Vai al contenuto

Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera XX

Da Wikisource.
Lettera XIX Lettera XXI

[p. 363 modifica]

LETTERA XX.



Quantunque io abbia ad ogni mio potere infino a qui combattuto le più importanti, e più nocive opposizioni; non mi lusingo però di avere indotti i più ostinati ad arrendersi alle ragioni, o ad appagarsi de’ fatti riferiti. Senza entrare a disaminare, se ciò avvenga per difetto di mente, o di volontà, io non farò che dire a costoro con le parole dell’Ecclesiastico[1]: Non contradicas verbo veritatis ullo modo; et de mendacio ineruditionis tuae confundere.

Dice Cicerone[2], che la mercatura, quando sia di poca estensione, è cosa sordida; ma non è però biasimevole, quando è ampia e ricca: ricca però sì, che da molte [p. 364 modifica]parti molte cose rechi, e senza menzogna e senza inganno le dispensi. L’Hoffmanno [3] commentando, e lodando il sentimento di Cicerone, dice, che s’egli vi avesse anche aggiunto, che il commercio deve andar unito all’industria ed alle manifatture, non vede qual cosa migliore dir sipotesse, per definire qual sia un fruttuoso negozio. Questa proposizione quadra tanto al nostro argomento, che, acciocchè nessuno mai potesse dubitare, ch’io v’aggiugnessi, o interpretassi a mio modo qualche parola, ho voluto trascriverla fedelmente, quale dall’autore fu scritta: „Illud igitur in tanta commerciorum varietate generatim attigisse sufficiat, unde Respublica experiri possit, quae inter multa commercia sibi fructuosa fuerint. In quo ego miror sagacitatem Tullii, qui, ut in libris Officiorum praeclara multa; ita commerciorum utilitatem paucis verbis inclusit: sin magna mercatura fuerit, et copiosa: multa undique apportans: multis sine varietate impertiens; atque etiam si satiata quaestu, vel contenta potius in agros, possessionesque se contulerit. Haec rei summa erat. [p. 365 modifica]

„Magna et copiosa commercia cupit: multa quidem apportantia undique, non» quae consumantur luxu, sed impertiantur aliis; ideoque adjecit sine vanitate. Tandem contenta dixit tum quae conjungantur cum vita tranquilla, qualis sequitur studium virtutis, tum quae in usum patrii soli, in agros colendos, amplificandasque possessiones tota convertatur. Quibus quidem si adjecisset Tullius, ut commercia cum industria civium, manuariisque operibus copulentur, non video, quid ad fructuosa commercia dici potuisset accommodatius”.

Non potea dirlo Cicerone, perchè si sa che i Romani, il cui governo era tutto politico e guerriero, non coltivarono nè le arti, nè il commercio; e quand’anche avessero fiorito le arti, e le manifatture in Roma anco al tempo di Cicerone, non poteva egli ritrovare queste qualità nella seta, mentre i Romani mai non la possedettero. Per altro ognuno deve accordarmi, che la definizione di Cicerone, coll’aggiunta dell’Hoffmanno, a nessuna sorta di traffico meglio convenga quanto a quello delle manifatture, che colle proprie produzioni si fanno; alla felicità del quale possono contribuire gli or[p. 366 modifica]dini tutti della provincia dal più sublime al più infimo, ed ogni età, ogni sesso, ogni condizione di persone ecclesiastiche e secolari.

Combattano pure per l’impero del mare le prime potenze dell’Europa; che in quel commercio, per cui tante bellicose nazioni si sagrificano, una gran parte ne hanno le manifatture di seta, che noi nel seno della pace prepareremo loro, e venderemo senza menzogna e senza frode: faremo un ampio e ricco negozio, che da ogni parte ci recherà danaro; e questo per le mani degli stessi negozianti si dispenserà a tutti quelli che alla prosperità di questo negozio contribuiranno.

Che posso io aggiugnere a quanto in lode di questa merce ho a più riprese detto? Replicherò ciò che in altro luogo notai essere stato detto dal chiarissimo Montesquieu, ed è: che al commercio, e principalmente a quello delle manifatture di seta, furono per qualche tempo debitori i Greci della durata del loro impero. Ricorderò altresì la lode data da monsignor Hardoin de Perefixe ad Enrico IV di avere colla piantagione de’ mori, e cola introduzione delle arti della seta risparmiato alla Francia un milione e [p. 367 modifica]mezzo di ducati, che mandava fuori del regno; e d’avere con tali nuove introduzioni procurato il vitto ad un milione di persone, cioè a vecchi, a fanciulli, a fanciulle, e ad altre genti inutili ad altri lavori. E finalmente vi rimetterò sotto gli occhi l’impresa degli statuti de’ mercanti da seta di Lucca, posta sopra una balla di seta: Dei munus diligenter curandum pro vita multorum.

