Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera XVII
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LETTERA XVII.
Ho nelle precedenti mie esaminati i gradi, ed i prezzi degli orsoj d’Italia che corrono in Amsterdam. Ci restano da fare alcune osservazioni sopra le altre qualità delle sete del Levante, delle Indie, e della China, che a quel celebre emporio concorrono. Ci tratterremo prima sopra le Chinesi, come quelle che di tutto l’Oriente sono le più accreditate e le più preziose. Io dissi già in una delle mie, che non avrei difficoltà alcuna a credere, che le nostre più nobili sete sieno eguali a quelle, se non forse migliori. Presentemente dimostro, esser vera la mia proposizione con un computo autentico che mi sono riserbato a produrre in questo luogo. Io lo compendierò, e renderò più chiaro che sia possibile per intelligenza di quelli, che non sono versati ne’ conteggi mercantili, e negli usi particolari degli Olandesi in questo genere. Nello stesso tempo che i miei orsoj andarono venduti a S. 55, le sete di Nankin della prima sorte valevano S. 32, ma perchè queste vanno vendute per conto della compagnia delle Indie Orientali, per contanti in banco senza sconto; e nelle sete d’Italia si batte uno sconto di 22 per 100 dalli S. 55 devesi detrarre per questo sconto, e restano.......S. 45:—
Batto da questi la fattura della
riduzione in orsojo......... S.11:—
Restano S. 34:—
Valore della seta.
Onde la seta del Friuli, lavorata con quella diligenza che da me si pratica, vale 6 per 100 più della più nobile seta della China, che viene in Europa. Ho voluto produrre il conto più moderato, mentre ne ho degli altri che danno una differenza sino di 9 per 100; ed essendo il prezzo che decide della qualità, parmi aver sufficientemente provato il mio argomento.
Guardimi Dio ch’io avessi l’arroganza, che i computi da me fatti e le mie conghietture non fossero erronee; che anzi se queste mie ragioni e conteggi pervengono in mano di persone che abbiano pratica di questa merce e sieno perite nel conteggiare, le prego che colla più rigida’ censura ne facciano l’esame, e poscia partecipino a me le loro correzioni; non cercando io altro che la verità e le più utili cognizioni, per comunicarle al pubblico e per ammaestrare gli altri.
Intanto egli è certo, che la compagnia dell’Indie orientali non fa portare nè dalla China, nè dal Bengala tanta quantità di seta, quanta ne facea portar in passato. Alcuni rendono per ragione di ciò l’essere stata proibita l’uscita delle sete dalla China, e la scarsezza delle sete del Bengala viene attribuita alle guerre continue. Non mi sembra però punto probabile che sia stato nella China proibito il trasporto delle sete; conciossiachè qualunque fosse la copia che da quell’impero ne venisse trasportata in Europa dagli Olandesi, dagl’Inglesi e da’ Francesi, verrebbero ad iscemarsi di poco quei tanti milioni di seta che in quel fertilissimo paese si raccolgono ogn’anno. Comunque sia, quest’anno (1763) certamente ne sono state dalla China trasportate diecimila libbre, che si venderanno nel presente mese di settembre. Non sono nè pure persuaso, che la guerra nel regno del Bengala possa impedire il trasporto delle sete, così abbondanti in quel regno, e che sono riputate le migliori dell’Indie. Il solo distretto di Cazumbazar ne somministra, per quanto asserisce l’autore delle Memorie sopra il commercio degli Olandesi, alcuni milioni di libbre: cosa per verità non molto verisimile, ma che prova la grande quantità di questo prodotto in quel regno. Asserisce inoltre quest’autore, che ne comperavano gli Olandesi quasi tre milioni di libbre a questo nostro peso (somma forse pur questa maggiore del vero), anzi aggiugne, che ne comprerebbero da vantaggio, se venisse loro permesso.
Io son d’opinione però, che, dacchè in Italia s’è moltiplicato il prodotto della seta, e migliorato il lavoro (cosa ch’è seguita nel corrente secolo), gli Olandesi, gl’Inglesi ed i Francesi ritrovino meglio il conto loro nei nostri orsoj e nelle nostre trame; e che le sete chinesi servano ad essi soltanto per certi lavori, come per calzette e per que’ merli che son detti biondi, de’ quali se ne lavorano anco in Venezia, dove le sete della China presentemente si vendono undici lire l’oncia, cioè sei zecchini la libbra. La seta chinese altro pregio non ha sopra la nostra, fuorchè la candidezza; qualità che potrebbe pur la nostra acquistare con qualche studio; ma la nostra supera la chinese nella nobiltà, e quello che soprattutto è stimabile, nella leggierezza.
