoperte e assegnate a mille minimi fatti. Autori di volumi sì fatti possono impunemente sbagliare e sfidare l’altrui pazienza a loro agio; da che rari, se pur taluno, vorranno leggerli e rileggerli attentamente e chiamarli ad esame. Invece negli scrittori luminosi e facondi gli errori sono facili a scorgersi; per ciò, quantunque il Boccaccio nella Vita di Dante manifesti più mente che in tutte le altre opere sue, le poche cose nelle quali ei talor s’ingannò, bastarono a levare ogni fede a qualunque parola di quel primo e forse più degno storico del poeta. Bensì il Pelli per lungo circuito di contraddizioni, ripetizioni e quistioni e soluzioni che a un tratto si risolvono in nuove quistioni, oltre a quelle tante rappezzature chiamate note, e note alle note, e più ch’altro con citazioni d’autorità senza fine, si procaccia credenza. Riversando sopra i lettori il disordine, il gelo e le tenebre della sua mente, riesce ad intorpidirli; nè presumono che uno scrittore sì scrupoloso e indefesso a discernere la verità, possa averla mai traveduta. Però e dotti e mezzidotti si sono sempre fidati a raccogliere da quel libro la parte maggiore e la più sicura degli aneddoti, delle date e de’ documenti atti ad illuminare la vita e il poema di Dante. Ed io era uno de’ molti, finchè tale che è dotato di più acume e pazienza m’additò come il Pelli, dopo avere ripetuto con Dante che Beatrice gli era minore d’un anno, procede a ogni modo a nuovissimi computi, e vi ritorna in diversi luoghi, e vi s’intrica in guisa ch’ei trova Dante, or coetaneo di Beatrice, or più vecchio e più giovane talor d’un anno, talor di mezz’anno, e talor d’un unico mese2. Così per troppa vanità di appurare date superflue, molti scrittori pervertono quel vero che è necessario alla storia e sufficiente alla critica letteraria.


Note

  1. Histoire des Répub. Ital., vol. IV, pag. 187.
  2. Memorie per la Vita di Dante, ediz. Zatta, pag. 65, e la nota 3, 4, e altrove.