Ma per comprendere tutte queste utilità, conviene attendere a quella scienza che il sig. Ramsai[4] dice essere utilissima in un principe, cioè a dire, quella di conoscere le produzioni della natura ne’ suoi stati, e il vero modo di farle valere. Massima osservata ne’ presenti tempi da quasi tutti i principi dell’Europa, che invitano, ascoltano, e premiano tutti que’ zelanti e fedeli sudditi, che abbiano impiegati i loro studj e le loro fatiche in qualche utile osservazione o scoperta; di che nella nostra dominante ne abbiamo giornalmente parecchi esempi.

Siamo in una provincia, in cui possiamo piantare e nodrire innumerabili mori, vigorosi al pari di quelli di tutti gli altri paesi, senza ingombrare un solo campo. Ne cingo[p. 368 modifica]no a settentrione montagne e valli, le cui popolazioni restano oziose nella primavera; e potrebbono chiamarsi nelle pianure a nodrire i vermi da seta, allettandoli con le condizioni di dividere il frutto per metà. Avendo maggiore abbondanza di seta, a quegli edifizj che abbiamo, se ne potrebbero aggiugnere degli altri. Orfani, esposti, vagabondi, o erranti nelle città, nelle ville, nelle campagne, si sforzerebbero di diventare persone operose e utili al principe, alla patria, a sè stessi, a noi. Quali benedizioni non esigeremmo da tante persone involontariamente oziose, che chieggono lavoro, e ne sono capaci! Quante fanciulle e quante donne lascierebbero di sospirare, per non aver modo di lavorare, tra i pericolosi cimenti della povertà! Quanti fanciulli di buona indole e di buona volontà si farebbero abili operaj, e moltiplicherebbero gli stipiti utili della popolazione, a’ quali la miseria e l’ozio sono maestri di male arti, che li strascinano a’ delitti; e tra’ quali molti disertano, senza che mai più riveggano la patria! Molte volte si desidera infino il maggiore de’ flagelli, cioè la guerra, per vedere netta la città da quesla rea ciurmaglia. Tutte queste persone nel corso, il più, di due o tre anni diventar po[p. 369 modifica]trebbero tessitori e tessitrici di drappi di seta, o semplici o in opera, de’ quali n’è immenso il consumo; ed in tal guisa potremmo divenir emoli e poderosi concorrenti di quelle nazioni, che con istudj continui cercano tenerci sempre al di sotto, e darci legge nel nostro proprio prodotto.

Cresciuto il prodotto, e moltiplicati gli operaj, nascerebbe un’onorata emulazione tra’ fabbricatori, i quali farebbero a gara a chi sapesse meglio perfezionare e accreditare le nostre manifatture; e diverrebbe affare e premura universale, quando si fosse veramente conosciuto, essere comune vantaggio il dare di che occuparsi agli operaj colla produzione del proprio paese.

Non cessò mai il principe di favorire in qualunque tempo, di promuovere con privilegi, e di proteggere con munificenze il traffico e l’arte della seta; ma tutti questi vantaggi vennero per lo più o non conosciuti, o non curati. Accennai colle antecedenti mie i sacrificj fatti dal principe, per moltiplicare e perfezionare il lavoro delle sete; e notai quanto tesoro costi alla provincia l’abuso di queste beneficenze. Vedo presentemente con frequenza lo straccio che si è fatto in quest’anno di quegli stessi bozzoli, che con [p. 370 modifica]tanta avidità e inconsideratezza furono con eccesso pagati.

Molti sono que’ paesi, i quali, colla forza della loro industria, hanno ottenuto tutti i vantaggi che noi abbiamo dalla natura; onde, nel credito e nel prezzo delle nostre sete, ci anderanno innanzi.

