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Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera XIX

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LETTERA XIX.



Molti sono gli argomenti che infino ad ora ho proposti, per animare i miei compatriotti alla moltiplicazione della seta. Un’altra fortissima prova aggiugnerò presentemente, facendo osservare, che siccome questo prodotto può dilatarsi e moltiplicarsi in questa nostra provincia, così in molti altri paesi, ne’ quali venne finora con fortuna coltivato, o non deve, o non può più dilatarsi. Imperciocchè, o s’attende in essi ad altre coltivazioni, che meglio vengono da’ climi loro favorite, o hanno ivi già ridotto questa produzione a quel più florido stato, a cui possa pervenire; siccome ha fatto la maggior parte dell’Italia e la Sicilia, che, avendo conosciuta per tempo l’utilità di questo prodotto, non tardarono incontanente di porvi ogni loro studio e diligenza, per moltiplicarlo quanto mai hanno potuto. [p. 338 modifica]Ma quand’anche la seta oltre misura in qualunque luogo crescesse, egli è certo che di giorno in giorno se ne fa maggior uso. Consumasi ogni dì ne’ drappi in opera il doppio di seta, di quello che si consumava pochi anni sono; e n’è divenuto così universale l’uso, tanto all’uno, come all’altro sesso, che tutti i signori ed altri uomini che vivono comodamente, vestono abiti di seta tutte le stagioni dell’anno.

Quindi se nel Friuli giugnesse la produzione della seta a cento o dugentomila libbre di più, come di fatto crescer potrebbe, essendo attissimo il paese a farlo (il che con altrettanta asseveranza sostener posso, con quanta ostinazione i nemici del bene universale il negano), senza il minimo pregiudizio degli altri prodotti; questo accrescimento farebbe tanto di alterazione nel traffico della seta, quanto nel mare Adriatico le acque de’ nostri torrenti.

Quando avrò data qualche notizia dell’ampiezza e ricchezza di questo negozio, spero, che finalmente si rinuncierà a tante perniciosissime false opinioni. Accennerò solamente alcuni rami di esso, onde da questi si argomenti qual sia la grandezza del tronco e l’estensione delle radici. [p. 339 modifica] Nella città di Lione[1], al tempo del Sawary, capitavano ogn’anno quattromila ottocento balle di seta da’ paesi qui sotto notati.

N. 1400 balle di Levante, di L. 250

             per balla                L. 350000
" 1600 di Sicilia » 400000
" 1500 d’Italia » 375000
" 300 di Spagna " 75000



N. 4800 L. 1200000
Cioè un milione e dugentomila libbre.

Oltre queste, ne raccoglie ciascun anno dalla Linguadoca, Provenza e Delfinato, balle N. 1200, che sono altre dugentomila libbre, che in tutto formano un milione e mezzo incirca di libbre: onde Lione solo consumava quindici volte altrettanta seta, di quella che produce tutto il Friuli presentemente. Si aggiunga a ciò, che questo era il consumo che faceva Lione circa l’anno 1723, in cui usci la prima edizione del Dizionario, ed è ora certamente il consumo fatto assai maggiore.

[2] Solamente dalla Persia vengono trasportate qualche anno a Smirne sino a duemila balle di seta, che tutta viene mandata e posta in opera in Europa. Grossissime somme [p. 340 modifica]ne vengono ogni anno portate dall’Indie e dalla China in Francia, in Inghilterra e in Olanda; la sola città di Venezia consuma ciascun anno in trame, sete da cucire, zendaline e peli d’oro più di cinquantamila libbre di sete di Levante.

