Elementi di economia pubblica/Parte terza/Capitolo II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo II - Per quali cagioni le arti si indeboliscono e si perdono, e per quali mezzi si rinvigoriscono

../Capitolo I ../Capitolo III IncludiIntestazione 29 marzo 2017 75% Da definire

Capitolo II - Per quali cagioni le arti si indeboliscono e si perdono, e per quali mezzi si rinvigoriscono
Parte terza - Capitolo I Parte terza - Capitolo III
[p. 339 modifica]

Cap. II. — per quali cagioni le arti si indeboliscono
e si perdono, e per quali mezzi si rinvigoriscono.


8. Due cose essenziali debbono essere considerate in ogni arte e manifattura, la materia prima onde ella è composta, e l’opera di chi vi travaglia. Di due generi saranno adunque le cagioni che fanno languire le arti e gli ostacoli che si oppongono alla loro perfezione: ostacoli e difetti della materia prima, ostacoli e difetti della mano d’opera. [p. 340 modifica]9. Il primo del primo genere sarà senza dubbio la mancanza di materie prime prodotte nel paese. Le arti non cominciano ordinariamente a prender vigore in una provincia, se non cominciasi dal travagliare le materie proprie prima d’occuparsi delle forastiere, perchè l’artigiano, che intraprende la manifattura, ha più di che scegliere per il prezzo e per la qualità da molte mani, ha minori trasporti e minori spese da fare, ed ha un maggior agio per fare i pagamenti che egli deve premettere all’esito della sua manifattura. Da ciò si vede l’importanza di quella massima, alla quale ho consacrato nella Seconda Parte quasi un intiero Capitolo, che la varietà delle colture in uno Stato è di gran lunga più utile dell’uniformità, quantunque il prodotto di questa fosse maggiore della somma dei prodotti di quella, perchè questo difetto sarebbe compensato dal molto maggior numero di arti nazionali, dal minor tributo che si pagherebbe alle arti forastiere, da una circolazione di contratti o di valori più viva, più rapida e più universale. Oltrechè la varietà delle colture è più sicura contro gli accidenti impensati e gli ostacoli reciprochi che le nazioni le oppongono per la sempre vivace guerra d’industria e di guadagno. Dunque tutti gli ostacoli da noi accennati contro la coltura delle materie prime saranno ostacoli contro le arti e le manifatture medesime: sarebbe perciò intollerabile il qui ripeterle.

10. Secondo ostacolo del primo genere saranno le difficoltà che incontrar possono le materie prime passando dai produttori ai manifattori. Questi possono essere di varie sorta. I. Se la circolazione sia impedita ed interrotta da gabelle interiori, e da tutto quello strascico inviluppatore di formalità, che ordinariamente corredano tali pesi e gravezze. L’uomo s’arresta in una carriera piena d’inciampi e di pericoli, dove ad ogni momento deve anticipare con proprio incomodo un valore che tardi sarà ricompensato, e meno sicuramente lo sarà, a misura che sia esso più grande e più insuperabile. II. Se i produttori siano soverchiamente caricati, qualunque pagamento si faccia per ragione di tributo d’ogni genere è sempre portato dalla materia prodotta dalle terre. Ma non è pure indifferente il tempo e il luogo nel [p. 341 modifica]quale questa materia paga il tributo, perchè se tutto intiero lo paga di primo slancio subito dopo la di lei produzione, il produttore vuole all’istante ricompensarsene, e il valore della materia prima riuscendo troppo alto, l’anticipazione che il fabbricatore è costretto di pagare è troppo forte, perchè egli intraprenda lavori considerabili e ben fatti. Quindi minore sarà il numero de’concorrenti alle medesime opere, e perciò minore la perfezione di quelle, minore buon mercato e maggiore uscita della materia prima dallo Stato, quando non fosse abbandonata la coltura della medesima; il che non immediatamente, nè sempre, ma spesse volte e a poco a poco succede, perchè i fabbricatori non possono e non vogliono ricompensare l’eccesso del tributo, onde quello retrocedendo tende a rendere più dannosa che utile la coltivazione. Il peso dunque portato sempre dai prodotti del suolo debbe essere distribuito in proporzione della sua grossezza ne’ successivi passaggi della materia prima dai produttori ai primi manifattori, da questi ai secondi e così successivamente, acciocchè l’anticipazione che si deve fare sino all’ultimo consumatore o utente della cosa manufatta, sia meno forte per ciascuno in particolare; il che come dovrebbe essere, perchè non sia rovinoso ma utile, si vedrà nel trattato delle finanze.