Fra quanti altri negozj si fanno, non credo che niun altro sia più soggetto ad abbassamento di prezzo ed a lunghi incagli, di questo della seta. Si troveranno nella dominante mercanti ed altre persone ricche, le quali aprono gli scrigni loro con larghezza e prontezza mirabile, per sostenere il credito e l’interesse degli Arabi, de’ Turchi, dei Moscoviti, degli Americani ed altre straniere nazioni, facendo incetta di caffè, di cotone, di cera, di zucchero e d’altre merci: si troverà chi comprerà quante biade e vini forastieri capiteranno alle nostre rive a smaccare i nostri: si faranno delle incette ne’ nostri mercati: si compreranno i vini da quelli che hanno fretta di vendere. Ma in chi mai (non dico nella città dominante, ma fra noi), in chi mai destossi il generoso e caritatevol pensiero di sostenere e di riparare alle perdite, che direttamente o indirettamente danneggiano ogni ordine di persone? [p. 371 modifica]

Non v’ha turbolenza, non sospetto di guerra, non leggiera interruzione di traffico, da cui non prendano motivo gli oltramontani di far abbassare i prezzi delle nostre sete, disanimando i mercanti dalle loro intraprese; ed a tali vicende e pericoli si porrebbe certo e perpetuo riparo, se procurassimo noi stessi di mettere in opera le nostre sete nelle più usuali manifatture.

Per dare esecuzione a questo progetto, che metterebbe non solo in piena e perpetua sicurezza il nostro prodotto, ma gli accrescerebbe il valore, riempirebbe di popolo laborioso le città, tirerebbe in cotesta metropoli di tutta la provincia, la circolazione di tutto questo traffico; per dar, dico, esecuzione a questo progetto e sostenerlo con forza, non vi sarebbe nè più valido, nè più efficace mezzo, quanto il formare una compagnia, la quale si reggesse con buoni instituti, e diretta fosse da uomini di sperimentata probità e cognizione.

Dalle compagnie, da’ loro negozianti instituite, riconoscono gli Olandesi que’ maravigliosi avanzamenti che fece il loro doviziosissimo commercio in Oriente. Alcuni pochi privati, vedendosi chiuse dalla politica spagnuola tutte le strade al commercio, ch’era la loro professione, e l’unica sorgente della [p. 372 modifica]loro sussistenza; agguzzato l’ingegno, e renduti dalla necessità industriosi, cercarono per lunghi raggiri, e fra infiniti pericoli di portare il loro commercio nell’Indie, stabilendolo colà sulle conquiste fatte sopra quegli stessi, che loro avevano infino a quel tempo tenuti sepolti i fondamenti di nuovi commercj. Queste, che pur erano compagnie private, formarono finalmente il corpo di quella sì celebre compagnia dell’Indie orientali, che, animata e protetta da’ suoi sovrani, combattendo coraggiosamente cogli elementi e contro potentissimi nemici, accrebbe la potenza della sua repubblica, stabilì nelle famiglie principesche fortune, acquistò stati, ed a sè stessa regali prerogative.

Non intendo io già con questo esempio di far salire sì allo le nostre speranze, nè di risvegliare ne’ miei concittadini un’emulazione fantastica ed aerea; ma solamente vorrei che valesse a svegliarci dal nostro letargo, ed a compensarci di que’ gravi discapiti, che la nostra infingardaggine a noi cagiona. Abbiamo sì moderata e ragionevole, e ben fondata impresa alle mani, che non ci resta punto a temere di que’ formidabili ostacoli, contro i quali si cimentarono quei bravi Olandesi, che di sopra accennai. [p. 373 modifica]

Quantunque io sappia essere gl’Italiani alle compagnie quasi per natura avversi, e veggasi per l’ordinario che le stesse compagnie private hanno quasi sempre un esito infelice; io son però d’opinione che se si potesse mai contro questa invecchiata massima far forza, ci potrebbero servir d’esempio le due compagnie degli Stapultarj, e degli Avventurieri Inglesi, nominate[5]; le quali sotto gli auspicj, e sotto la protezione della magnanima regina Elisabetta, con perseveranza e fortezza di animo, promossero e dilatarono lo spaccio delle manifatture Inglesi di lana per tutta l’Europa; e specialmente (cosa che parrebbe incredibile, quando non ci rimanessero memorie degli storici contemporanei) fra loro più dichiarati ed ostinati nemici, contro un’alleanza forse più potente e più costante di quella, che oggidì si è unita contro di loro. Ebbero essi a combattere contro le persecuzioni e i maneggi delle città anseatiche, e molto possenti in que’ tempi, contro il re di Spagna, e contro tutti gli stati e principi dell’imperio; e tuttavia cosi saggiamente seppero guidarsi, e con tali e si instancabili applicazioni, che [p. 374 modifica]stabilirono per la lana, naturale produzione dell’Inghilterra, il più sodo ed immancabile fondamento della loro opulenza. Per ricordare a’ Parlamentarj, che nelle loro sessioni ne promuovano sempre l’avanzamento, e lo proteggano, non vi sono pel Parlamento altre sedie che sacchi di lana, e perchè alcuni atti sieno validi, si specifica sempre: sedente il giudice, o sedenti i giudici sopra il sacco di lana. Troppo costerebbero a noi le sedie fatte delle nostre sete a tal fine. Ma ogni volta che veggo un facchino alzare sopra i suoi omeri, e portare con tanta agili tà una balla d’orsojo, che da alcuni anni vale duemila ducati, i quali, se se ne traggano 120 tra dazio e legna, restano 1880 netti, sentomi quasi fuori di me per maraviglia, che questi 1880 ducati sieno il frutto annuale di dieci sterili campi; e l’opera annuale di quattro fanciulle, due donne, due fanciulli, e due uomini; e cresce ancora la maraviglia, che coll’opra di altre dodici persone questa stessa seta lavorata metà in orsojo e l’altra metà in trama, possa accrescere il valore di altri 1000. Ma ciò che reca ancora stupor maggiore si è, che una utilità così grande, cosi certa e immancabile sia ancora cosi negletta. [p. 375 modifica]