[3]Ha la Persia il suo traffico cogli stranieri nel porto di Komron, o Bander-Abbassi all’ingresso del Seno Persico. Gli Olandesi, che quasi soli di quel commercio sono i padroni, non pagano gabella veruna d’entrata o di uscita. Solevano già vendere le sete tutte ad un prezzo certo, e ciascun anno si estraevano seimila balle, che, a L. 300 per balla, montano ad un milione e ottocentomila libbre. Ma veduto poi, che, portandole in Europa, non vi facevano molto profitto, cominciarono a levarne una somma minore, e nel 1664 ne estrassero la sola metà. É cosa molto probabile, che principiassero circa quel tempo a conoscere le sete d’Italia, dove si andavano moltiplicando con esse gli edificj per lavorarla; e ben conobbero, che queste, per la loro finezza, leggierezza e nobiltà, meglio convenivano a’ loro lavori e manifatture [4], che molto stava a cuore degli [p. 341 modifica]stati generali d’introdurre. Di fatto, l’anno 1658 [5], venendo angariati da’ Francesi, che avevano accresciuti i dazj pel trasporto delle merci, M. Boreel, ambasciatore degli Stati Generali in Francia, fece vedere alla corte, che gli Olandesi estraevano annualmente dalla Francia circa dodici milioni di ducati correnti della nostra moneta, di manifatture e derrate francesi; e tra queste circa due milioni di ducati di stoffe di seta, velluti, drappi con oro ed argento, e circa settecentomila ducati di cordelle di seta, passamani ed altri lavori, ch’essi poi portavano nel Nord, in Alemagna, ne’ Paesi-Bassi, in Ispagna, in Portogallo, in Italia, nel Levante, sulle coste dell’Africa, nelle isole delle Indie, e nelle Indie stesse. Dopo molte contestazioni la Francia segnò, cogli Stati Generali nel 1662, un trattato di commercio, che doveva durare. Questo trattato fece sperare a’ mercanti francesi ed olandesi di poter aumentare considerabilmente un commercio, ch’era utilissimo e vantaggiosissimo alle due nazioni; ma le loro speranze furono vane, e questo com- [p. 342 modifica]mercio principiò a decadere considerabilmente verso l’anno 1667, essendo stati in Francia aumentati i diritti d’ingresso sopra diverse merci straniere, senza aver riguardo al trattato del 1662.

Non si stanchino di grazia VV. SS. Illustrissime di seguirmi in questo storico racconto, che non è cosi straniero al nostro soggetto, come alcuno potrebbe immaginarsi.

Era qualche tempo che i Francesi studiavano di tirare a sè tutto l’oro e l’argento dell’Europa: chimera rinnovata da M. Boulanvilliers al tempo del duca reggente, e ch’è forse una delle principali cagioni della presente sanguinosissima guerra. Il loro disegno (parlo del primo) era di fare un commercio affatto nuovo; e pretesero di vendere alle altre nazioni, per nulla comperare da esse.

È superfluo ch’io le trattenga sopra le finezze e raggiri politici delle due nazioni, per soperchiarsi l’una l’altra nel commercio; i quali diedero motivo alla guerra sanguinosa, che con varia sorte si fece, e che si terminò col trattato di pace di Nimega, concluso li 10 agosto 1678. Lo stesso giorno si segnò pure un trattato di commercio, in cui si abolì in favore degli Olandesi la [p. 343 modifica]tariffa del 1667, e si stabilì quella del 1664 generalmente per tutte le sorte di mercanzie, che gli Olandesi portassero in Francia, o da questa trasportassero. Sembrava che questo dovesse ristabilire il commercio tra le due nazioni; ma nell’anno 1680 le derrate, e le manifatture Francesi, e principalmente quelle di seta, forse mercè gli ordini segreti che sanno maneggiare quelli che presiedono al governo, erano avvilite in Amsterdam; ed i Francesi che vi portavano le loro merci, vi ritrovavano più di perdita che di guadagno. Quelli, a’ quali dopo la morte di Mr. Colbert fu appoggiata la cura delle manifatture Francesi, senza riguardo al trattato di commercio fatto cogli Olandesi, ristabilirono la tariffa del 1667, e l’aumentarono in molte parti, sperando con ciò di aumentare la vendita delle loro manifatture. Gli Olandesi vedendo che si attaccava apertamente il loro commercio, e che non vi era più speranza di ristabilire le cose sull’antico piede, si studiarono via più di fare a meno delle manifatture Francesi, e sono così bene riusciti in questo (come lo confessa lo stesso autore di queste memorie, ch’è Francese) che stabilirono nel loro paese manifatture di seta, di broccati d’oro e d’argen[p. 344 modifica]to ec. Vi concorsero, e colla protezione, e con larghi sovvenimenti gli stati generali, che tra gli altri premj assegnarono dell’erario pubblico un vitalizio di quattromila fiorini, che sono circa tre mila ducati correnti, ad un tintore in negro.