In terzo luogo, se i manifattori siano da privilegi esclusivi, da restrizioni e condizioni legali limitati ad un piccolo numero escludente altri che potessero intraprendere un simile travaglio; perchè questi diventando legislatori o tiranni dei valori, ed essendo sicuri di uno spaccio, qualunque sia il lavoro da essi fatto, manca quello stimolo che porta a perfezionare l’opera e a diminuirne il prezzo in concorrenza di emoli tendenti allo stesso fine.

11. Gli ostacoli del secondo genere, cioè della mano d’opera, ossia dei fabbricatori, sono: I. La successiva imperfezione delle diverse preparazioni che soffre la materia prima che si adatta al lavoro, perché accade sovente che nelle arti subordinate ad una manifattura, per l’ignoranza di chi fa le prime preparazioni, le manifatture che ne risultano riescono inferiori di pregio e di bellezza a quelle delle [p. 342 modifica]altre nazioni, dove sono minori pregiudizj, e maggiore attività e cautela si adopera intorno alle materie prime. Esempio ne siano le nostre sete, la datura delle quali essendo diversa ed inferiore a quella di Piemonte ed altri finitimi Stati, le manifatture risentono dei difetti delle prime preparazioni. Chi s’interessa alla prosperità delle arti, trasportato sovente dal dispotico spirito di perfezione, vorrebbe che con codici penali e con ordini di gelosa e diffidente ispezione fossero prescritti metodi a chi prepara la materia prima, e che egli fosse soggetto ad esami, a visile e ad una claustrale disciplina: desiderio certamente pericoloso, e che oltre il difetto di fare il bene con mezzi odiosi e contrarj alla felicità degl’individui, avrebbe il rischio di disanimare ed impiccolire lo spontaneo vigore della industria, che esige libertà e facilità in ogni luogo e in ogni tempo. Oltre di che, tutto ciò che si toglie all’influenza infallibile dell’interesse particolare per metterlo sotto la direzione degli esecutori, diventa più favorevole ad essi, e perciò più arbitrario ed incerto, di quello che conduca al fine che si propone. Non già che ogni disciplina debba esser tolta, ma perché è verissimo che le prescrizioni non debbono essere impiegate se non dove sono necessarie; e dove il premio può ottenere il fine voluto dalle leggi, ivi la pena sarebbe dannosa.

12. Secondo ostacolo sarà la scarsezza de’ lavoratori, la quale può essere assoluta quando la popolazione sia al disotto di quella che possa uno Stato mantenere, il che si può conoscere dalla quantità delle terre buone, inutili ed incolte, e dalla quantità delle terre che ciascuna famiglia coltiva; perché se queste eccedono il potere di ciascun braccio, e se la famiglia ne ha di troppo, cosicché non sia costretta a cavarne tutto il parlito possibile, ma le basti una mediocre col- livazione ed una mediocre fatica, segno è che tali terre molto maggior numero di persone potrebbero mantenere: ma questa scarsezza di lavoratori per lo più suol essere relativa. Quando in uno Stato vi sia facilità a consumar viveri senza un travaglio produttivo o manifatturiere, tutti questi consumatori sono tolti alle arti ed alla gleba. Quindi per le arti ve ne resterà un minor numero, e maggiore sarà la [p. 343 modifica]diminuzione che ne soffrirà la manifattura di quello che la coltivazione, perché la manifattura esige un più lungo tempo, ed è costretto chi vi si impiega o di pagare il maestro, o di servirlo con nessuno o tenue sostentamento, mentre niuna di queste prevenzioni richiede la coltivazione delle terre. In prova di che vediamo ogni giorno, in quei paesi dove siano di questi sterili consumatori, che coloro che si sottraggono al duro travaglio della terra non si rifugiano al più lucroso e più comodo lavoro delle arti, ma bensì saltano immediatamente come i calabroni a succhiare il miele delle api in- dustri, e ad intorpidire in quelle condizioni che somministrano una tale facilità di vivere scioperatamente. Restando dunque più scarso il numero de’ manuali, questi esigeranno un più alto prezzo dell’opera loro; quindi, incarendo la manifattura, se ue diminuirà la ricerca, tanto degli estranei che dei nazionali.