Sono abbastanza evidenti questi vantaggi, perchè ognuno ch’è amante del suo bene possa con ottimo fondamento impiegare il suo studio, e la sua industria, per far valere il nostro prodotto, e per salvarci contro que’ monopolj ed arbitrj, che da’ nostri sconcerti vengono facilitati alle straniere nazioni sopra i campi nostri, sul sudore dei nostri villani, sulle industrie e capitali di noi medesimi. Non ci troviamo già noi costretti perciò a costruire navi, non a far spedizioni di soldati, non ad avvilupparci in tutti que’ romori ed impacci, che porta seco un traffico armato. Non abbisogniamo di andar a far nuove scoperte di miniere, nè di comperare carni umane, per sotterarle vive, acciocchè ci cavino dalla terra l’oro. Sono (chi ’l crederebbe?) le nostre miniere tutti i più disutili pezzi, e i più sterili fondi della nostra provincia: sono i cavatori di esse, tutti i villani di ogni età, di ogni sesso; adoperati però solamente negli annui intervalli che passano dal verno alla state: convertesi il succo de’ nostri mori non figuratamente, come dice Mr. Rollin, in fili d’oro, ma realmente in vero, e purissimo oro; perchè i nostri villani avranno nelle lor mani ogn’anno centomila zecchini che prima [p. 376 modifica]non aveano; le nostre navi sono i nostri edifizj e le officine da tessitori: sono le milizie ed i marinaj que’ numerosi operaj, che vivendo con parsimonia, in un paese che abbonda del necessario, con limitate mercedi, ci mettono in istato di sostenere un combattimento incruento colle altre nazioni.

Non mi lusingo ancora di avere colle mie parole, nè co’ miei scritti confutate tutte le obbiezioni; anzi nè meno di averle tutte proposte, perchè non mancarono mai acuti oppositori al pubblico bene: e quand’anche molti restassero convinti dalla ragione, o commossi verso tanti miserabili di ogni età e di ogni sesso, che potrebbero da questo traffico trarre la loro susistenza; rimarranno però sempre ostinati coloro, che hanno il capo nel modo di pensar somigliante a quello di Galba Lacone, che da Tacito notato fu come nemico giurato d’ogni buon consiglio che da lui non venisse. Non indirizzo le mie parole ad uomini di questo odioso carattere; chè io non parlo, nė tratto con questi perturbatori delle compaguie oneste e civili; ma solamente con uomini onesti e discreti, i quali, prima di proferire sentenza, leggeranno con riflessione e senza anticipate opinioni le mie lettere, a solo fine d’acquistare, intorno [p. 377 modifica]a questa materia, idee chiare, e che al vero conducono.

A voi dunque, Illustriss. Signori, ed alla vostra discretezza affidandomi, chieggo, che, per effetto di vostra innata cortesia, o avendo cose da potere con profitto aggiugnere alle mie, o qualche valida opposizione da farmi, me ne rendiate partecipe; assicurandovi, che in me ritroverete rassegnazione, docilità e riconoscenza.

Riusciranno felicemente tutte le nostre imprese, quando accenderassi in voi quello spirito di patriottismo, che ora signoreggia le nazioni più ricche e più colte.

Patriottismo chiamasi quel desiderio efficace che uno ha di giovare alla sua patria, senza alcun suo fine particolare; salvo quello di partecipare del pubblico bene, al quale contribuisce, quanto da esso dipende, col consiglio e coll’opera.

Il modo, con cui nasce, si nutre ed opera questa lodevole passione, secondo il mio parere, è questo.