Venne circa que’ tempi a stabilirsi in Venezia il sig. Gio: Colomb Olandese, ed avendo osservata la qualità delle sete del Trivigiano e del Friuli, prese in affitto prima l’edificio di Cartigiano, a cui diede nome nelle pubbliche carte di Amsterdam; dappoi fece lavorare quello di Piazzola ed altri. Aumentandosi il commercio de’ Bassanesi, il sig. Gio: Battista Zamparo con l’occasione di vendere la sua seta, si portò a Bassano, dove vide che le donne Bassanesi avevano più abilità delle nostre nel lavorare la seta, e ne condusse alcuna a sue spese nel Friuli per instruirle: invitò de’ mercanti Bassanesi a venire a comprar i bozzoli: fece costruire il suo edificio: principiò ad aumentarsi il prodotto, a raffinarsi il lavoro, e crebbe il prezzo della seta, come farò osservare nelle memorie sopra l’introduzione della seta appresso di noi. Eppure tutti questi così evidenti vantaggi mai non valsero ad estirpare la malnata opinione, che la coltu[p. 345 modifica]ra di questo prodotto pregiudichi al lavoro de’ campi. Così si predicava, quando si raccoglievano centomila libbre di bozzoli, così quando quattrocentomila; e così si dice ora che siamo arrivati a raccoglierne ottocentomila. Queste sciocche doglianze si sentivano, quando valeva diciotto soldi; le medesime s’udirono quando crebbe a due lire; nè si lascia di dolersi quando giugne a tre lire. Ma è tempo che ritorniamo colà onde ci siamo dipartiti.

Fra quante sete vengono dall’India prodotte, quella del Bengala viene stimata la migliore; benchè a 25 gradi di latitudine Settentrionale. Essendo però sotto un felicissimo clima, ne produce una prodigiosa quantità. Non possono gli Olandesi levarne di là più d’un milione e dugentomila libbre venete incirca all’anno. La maggior parte di essa vien portata al Giappone, poca ne passa in Europa; e non ha neppur nome nelle pubbliche note. Il[6] mercato generale di queste sete è a Cazembazar, città mercantile sul Gange: per farne incetta hanno gli Olandesi una fattoria, o vogliamo dire, un banco considerabile: dicesi per calcolo fatto, [p. 346 modifica]che ciascun anno in essa città vengano portate ventiduemila balle di seta, che possono computarsi circa quattro milioni di libbre veneziane.

Tale e sì grande è il consumo che si fa nel Giappone di sete, che un governatore della compagnia delle Indie Orientali, scrivendo a’ suoi principali, disse, che se loro dava l’animo d’impedire a’ Chinesi il commercio in quell’impero, la compagnia avrebbe cavato ogni anno dalle sete un utile di cinque milioni, cioè un milione e mezzo di ducati.