13. Terzo ostacolo, la carezza della mano d’opera medesima per la carezza dei viveri. Il valore del travaglio di un giorno deve somministrare cinque alimenti circa, né più né meno al lavoratore, perché, se gli somministra di più, egli tralascerà di travagliare tanti giorni quante giornaliere sussistenze sono formate dall’eccesso del valore del travaglio, o travaglierà più languidamente o più imperfettamente, il che è lo stesso. Ma se il travaglio somministra di meno, il lavoratore tralascerà di lavorare, e dovendo necessariamente cavarne il valore di cinque alimenti, accrescerà indebitamente il prezzo dell’opera, colla diminuzione in seguito della medesima. Ma quando sarà che il travaglio o la mano d’opera siano in giusto livello colla giornaliera paga del lavorante e col prezzo dei viveri? Abbiamo detto che il travaglio di un uomo può equivalere al travaglio di molti, e che il lavoro, per esempio, di un sarto che somministra abiti a molti contadini, equivale alla somma corrispondente di più giorni di travaglio pagati da tutti questi contadini per tutti gli abili. Dunque questo travaglio può essere rappresentato da corrispondenti porzioni di terra. Dunque il prodotto di questo travaglio sarà corrispondente al prodotto di queste terre. Dunque il valor del travaglio di ogni fabbricatore allora sarà in livello colle spese [p. 344 modifica]della mano d’opera, quando, dal capitale impiegato per tutta l’estensione della manifattura dedotto il valore della materia prima, e dal frutto di questo capitale dedotto il valore della mano d’opera pagato agli operaj insieme colle altre spese, l’avanzo, cioè il guadagno, sarà eguale al frutto raccolto di (aule terre, quanto la somma del suo travaglio e della sua intrapresa ne rappresenta. È impossibile l’applicazione di questa teoria finché non si abbiano dati certi ed adequati dei prodotti delle terre, della media porzion fisica di travaglio di ciascun uomo, e la più difficile ed esatta notificazione del capitale che ciascuno impiega ne’ suoi lavori.

14. Quarto ostacoto, l’eccesso del tributo posto sulle manifatture e sull’industria personale degli uomini. Egli è vero che tali gravezze sono ricompensate dai compratori, ma quando passano un certo limite di troppo la manifattura diminuisce, e se ne dirige altrove la ricerca; diminuiti i compratori, essa deve abbassarsi di prezzo, quindi il tributo resterà tutto sulle spalle degli operaj e manifatturieri; e questo peso, opprimendo il frutto e la speranza della loro attività ed industria, renderà torpide le arti, le quali a poco a poco dissipandosi, si rifugieranno dove siano allettate da una condizione più dolce e da tributi men forti e meno sensibili.

15. Quinto ostacolo, sono le formalità cui le arti medesime si assoggettano da coloro agli occhi dei quali s’ingrandiscono i piccoli dettagli, e che né puonno né vogliono innalzarsi giammai alla contemplazione del tutto C della somma intiera delle cose. Esami, patenti, permissioni, prescrizioni ed obblighi di tenere allievi, allontanano e rendono scabroso l’entrare in una carriera, a correre la quale anzi si dovrebbero moltiplicare gli stimoli ed aprire tutte le facilità per vincere la naturale inerzia dell’uomo e l’innata sua spensieratezza, che lo porta a riposarsi negli avvenimenti giornalieri e ad abusare di quella fiducia che noi dobbiamo avere nell’invisibile provvidenza. Lo stringere ciascuna classe di artigiani in corpi separati che si eleggono capi e direttori, l’assegnare severi confmi al travaglio di ciascuna classe e alla industria di ciascun individuo, il farne famiglie, società, fratellanze, [p. 345 modifica]confraternite contraddistinte d’insegne e di livree semi- ecclesiastiche e semi-secolari, creano pretensioni sempre nuove e liligj e discordie sempre rinascenti, lanto più aspre e dispendiose quanto meno si appoggiano sui veri interessi e sui veri bisogni delle arti stesse, ma piuttosto sull’avvicinamento e sul riscaldamento delle passioni degli uomini, che sono più durevoli a misura che hanno un oggetto più vago e più indeterminato, non già per il fine che si propongono ma per i mezzi che adoperano. Quindi codici particolari di cia- scun’arte, custodi di lali leggi, patrocinatori e difensori stipendiali che hanno interesse di riprodurre ciò che gli alimenta. Quindi una parte di valore che dovrebbe rappresentar travaglio ed azione, riproducente parimenti valore, diviene il cambio di carta, di parole che rintuzzano e disperdono la forza dell’interesse, e pesano sull’industria degli uomini.