Ci sarà per avventura taluno, il quale vorrà metter in comparazione que’ drappi, che dalla China in Europa vengono portali, che sono veramente di sete squisite e gentilissime, e di un prezzo molto minore de’ nostri. A ciò io non mi oppongo già, ma voglio credere, che tali finissimi drappi sieno fatti delle sete, più settentrionali, che sono più perfette, e che non possono arrivare a noi; mentre, come abbiamo veduto, le perfette sono di Nankin, posto a gradi 32. Nè possiamo già sapere se i mercanti di questa città le facciano venire da’ paesi più settentrionali. Io per altro ho voluto farne il saggio con orsojo, fatto delle sete più sopraffine di Nankin, ed ho ritrovato, che braccia mille di quello pesano carati 13 1/2; e braccia mille del mio orsojo pesano carati 13; e braccia mille del mio sopraffino a 4 fili, del quale si fabbricano i lustrini, pesano carati 10; e braccia mille di orsojo di Bologna carati 10 mezzo. Ecco dunque per tante strade provata la mia proposizione: che le nostre sete ben lavorate possono eguagliarsi alle più riputate d’Italia, e superano quelle della China. Osservisi quanto leggieri sieno que’ drappi, e come in iscambio di fili d’oro sieno intessuti di sottilissima e finissima carta dorata. I Chinesi non hanno gli aggravj degli Europei: vivono gli operai con 3 o 4 soldi di riso, nè beono vino, vietato da’ savj legislatori della China, che ben conobbero quanto pernicioso al popolo sia l’abuso di questo, e quanto nodriscasi con esso l’intemperanza e l’abborrimento al lavoro. Molto più devesi pagare da noi un operajo, perchè ne’ giorni di lavoro deve civanzarsi pe’ giorni festivi di precetto, per le feste votive, per quelle di ozio volontario, di passatempo, di spettacoli ed altre distrazioni.
È cosa oggimai nota ad ognuno, che sino negli antichissimi tempi furono i Chinesi que’ popoli, che fra tutti gli altri del mondo ebbero sempre maggiore accorgimento ed industria, principalmente nell’arte della seta. Non è però da dubitarsi, che il tempo, il quale molte cose ritrova, e le ritrovate, dopo lunghe sperienze corregge, non abbia insegnati loro modi da nodrire i bachi, da lavorare la seta, e da ridurla in orsojo ed in manifatture, i quali sieno loro di molto risparmio; e suggerite macchine diverse, e più semplici di quelle che da noi vengono adoperate. È vero che il P. Du Halde ci diede di queste qualche disegno; ma non basta sì poco all’intiera conoscenza. Ebbi un tempo speranza di poter avere notizia d’ogni cosa dal M. Rever. Padre Gio: Pietro di Mantova, minor osservante riformato, da me bastevolmente instrutto. Era egli di già stato nelle missioni della China; ma nelle ultime persecuzioni venne costretto a ritornarsene in Europa. Colla protezione e colla solenne ambasciata, spedita dal re di Portogallo, venne nuovamente accordato il libero esercizio della cattolica religione nella China; onde fu incontanente dalla congregazione de Propaganda chiamato il P. Gio. Pietro, ed inviato a Napoli a levarvi i missionarj chinesi educati in quel collegio per le missioni. Scrissemi egli da Napoli, che presto era per partire verso la Francia, e che di là mi avrebbe nuovamente scritto: ma questo buon servo del Signore, zelantissimo ed intrepido missionario, passò da questa vita in porto d’Oriente, dov’era andato ad imbarcarsi per la China. Grandissima afflizione apportò all’animo mio questa perdita, sì per essere io rimasto senza un sì egregio soggetto, che mi onorava della sua benevolenza, e da me veniva corrisposto colla più sincera stima e divozione; come ancora per essere tutte ad un tratto svanite le mie speranze, di avere colla sua corrispondenza quelle notizie che io cotanto desiderava, e che senza dubbio veruno sarebbero riuscite utili alla più diligente e ben intesa coltura della seta ed alle manifatture di essa. Donino VV. SS. illustriss. alla mia gratitudine ed affezione questo piccolo tributo ch’io segno alla buona memoria di quell’ottimo religioso. Passerò ora ad altre opposizioni, che mi possono venir fatte, delle quali la prima sarà la più comune, e forse la più perniciosa.
Io lo so bene quanto di forza perda questo argomento, venendo da me trattato; dacchè è proprio dell’umana malizia il credere, che la causa movente gli uomini sia sempre l’amor proprio, che questo sempre tolga il modo di ragionare ingenuamente, e che tutto infine l’utile del negozio sia de’ mercanti. Tuttavia, avendo dimostrato in mano di chi cada la prima e l’intiera somma del prodotto, ne viene in conseguenza, che il mercante non ha altro profitto, fuor quello ch’egli si procaccia col proprio capitale, che deve sborsare anticipatamente; co’ suoi studj e co’ suoi rischi: nè credo che qui alcuno possa replicare.