Considerisi ora qual alterazione o diminuzione al prezzo di questo prodotto potrebbero portare in questo immenso inestimabile commercio quelle due, o trecentomila libbre di seta, che potrebbe dare la nostra provincia. Ma pongasi tuttavia, che questa immensa quantità cresca in Europa, in Asia, ed anche in America, e che all’incontro se ne minori il consumo; a tal che avvilendosene il prezzo, convenisse a qualche nazione l’abbandonarla; io dico fermamente, che gli Europei lascieranno prima di tutto le sete Chinesi, che quelle degli altri paesi, dell’Asia e del Levante. Che se qualche uom testereccio pur si ostinasse a sostenere che in Eu[p. 347 modifica]ropa soprabbondano le sete, e che anco in Europa devesi scemarle; io non farò che interrogarlo chi debba ciò fare il primo, se il paese più Meridionale, ovvero il Settentrionale? Sono certo che ognuno mi risponderà, non esser questa neppure dimanda da farsi, perchè senza dubbio il più Meridionale dovrebbe cederla al più Settentrionale. Ora se tuttavia soprabbondassero le sete, chiederò se il più fertile, o il più sterile paese dovesse lasciar di coltivarle? Egli è chiaro che avrei in risposta, che il più fecondo ceder dovrà al più sterile. Vorrà egli ancora, che i paesi sterili ne diano seta soverchia? Chi avrà in tal caso ad abbandonarla? Quelli che possono adoprare il loro popolo in altre manifatture e lavori, o quelli che non sanno in che altro tenerli occupati? Coloro, si risponderà, che a questa merce possono di leggieri altre sostituirne. Suppongasi finalmente, che le sete fossero ancora soverchie, e che dovessero ristringersi a due paesi soli (poichè proponendosi cosa impossibile, debbo ancor io degl’impossibili immaginarmi); anzi suppongasi che questi due paesi fossero egualmente scarsi di altre produzioni, e privi di altre industrie; dimando: quale di essi coltivar dovrà questo [p. 348 modifica]prodotto? Quello che trae dalle sue terre miglior seta, o quello che la raccoglie d’inferior qualità? Questa, mi si risponderà, non è cosa da metter in quistione. Dovrà preferirsi quel paese, che la più perfetta seta raccoglie. Ma finalmente sarà ognuno necessitato inoltre a conchiudere, che dovendo conservare il vantaggio del coltivare la seta il paese più sterile, e quello che non ha altre manifatture, nè altre industrie, tutte le circostanze unitamente concorrono non solamente a non escludere dalla coltivazione della seta il Friuli, ma anzi a dare ad esso sopra gli altri la precedenza, come ad un paese in gran parte sterile; ma che da questa stessa sterilità è renduto più ubertoso della più perfetta seta, a cui non avrebbe altra miglior produzione da sostituire.

Secondo il sentimento, con cui ragiono, intendo per produzione tutto quello, che i un paese o naturalmente vien prodotto da gli animali e dalle piante; e sono lana, cera, frutta ec. che servono a diversi usi del traffico, ed al mantenimento degli uomini: ovvero è prodotto della natura medesima ajutata dall’opera degli uomini, come biade, vino, seta, lino, canape ec. Prodotto della natura è anche la moltiplicazione de’ buoi, [p. 349 modifica]delle pecore, e de’ cavalli, e d’altri animali utili all’uomo. Distinguonsi tali produzioni in semplici ed in composte nelle quali vi concorre l’umana industria.

Semplici sono quelle che vengono consumate nello stato loro naturale, e servono al nostro vitto, e a quello delle bestie; e sono biade, vini, carnami ed erbe, che servono per foraggio. Le produzioni composte d’umana industria sono quelle che con varie arti ed industrie ridotte in manifatture servono al vestito, e ad altri usi, proveggono il proprio paese, e si vendono agli altri; e tanto più queste sopravvanzano in utilità le prime produzioni, quanto maggiore è l’industria che in esse s’impiega.

Il natural valsente delle prime è soggetto alle vicende che derivano dalla loro abbondanza o scarsezza; ma nel giro di un decennio i prezzi si bilanciano. Nelle altre l’industria può accrescere il valore.