16. Sesto ostacolo alle arti e manifatture, che più ne ritarda l’introduzione, è l’impiego dei capitali sui banchi pubblici che pagano interessi, rendile vitalizie ec., fondi lutti che somministrando un’annua rendita e sicura ed un frutto netlo e sufficientemente abbondatile, alienano i possessori dilli’ impiegarli in favore delle arti e dell’industria; e come da questa si esige un compenso maggiore, cui non può portare che difficilmente, così ella resta languente ed inoperosa. Ma ancora di ciò sarà meglio dallato, e si esporranno tanto le obbiezioni che si possono fare, quanto le eccezioni che si possono ammetlere nelle circostanze particolari delle nazioni, quando si parlerà del commercio.

17. È quasi inutile il qui accennare per settimo ostacolo le difficoltà che soffrono nella circolazione le materie mainila it e, siccome abbiamo annoverale quelle che soffrono le materie prime. Tutto deve essere diretto da questa massima che non ha eccezione: cioè che le restrizioni alla libertà non debbono’essere poste per l’amore della perfezione, ma sol- tanto per esigenza della necessità; non per far meglio, ma per trattenere un disordine.

18. L’ottavo ostacolo che si oppone al -progresso delle arti, e il più grande e considerabile, è appunto quello che si è creduto da molli il più opportuno ed efficace a [p. 346 modifica]promoverle, cioè i privilegj esclusivi che si accordano a tali manifattori contro tutti quelli che potrebbero intraprendere il medesimo lavoro. Le arti, come le eose tutte, non .prosperano quasi mai nelle mani di un solo. Tale è la legge eterna che contribuisce a legare gli nomini in società. Ciò che ciascuno vi può aggiungere non è che un piccol grado; ed un’arte che sia nelle mani di un solo o di pochi non può che restar sempre languida ed imperfetta, arricchendo un particolare, non già la nazione, né potendo giammai sostenere la concorrenza con simili arti di altri paesi dove siavi libertà a ciascheduno di professarle; il che produce emulazione a perfezionarle, e gara a scemarne il prezzo, onde le ricerche saranno sempre rivolte verso dove spira la libertà, non dove siede il severo monopolio. Non è nuovo, ed è evidente questo ragionamento: o l’arte di cui si vuole accordare il privilegio esclusivo è già introdotta nel paese, o non lo è; se è già introdotta, non si può togliere senza ingiustizia il profitto di molti per accumularlo nelle mani d’un solo, profitto però che da ’sé medesimo tenderebbe a diminuire, perché le ricerche e l’esito scemano dove la concorrenza sia tolta; o l’arte non è introdotta, ed allora chi richiede il privilegio esclusivo fa ragionevolmente sospettare, anzi lascia con ogni sicurezza presumere che egli voglia o debba essere un cattivo manifattore. Ogni arte nuova che da qualcheduno venga introdotta, dà sempre per sé stessa un vantaggio in favore dell’introduttore, a preferenza di quelli che vengono dopo di lui. È sempre più grande presso gli uomini il credito de- gl’introduttori, che degl’imitatori. Chi introduce un’arte nuova, oltreché può chiamarsi inventore relativamente alla nazione priva di quell’arte, già la conosce prima, e più di ogni altro è già prevenuto contro gli ostacoli,’ha già disposti i mezzi e preparate le corrispondenze. Chi vien dopo non potrà procurarsi simili vantaggi, se non molto tempo dopo l’introduzione dell’arte per mezzo del primo, cioè se non dopo avviato l’esito dell’introduttore; onde questo avrà sopra tutti gli altri maggior credito e forza, per non temere discapito al capitale da esso impiegato. Chi dunque dimanda privative, dimanda di potere ingannar impunemente, e [p. 347 modifica]all’ombra delle leggi tiranneggiare il compratore. Chi dimanda privative, è un uomo non sicuro di sé stesso, il quale cerca di coprire quel rischio che una mal’intesa avidità gli fa azzardare, e poco appoggiato alla probabilità di riuscire, cerca non nella propria attività e diligenza, ma nell’altrui dipendenza e servita un reddito ed un prodi to. Di più, non ho difficoltà di’qui ripetere, perché importante, ciò che altrove ho accennato, cioè: che la concorrenza dei manifattori abbassando il prezzo della manifattura e perfezionandone l’opera, aumenta di più la ricerca e lo spaccio, di quello che non scemi alla lunga il profitto di ciascheduno in particolare, supposto che questi avesse il privilegio esclusivo, il quale, se esclude gli altri dall’esercitare un’arte simile, esclude anche ed aliena una parte dei compratori dal procacciarsi le produzioni di quella. A qual fine sono state adunque concesse talvolta tali privative che fanno dell’industria un esclusivo patrimonio? Cagione più frequente d’un simile errore è la trepida ed improvvida voglia d’introdurre a qualunque costo e forzatamente alcune arti nella nazione. Questa fa ascoltare e aderire ai subdoli progetti che mettono in vista un vantaggio momentaneo, sotto del quale celasi un danno lungo e rovinoso. È assai meglio, secondo la sana politica, di restar privo di un’arte qualunque, che l’accordare simili privative; è meglio fissar premj e gratificazioni al primo che avrà il coraggio di arrischiare un’intrapresa, che estinguere o vendere la sorgente delle azioni industriose, per cui la riproduzione e l’esito delle materie prime e la circolazione delle opere illanguidisce e si arrena. Alle privative si avvicinano le riduzioni delle arti in così dette badie ed università, che fanno contribuire gli artigiani, e per conseguenza allontanano molli di quelli che potrebbero accrescerne il numero; che escludono i foraggeri in paragone dei nazionali, credendo di favorir la patria col resistere a quelli che vorrebbono aumentarne le forze e la ricchezza, quasi che la stessa cosa non fosse il nascervi o stabilirvisi.