Ma taluni hanno cosi ostinata malevolenza a questo prodotto, che io stesso ho sentito più volte maledirne e sconsigliarne la coltura, per quella, che con più ragione posso io chiamare maladetta, falsa opinione, che per attendere a’ vermi da seta, lascino i contadini andar a male i campi, e vengano abbandonati questi nella stagione migliore, mercè la lusinga di un apparente ed incerto guadagno. Ma si disingannino una volta per sempre, e vadano a vedere costoro, se le ubertosissime raccolte di bozzoli di tutte le provincie dello Stato Veneto (per non mandarli più lontano) impediscano l’ubertà degli altri prodotti. Dicono altri: questo è un ritrovato de’ mercanti, per cavarne dalle mani il danaro, e vivere morbidamente col nostro lusso; e comprovano queste fantasie con rancide tradizioni de’ padri e degli avi loro, affermando con franchezza, che ne’ loro primi anni appena sapevano che cosa fosse seta, e la stimavano un nuovo ritrovamento.
Se altro utile non portassero le mie lettere a quelli che avranno la benignità di leggerle, spero che almeno si disinganneranno, accertandosi, che la seta non è nè ritrovamento nuovo, nè invenzione de’ mercanti, nè fomento al lusso: e finalmente, che non solo questo prodotto non leva loro il danaro, ma fa accrescere il valore reale de’ loro campi, e che del ritratto di questo ricchissimo prodotto almeno 80 per 100 entrano la metà direttamente nelle loro mani, e l’altra metà in quelle de’ loro coloni.
Ma perchè non si dolgono piuttosto, e con più ragione, della negligenza dei loro maggiori, i quali non seppero esaminare l’indole del terreno e del clima del loro paese? Non molto lungi dal Friuli era il territorio Bassanese riempiuto di edificj, ed il Veronese fertilissimo di sete: vedevano la facilità d’introdurre le manifatture di seta; la Carnia loro offeriya i tessitori ed una specie di avventurieri, per ispargere le loro manifatture per tutta la Germania e per i paesi ad essa adiacenti; come gli avventurieri inglesi sparsi già aveano in quelli i loro panni: e potevano osservare i paesi più fertili di sete, essere anco feraci di biade e di vini. Nè io intendo già di dar ad intendere, che i mori ed i bozzoli abbiano virtù di fecondare le terre; ma son persuaso, che dove regna l’industria nell’educare i vermi da seta, vi regni anco per rispetto all’agricoltura: e ne abbiamo de’ cospicui esempi anche fra noi, i quali esamineremo in altro luogo.
Altri, collo stesso spirito di opposizione, diranno, molte essere quelle ville, le cui campagne sono feconde di vino, e nelle quali si ritrovano i contadini in guisa tale occupati, che non possono venir distratti in altre faccende. Veggo, per verità, che le nostre ville più ubertose di vino nodriscono pochi vermi da seta; ma non veggo, che ciò possa venir impedito dalla coltura delle viti, che si principiano a potare nell’autunno, e se questa stagione continua asciutta, si differisce quest’operazione alcuna volta nell’inverno; ma si compie certamente in febbrajo o in marzo. Nella primavera poi, e ne’ principj della state le opere di campagna sono le stesse dappertutto. Ma pure voglio concedere, che la metà de’ villaggi non possano del tutto attendere alla coltivazione de’ mori ed al nodrimento de’ bachi. Posto adunque, che solo nella metà di esse fiorisse quest’industria; essendo ottocento le ville del Friuli, ed essendovene in varie situazioni di esso alcune che raccolgono diecimila libbre di bozzoli; calcolati questi a lire due la libbra, ch’è il prezzo mediocre, il prodotto di queste 400 ville importerebbe più d’un milione e dugentomila ducati. Le altre 400 suppongo che raccolgano solo la metà, che sono seicentomila libbre: il totale del prodotto sarebbe un milione e ottocentomila ducati. Ma da tutti questi computi, che sono (pare a me) giusti e ragionevoli, voglio battere la metà: il prodotto, per poco che si voglia favorirlo e promuoverlo, importerà ogni anno circa novecentomila ducati, senza comprendere quello delle città, terre e castella, che dovrebbero compiere il milione, che, come ho dimostrato, dividesi tutto fra i padroni de’ campi ed i nodritori de’ vermi: e replico costantemente, senza distogliere i contadini dalle opere necessarie, e senza pregiudicare gli altri prodotti, i quali per altro se venissero pregiudicati, il paese ne ha largo compenso; anzi crescerebbe il vantaggio almeno di altri cinquecentomila ducati, se si mettesse in opera la seta anche nelle manifatture più semplici e più facili. Tutto danaro che darebbe impiego agli oziosi di ogni età e di ogni sesso, e che poi circolerebbe per tutte le città, e principalmente nella capitale. Intanto colla più perfetta stima ho l’onore di confermarmi.