Se mancasse al Friuli la seta, altro non avrebbe da sostituirvi che la lana; prodotto utilissimo quanto può desiderarsi. Ma ne avremo sempre in poca quantità, e quanto basterà appena a vestire i villani. Quand’anche però avessimo pascoli abbondanti da nodrir pecore, provedendo anche gli armenti [p. 350 modifica]co’ prati artificiali, come fanno cosi felicemente, ad imitazione degl’Inglesi, i Francesi e gli Svizzeri; guai a chi avesse cuore di predicare la moltiplicazion delle greggie. Sa ognuno, con qual gelosa vigilanza vengono tra noi custodite le viti, e che l’impresa della nostra provincia è una donna ben nodrita e popputa, sedente sopra una diramata e fruttifera vite. Sia detto senza offesa del rimanente dell’Italia, io non credo, che forse vi sia paese, in cui le persone bennate frequentassero meno le osterie, anco nel tempo che il costume di andarvi era più universale, quanto quello del Friuli; e contuttociò credo appunto, che sì fatta impresa abbia acquistato alla nazione Friulana il concetto di essere a Bacco divota. Che che però ne sia, egli è certo che per legittima conclusione da quanto abbiam detto si deve dedurre, che verun altro paese non v’ha nell’Europa, cui possa essere di maggior giovamento il coltivare la seta, quanto il Friuli.

Ma dopo tante, e cosi lunghe, e così nojose opposizioni, con le quali si cerca di discoraggiare i Friulani dalla coltivazione diquesto prodotto, chi mai crederebbe che un altra obbiezione rimanesse a sciorre, la qua[p. 351 modifica]le non è nè la più picciola, nè la più facile da confutare.

Non vede volentieri il clero che si piantino mori, poichè non solo del frutto di questi non cavano nè Decime, nè Quartese; ma inoltre vogliono che l’ombra di questi pregiudichi agli altri frutti della terra; il che però assai minore danno reca ad essi di quanto si crede. Queste doglianze le ho udite non solo fra noi, ma anco in altri paesi. So bene, ed ho fondamento da provarlo, che in alcune delle nostre ville delle più fertili vale quasi il prodotto de’ bozzoli, quanto quello delle biade; ed in esse sono i contadini più benestanti di tutta la provincia; rendendo i filugelli annualmente ad alcune, circa quattromila ducati, e talvolta anche più. Ingenuamente spiegandomi però sopra di questo particolare, crederei bene impiegata un’offerta, o altra volontaria contribuzione a’ parrochi, o a quegli altri religiosi che hanno cura di anime; i quali, tratti anche dal loro onestissimo interesse, stimolerebbero i contadini alla piantagione, ed alla cura de’ mori, ed alla moltiplicazione de’ bachi: gli animerebbero impiegando voti e preghiere per la conservazione e propagazione di essi; e li conforterebbero colle [p. 352 modifica]benedizioni loro, che hanno la facoltà di allontanare da questi animaletti ogni disgrazia. A quesť effetto, non avendone ritrovato alcuna ne’ rituali nostri, trascriverò quella che si usa in Francia, tratta dal Dizionario Economico di M. Noel Chomel.

BENEDICTIO SEMINIS BOMBYCIS

V. Adjutorium nostrum in Nomine Domini.

R. Qui fecit coelum et terram.
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.

OREMUS

Misericordiam tuam, Deus omnipotens, suppliciter exoramus, ut ista Bombycum semina, quorum opera, fila necessitatibus humanis, et ecclesiae tuae ornamentis tribuere dignaris benedictione † tuae virtutis foveantur, nascantur et defendantur a bestiis rapacibus, ab infirmitatibus, veneficiis, et ab omnibus adversis, si quibus vexari possunt, per benedictionem † tuam, et invocationem sanctissimi nominis tui, ac per merita Beatae Virginis excludantur, multiplicentur, tandemque opus suum feliciter compleant, ad [p. 353 modifica]onorem tuum, ad Ecclesiae, Fideliumque, in te sperantium utilitatem, per Christum Dominum nostrum. Amen.