19. Fissate dunque le principali difflcoltà che si oppongono alio stabilimento delle arti, faciI cosa è il trovare per quali mezzi esse fioriscano; perché non facendo le cose che [p. 348 modifica]si chiamano ostacoli, anzi facendo le contrarie, poco resta di positivo da farsi, e questo poco a due capi principali si riduce.

20. In primo luogo, s’incoraggiscono le arti e le manifatture onorandole e premiandole. Per ciò che riguarda l’onore, ognuno che tocchi internamente sé stesso, e paragoni ciò che sente colle varie ed infinite nozioni che di questo sentimento sociale hanno gli uomini avuto in tutti i tempi, crede doversi quello alle azioni utili alla società; e come prima le azioni del coraggio e del valore, e il diritto della forza esercitato con certe solennità e certi fini, soli potevano contribuire alla pubblica utilità, soli erano onorati, così ora, estinto e calmato in gran parte il truculento furore delle discordie, rende men gelose e più comunicanti le nazioni. Perché non saranno onorate’le azioni di una industriosa probità, che apre con coraggio e con rischio una nuova sorgente di ricchezze, e dà un nuova esempio di onesta ed utile occupazione? Perché colui che confuso tra una oscura moltitudine ha saputo erigersi ad una sfera più elevata, e divenire rappresentatore di parte dell’attiva potenza il’uno Stato, non merita di sedere a pari dell’assiderato ed inoperoso, nel quale appena lampeggia l’ultimo lume della gloria di lonta- nissimi avi, che seppero comprargli un ozio illimitato col- Tingegno, col sangue, colla rigorosa frugalità, e talvolta con illustri delitti? Ma alieno affalto dal mio istituto sarebbe il più insistere su tali progetti, come lontani troppo dagli attuali sistemi, quantunque non ignoti del tutto fra le antiche leggi di vicine nazioni, né totalmente disparati dalle costumanze e dai riti de’ nostri antenati. E se nelle fervide e clamorose nostre assemblee tanto si deplora il decadimento di questo secolo, perché ci allontaniamo dal costume, dalle opinioni e dalle maniere degli avi e de’bisavi nostri, io non sarò poi rimproverato se volessi costringere tali declamatori a rimontare più in alto per convincerli, che le novità che si propongono sono le vecchie costumanze de’ trilavi e qua- driavi toro.

21. Ma l’uomo nato fra il volgo, cioè fra l’indipendenza dei costumi e delle maniere, è meno mosso dall’ambizione [p. 349 modifica]che dalla speranza di un bene più reale ed immediato. Perciò i premj saranno i più efficaci animatori delle arti, e faranno incurvare l’inerte alla» fatica, e renderanno sagace l’industrioso nell’inventare e finire le opere sue.