Un uomo si spoglia dell’amor proprio, per quanto è possibile all’umana natura; rinuncia a’ pregiudizj dell’educazione, e a quelli che sono della nazione; cerca, colla lettura di buoni autori, d’illuminar il suo spiri[p. 378 modifica]to; perfeziona, quanto può, le sue cognizioni, per comunicarle agli altri; conosce le forze, il talento, lo stato altrui ed il proprio; s’innamora e si esercita nelle virtù sociali verso tutti; considera la società, in cui vive, come una sola famiglia divisa in diverse classi, di una delle quali egli è un membro: ed in qualunque di queste classi la divina Provvidenza l’abbia fatto nascere, contento della sua sorte, dirigge le sue operazioni alla felicità della grande famiglia; studia i mezzi, ed anima tutti i famigliari a cooperarvi; medita sopra l’indole de’ suoi terreni, e sopra i prodotti del suo paese, e li confronta cogli altri: se la natura resiste in alcuni, l’ajuta coll’arte, cogli studj e cogli sperimenti; dalla sterilità stessa cava l’abbondanza; arriva a conoscere, che nel seno della terra che calpesta si ascondono i veri tesori, e che le braccia del popolo più indigente sono gli strumenti per farli valere; s’infiamma di amor verso la patria, e, mercè di questo, propone e conduce alla perfezione i più utili progetti.

Nessuno più di noi dovrebbe esser preso da questa nobile passione, dacchè il nostro paese, per antonomasia, patria appelliamo; e buona patria considerarla dobbiamo [p. 379 modifica]nel sentimento del cardinal Pallavicino[6]. Dice questo porporato: „La buona patria, tanto importa, quanto la buona educazione. Sarà pertanto una gran porta verso la felicità il nascer in luogo, dove si pregi la virtù, si coltivi l’ingegno, si nutrano e si proteggano le buone arti”.

Dotò la divina Sapienza di talenti la nostra nazione, e moltissimi Friulani riuscirono eccellenti in tutte le scienze e in tutte le arti in ogni tempo. Principiando da quelli di Augusto, e venendo infino a’ nostri, fioririrono questi sotto tutti i varj governi, a cui fu soggetto il Friuli; ne’ tempi pacifici e in quelli turbati dalle rivoluzioni e dalle guerre; ne’ tempi più luminosi e ne’ più oscuri, e sparsero la fama del loro nome e della loro patria per tutta l’Europa. Si stanno attualmente stampando quattro grossi volumi, in quarto, delle Vite di questi, raccolte con lunghe fatiche e studj dall’eruditissimo signor Gian-Giuseppe Liruti, nostro accademico; e la maggior parte di questi letterati sono del primo ordine, ma nessuno di questi impiegò i suoi telenti a vantaggio della patria, nel promuovere l’agricoltura, le arti ed il commercio. [p. 380 modifica]

Quando mai piacerà a Dio, che felicemente avvenga alla nostra patria ciò, che si gloriano i Francesi, essere avvenuto alla loro; e che ora è già divenuto comune а tutte le nazioni Europee, appresso le quali „lo spirito, e la letteratura[7] si sono totalmente riconciliati a’ nostri giorni col genere economico!”

Erano serbati a voi, Illustriss. Sigg. cosi il merito di questa unione, come la gloria di promuovere co’ vostri studj la pubblica felicità, di cui potete averne un compiuto modello nel trattato appunto Della Pubblica Felicità del chiarissimo Muratori. Si raffineranno tra voi questi utilissimi studj da una virtuosa gara: susciterete col vostro esempio tanti talenti, che restano sopiti e inoperosi. Incoraggiateli, soccorreteli, e insegnate loro a mettere a profitto que’ pronti mezzi, che la divina Provvidenza ci ha largamente compartiti, principalmente nella produzione della seta, i cui pregi, ed i nostri speciali vantaggi sopra tutte le nazioni che la posseggono, parmi aver abbastanza dimostrati. E voglia Dio, che vengano finalmente conosciuti; come desidero che sia noto l’ossequio e la stima, che perpetuamente conserverò.

  1. Cap. IV. v. 30.
  2. De Offic. Lib. I. cap. 42.
  3. Io. Hoffmanus Observ. Polit. lib. VIII. c. 9.
  4. Viaggi di Ciro.
  5. Philip. Honorii. Thes. Polit. T. II.
  6. Del Bene. Par. II. lib. IV. cap. XIII. a c. 396.
  7. Memoires de Trevoux 1756. Art. XC.