Vedeste già in altra mia le larghe distribuzioni, fatte dal re di Prussia a’ suoi pastori o siano ministri, che più si erano diStinti nel nodrire e nell’instruire gli altri nella coltura de’ bachi. Se non s’è a quest’ora disingannato questo re, disingannerassi cogli altri principi oltramontani dell’inutilità di questi dispendj e di questi studj, per le cagioni da me accennate. Ma per non aver più a disaminare il problema, se la coltura de’ bachi da seta sia più utile o dannosa all universale, ovvero al particolare della nostra provincia; non voglio mancare di nuovamente raccomandare a VV. SS. Illustrissime, che il richiamino all’esame, e facciano una decisione degna della loro prudenza, per non lasciar più sospesi gli animi in un affare di si grave importanza.

Questo pregiudizio è fatalmente radicato anco in quelle persone, che dalla nascita, dall’educazione e dagli studj dovrebbero essere illuminate sopra tutte le parti dell’ecomomia di campagna.

Io ne ho una chiara prova in una lette[p. 354 modifica]ra, scritta da un parroco, di cui venero la nobiltà de’ natali ed il merito personale. Regge egli un distretto di otto ville, che contengono tremila persone. Tutte queste ville sono ubertose non meno di grani, che di bozzoli; non già per naturale fertilità del suolo, che può annoverarsi tra’ più sterili per patura, ma per essere stato fecondato dall’industria e diligenza di que’ villani, che sono tra’ più agiati del Friuli. Feci ricercare quel parroco da un suo amico sopra il prodotto della seta nella sua parrocchia, ed ecco ciò che rispose:

                                                                                     Addi 2 Aprile 1762.

„Affine di servire V. S. Illustrissima con pronta notizia di quante libbre di galetta sia solita fare la mia parrocchia ogn’anno, le dirò, che l’anno passato fu di quarantatremila libbre incirca, e che anni fa arrivò a sessantamila, secondo lo scandaglio che da me si fa per genio (suppongo che volesse dire per curiosità) in tale materia. Questa parrocchia è composta di otto villaggi ben popolati; e perchè il distretto è angusto, supplisce l’attenzione ad un tale prodotto, che, a dir vero, fa [p. 355 modifica]poi molto danno alla campagna intralciatissima di mori. Il prodotto specioso, per, la prontezza del denaro, alletta i poveri villani, che sono tremila anime; onde attendono a coltivarlo con un impegno particolare”.

Que’ villani sono più industriosi degli altri principalmente nel nutrire in gran copia de’ bachi da seta, e perchè sono industriosi possono ben nutrirsi; e perchè sono più ben nutriti, sono più robusti; e perchè sono più robusti, sono più laboriosi e più fecondi; e perché sono più fecondi e più numerosi, il territorio sembra più angusto.

Vorrei che si misurassero i campi lavorati dalla popolazione di questo distretto con quelli lavorati da una simile popolazione nelle ville da me descritte nelle lettere XII. e XIII. del mio primo tomo: credo che si ritroverebbe una differenza enorme; e meglio si conoscerebbe quanto danno derivi all’universale della provincia dal lasciare una così bella parte d’essa o incolta, o male coltivata, e senza alcun soccorso d’industria. Otto ville soggette ad una sola parrocchia dimostrano la loro prossimità; ma le da me descritte sono così lontane l’une dall’altre, che qualunque strada si prenda da Udine al [p. 356 modifica]Tagliamento (che vi sono quindici o sedici miglia), in tutto questo lungo tratto non si passa che per tre ovvero quattro miserabili ville. Egli è vero, che tra queste ve ne sono alcune più popolate, e meglio edificate dell’altre, come Zompita appresso Codroipo. In essa vi sono delle famiglie benestanti che da molte età esercitano ereditariamente l’arte del ciambellajo in Roma, e portano o trammettono i loro avanzi alla patria. Si distingue pure Flaibano, ch’oltre gli accennati stabilimenti in Roma, ha l’arti delle corone e medaglie, e qualche negozio di tele. Questa villa s’arricchirà se nella sua vasta campagna s’imiterà l’esempio, e s’eseguiranno le instruzioni nella piantagione de’ mori del signor Francesco Antiveri, uno de’ primi compossessori di quelle terre.

