Donne illustri/Donne illustri/Tarquinia Molza

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Tarquinia Molza

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[p. 62 modifica]TARQUINIA MOLZA [p. 63 modifica]










Di Tarquinia Molza, modenese, si può dire quel ch’ella scrisse di un certo Bartolo in un epitaffio in dialetto modenese:


I so virtù, fiù, ern’ tant,
Ch’ a dirl’ tutt’ quant
Al sre un vler vuder
Al mar cun un cuchier.


Era nipote dell’elegantissimo poeta Francesco Molza, il padre Siceo del Caro, il favorito della meravigliosa Giulia Gonzaga, il perpetuo innamorato; nata da Camillo, figlio di lui, e da Isabella Colombi il 1° novembre dell’anno 1542. Fra i [p. 64 modifica] suoi maestri ebbe il gran platonico Francesco Patrizio, che la introdusse alla conoscenza della lingua greca; Giovan Maria Barbieri, che la addestrò nella toscana, ed un rabbino Abramo, che le insegnò l’ebraico. Le donne di quell’età, non solo in Italia, ma in Inghilterra e in Germania, studiavano le lingue dotte, come appena si fa ora l’inglese o il tedesco, senza nota di pedanteria e senza danno de’ più gentili esercizi.

Ella dettava epigrammi in greco, in latino e in italiano; suonava la vivuola e il liuto e cantava egregiamente; e si notava per meraviglia che con la vivuola, oltre il liuto, soleva musicalmente suonare una parte, unendovene un’altra con la voce: «Cum ad hendecachordum canis (le dicea il Patrizi), cum acutam gravemque eodem utramque tempore alteram ad lyram pulsas, alteram cantas Gratiæ te omnes ornant, circumstant, stupescuntque.» (Poniamo queste parole latine perchè le nostre belle lettrici provino se qualche professore ne sa più di loro). E questa donna, secondo lo stesso Patrizi, s’era avvolta per gli spineti della logica, pei verzieri della filosofia morale, pei nervi e i muscoli della fisiologia, e s’era invasata tutta quanta la teologia cattolica senza perdere punto della sua grazia, della sua festività, della sua gentilezza.

Il 7 febbraio 1560 sposò Paolo Porrino, che morì il 30 agosto 1569, e la lasciò erede usufruttuaria di tutti i suoi beni per tutta la vita di lei. Ed ecco che oltre le spine della logica e della teologia si trovò avvolta in ventidue capi di lite. Un tal Geminiano Patini la aiutò a stralciare queste nuove difficoltà, e con gran fervore, essendo un po’ innamorato: credè pertanto aver acquistato qualche merito con [p. 65 modifica] lei, e le si offerse a consorte. Ma ella voleva rimaner vedova, e figurò questo suo proposito nell’impresa di una vite potata che avea presso un olmo tagliato e caduto in terra:


Qual vite al campo sola
Vivere ornai disegno,
Poiché il primo sostegno

Mi tolse Chi le cose umane invola...


Lasciamo il motto latino «Non sufficit alter.» (Non v’ha surrogante) per non far fuggire la Moda. Il povero Geminiano ne ebbe ad impazzire, e poco dopo morì.

Ella si ritrasse a Ferrara, nel 1580 o 1581, e quivi con le sorelle del duca Alfonso II, la Lucrezia e la Leonora del Tasso, si trattenne, e instituì un concerto di dame che fece furore. La sua bellezza, il suo spirito, le sue rare virtù di poesia, di suono e di canto innamorarono tutti i cavalieri di quella coltissima città. Il duca Alfonso mantenne una giostra per lei, e il Tasso immortalò questo onore resole in un sonetto:


Donna ben degna, che per voi si cinga
La gloriosa spada e corra in giostra
Il grande Alfonso, e s’altri a prova giostra

E de’ vostri color le piume ei tìnga;

Non fia ch’a più begli occhi adorni e pinga
L’arme dove i pensieri accenna e mostra,
Nè da più bella man che dalla vostra
Prenda bel dono e in ballo indi la stringa.


Ne è da stupire che, avvezza agli applausi, lasciasse [p. 66 modifica] Ferrara quando una più giovane e bella, e valente anch’ella in poesia, la Leonora Bernardi, attrasse a sè tutti gli occhi. Tornò a Modena nel 1592. Ma se non potè esser più unica a Ferrara, ebbe questo titolo nel 1600 dal Senato Romano, il quale in un privilegio latino, miniato in carta di capretto d’oro, dichiarò che a ritrarre perfettamente una delle antiche eroine di Roma non le mancava che l’esservi nata onde la fece cittadina dell’eterna città insieme a tutti i Molza nati e nascituri: ed ella se ne tenne tanto, che per testamento lasciò che quel glorioso monumento se ne stesse rinchiuso in perpetuo nel suo cannone di latta nell’archivio della Comunità di Modena. .

Ella morì il dì 8 agosto del 1617 vecchia bene e sempre venusta. Poco rimane de’ suoi scritti: alcuni versi latini e italiani, qualche saggio di versione di tutto il Carmide e di parte del Critone di Platone, e un diluvio di testimonianze poetiche in suo onore sommerge il piccolo bagaglio con cui ella arrivò ai posteri. Vorremmo citare alcuna cosa, ma queste effusioni non hanno che una delle virtù che ella in un epigramma latino assegnava ad un fonte: non già quella di cacciare il sopore e tener desto altrui mentre risuona con rauca voce, ma solo di conciliare, col lieve concento delle sue acque, un piacevole sonno.


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