Ma ritorniamo all’esame della soprallegata lettera. Come mai può riputarsi danno alla campagna, cioè a dire a’ grani, il raccogliere in un picciolo distretto, abitato da tremila persone, sessantamila libbre di bozzoliin un anno; de’ quali avranno cavato almeno vinticinquemila ducati?

Per convincere cotesto soggetto del suo errore voglio calcolare che i suoi parrocchiani cavino un anno per l’altro ducati venti[p. 357 modifica]mila da questo prodotto. Se questo fosse obbligato a pagare quella ecclesiastica contribuzione che Quartese s’appella, ne avrebbe il Parroco ducati cinquecento annui. Io non ho a chiedergli conto quanto cavi di tutti i grani della sua pingue parrocchia; ma ne faccia egli confronto e si disingannerà, assicurandosi, che non quanto egli pensa danneggia la campagna l’intralciamento de’ mori. Il maggior danno veramente è il suo perché non è compensato; ma quando vi rifletterà meglio, sono certo, che il di lui nobilissimo animo lo soffrirà molto volentieri in grazia del grande vantaggio che ne ridonda a’ suoi diletti parrocchiani.

Mi permetta che cogli stessi rispettosi sentimenti gli dica, che non è la speciosità del pronto denaro che alletti i poveri villani a coltivare questo prodotto; dacchè hanno il pronto pagamento in contanti, e giornalmente anche delle biade, del pollame, e degli erbaggi che portano alla città vicina. L’allettamento vero sono que’ cappelli ripieni di ducati effettivi, o d’altre nobili monete che impugnano in una sol volta, per pochi giorni di lavoro, ed in una stagione la meno affaccendata.

Non può negarsi che qualche danno non [p. 358 modifica]venga cagionato dall’ombra de’ mori a’ seminati, ma è molto maggiore quello che cagionano le viti, e gli alberi a’ quali sono appoggiate; e pure nessuno mai lo contò come danno; anzi con tutto l’impegno si piantano, con tutta la diligenza s’educano, anco ne’ campi in cui difficilmente allignano, e rendono leggerissimi, ovvero acerbi vini.

Conteggiando tutta insieme la rendita dei vini di tutto il Friuli, il più che si raccolga, sono due cogni[7], o mastelli, di vino per campo, i quali possono calcolarsi L. 24, cioè quanto può valere il frutto di due soli mori adulti. Ora si consideri la spesa che occorre per potare le viti, per fare i vini, e per conservarli; si rifletta alle necessarie fabbriche pe’ tinazzi e per le botti; e si confronti unitamente alle spese suddette il danno dell’ombra delle viti, e degli alberi che le sostengono, colla spesa che seco portano i mori, e col danno dall’ombra loro a’ seminati recano, e poi si giudichi s’io abbia ragione.

Non intendo io già che s’abbia ad abbandonare la coltura delle viti, ed a non curare la rendita del vino. Oltrechè non potrebbe ciò cader in mente ad alcuno, ve[p. 359 modifica]dranno anzi VV. SS. Illustrissis., che in altre mie lettere dimostrerò quanto si abbia sempre più a coltivare questo prodotto singolarmente, ed a pregiarsi, qual mezzo possentissimo per procurarci maggiori vantaggi; ma non ritratterò mai la mia proposizione, che debba coltivarsi il prodotto della seta, perchè nulla toglie agli altri prodotti.

E perchè nelle cose utili le ripetizioni non sono mai superflue, replicherò, che la maggior parte de’ mori che occorrono, si possono piantare sopra le strade e in certi angoli di terra che sono inutili; che gioverebbe mirabilmente allargare i cortili de coloni, per piantarne ivi in maggior numero, poichè ne’ cortili appunto crescono più presto, riescono più vigorosi, e danno una foglia più sostanziosa: anzi, oltrechè risparmierebbero i villani e tempo e fatica, nel raccogliere la foglia, scuotendone poi giornalmente le frutta quando son vicine a maturare, si leverebbe il pericolo, che i vermi ne mangiassero (il che è nocevolissimo), e servirebbero queste frutta di nutrimento al pollame ed a’ porcelli. Si potrebbe inoltre circondare di mori tutti i prati, e sostituirli in parte agli olmi e agli altri alberi che servono d’appoggio alle viti. [p. 360 modifica]Che se s’avesse a calcolare il danno apportato a’ seminati dall’ombra de’mori, il calcolo non dee farsi, se non per rispetto a quella parte della circonferenza di essa, la quale, cadendo perpendicolarmente sopra il seminato, dee riputarsi stabile e continua; poichè, quanto all’estensione dell’ombra stessa, che mai non si ferma un momento, ma segue il moto circolare e regolato del sole, questa non hassi a calcolare; giacchè è certo, che quella sola porzione di terra che sempre è coperta dagli alberi resta sterile, perchè non può essere umettata dalle rugiade.

Un altro calcolo io presento finalmente a VV. SS. Illustrissime prima di abbandonare 0quest’argomento, ed è: che se tutte le ville del Friuli (lo che non è certamente impossibile) raccogliessero tanti bozzoli quanti ne raccoglie il soprannominato distretto, il prodotto totale sarebbe di sei milioni di libbre, che, calcolate a L. 2 per libbra, importerebbero due milioni di ducati, i quali, col più giusto de contratti, si dividerebbero egualmente tra i padroni de’ campi ed i villani. S’unisca a questa, quella grandiosa somma che si può raccogliere nelle città, nelle terre e nelle castella di tutta la provincia.

Aggiungo per appendice, ch’essendo l’uso [p. 361 modifica]universale della nostra provincia, che in tutte le affittanze semplici o enfiteusi, l’affitto si paghi in grano o vino; quello che più aggrava l’aggricoltore è la saggina, volgarmente detta sorgo turco, perchè questo è il frutto ch’ordinariamente gli resta per nutrimento della sua famiglia, e l’unica sua speranza di provvedere, con quello che gli sopravanza, all’altre sue necessità. Ora, o poco o troppo, tutti ne pagano al padrone qualche quantità. Quindi io crederei, che tutti s’impegnerebbero nel nutrimento de’ bachi, se venisse loro accordata la libertà di pagare in bozzoli o in grano a loro elezione. Si possono calcolare libbre quattro di bozzoli per uno stajo di saggina; otto per uno stajo di frumento, e sei per un cogno di vino. Sarebbe questo un eccitamento così efficace all’universale de’ contadini (eccetto a quelli che sono d’un’indomabile ostinazione), che tutti certamente vorrebbero profittarne. Non dovrebbe esservi colono, per quanto caricato sia di campi, che non volesse porre ogni suo studio per risparmiare il grano ed il vino, potendo supplire con un prodotto, che nulla gli costa, e che nulla toglie all’ordinarie sue faccende, quando sappia far buon uso del tempo, ch’è la più [p. 362 modifica]utile dell’industrie, che può annoverarsi tra que’ beni, che incorporali s’appellano. Ma tempo è ormai ch’io chiuda la presente lettera, rinnovando le dichiarazioni del più vivo ossequio.

  1. Savary. Dict. Univ. de Comerc. T. II. p. 1590.
  2. Martiniere. T. IX. pag. 549.
  3. Memoires sur le Com. des Hollandois, p. 166.
  4. Lo stesso autore, a c. 143, così scrive: Bisogna osservare in generale, che le fabbriche degl’Italiani sono le migliori dell’Europa: il che procede in parte delle bellezza e bontà delle loro sete.
  5. Memoires sur le Comerce des Holland., P. 92.
  6. Savary. T. I. Par. 2, pag. 798.
  7. Volgarmente conzi, dal latino Congius.