Soglionsi talvolta invitare le manifatture con somme anticipale chela generosa munificenza del sovrano somministra a chi si esibisce a sostenere un’intrapresa. Ma chi ben riflette troverà forse inutile ed anche pericolosa una simile maniera d’incoraggire le arti. I. Perchè, quando ottenesse il fine, darebbe troppi vantaggi alle manifatture, escludendo gli altri dal poter sostenere la concorrenza, il che sarebbe introdurre non una manifattura, ma un manifattore; e quelli, ancorchè potessero sostenere una tale concorrenza, sarebbero forse disanimati, perchè l’uomo che sempre ed unicamente si regola cogli esempj, sarebbe portato a credere, che se il primo introduttore ha avuto mestieri della clemenza del principe, egli pure non ne potrà far senza, II. Perchè si corre grandissimo rischio, che il manifattore calcoli più sull’interesse del capitale sovvenuto che sulla perfezione della manifattura; e perchè ciò egli eseguisca, sono necessarie sicurtà, ispezioni ed esami, precauzioni egualmente dispendiose al- l’erario del principe, che producenti diffidenza e disamore nell’animo dell’artefice per l’arte sua. Egli è probabile che chi si ritrova di avere in mano un capitale con condizioni lunghe e vantaggiose, cercherà di campare sopra di esso contentandosi di esibire un’apparenza di travaglio, più per conservarsi il diritto di prolungare la restituzione e di chiedere nuovi soccorsi, che per corrispondere con lealtà alle benefiche mire del sovrano. Quanto ho detto non dà nissun diritto di disapprovare se talvolta si sia fatto l’opposto, perchè le massime di prudenza politica sono meramente relative a ciò che in qualche particolar circostanza avviene, polendosi trovare persone che fedelmente adempiano i patti convenuti, e tanta fermezza e vigilanza uni ministri che sappiano costringerli all’adempimento, senza disanimare nè il favorito manifattore, nè i successivi concorrenti.

22. Dunque premiar I’ opera già fatta sarà la massima più salutare ed il mezzo più efficace a promuovere le [p. 350 modifica]manifatture. Il premio è di un solo, ma l’emulazione è di molti, e la speranza, che è uno dei più grandi agenti dell’uomo socievole, mette in fermento l’interesse privato di ciaschedu- uo; e il profitto che risulla da questa prima spinta è tale, che in seguito quasi senza il premio la manifattura si dilata e rinvigorisce. Dico quasi senza premio, perchè io crederei opportuno che ad ogni classe di manifatture si conservasse il premio fissalo dalle leggi, almeno per qualche tempo finchè non divenisse affatto inutile. Se esso ha servito a introdurre, servirebbe a perfezionare, a tentar nuove e più spedite manifatture di lavoro, a tenere in considerazione le condizioni dei manifattori medesimi, essendo i pubblici premj rappresentatori della lode universale, che per lo più misura la virtù nelle deboli menti nostre.

23. In secondo luogo, per mezzo dei dazj con giusti principi istituiti si animano le manifatture interiori di una nazione. Ogni manifattura consta di due parti: della materia prima, e della forma che le si dà. O la materia prima cresce in un paese o fuori dei suoi confini, e questa è manifal- ta parimenti o al di dentro o al di fuori. Se la materia prima che nasce al di dentro sorte rozza e non travagliala dalle mani dei proprietarj fuori dello Stato, i manifattori nazionali che potrebbero impiegarla, debbono comprarla in concorrenza de’ manifattori forastieri. Se una tale manifattura o non esiste nella nazione, o soltanto languidamente con uno spaccio dissipato ed incerto, e se per lo contrario i forastieri hanno un esito della medesima florido ed ampio, questi potranno pagare la materia prima alquanto di più che i nazionali medesimi. Vero è che la differenza del trasporto più lungo di una materia al di fuori, in confronto del trasporto della materia stessa più corto nell’interno, dà un vantaggio ai nazionali contro i forastieri; e ciò per la ragione più volte ripetuta, che i venditori della materia prima, dovendo rifarsi della spesa del trasporto, earicberanno il prezzo di "quello sulla materia prima che vendono ai forastieri. Possono dunque vendere un po’ più a buon mercato ai nazionali, guadagnando di più nel medesimo tempo. Ma se il trasporto è troppo facile e corto, la differenza può essere così piccola tra [p. 351 modifica]il vantaggio dei nazionali e il disavvantaggio dei forastieri, di modo che questi abbiano un molto maggior utile per l’esito già avviato e più vasto della manifattura, contro dei nazionali che non ne hanno punto, o almeno molto più lento e stentato. Che far dunque in simili circostanze, quando la materia prima nata nel nostro suolo fosse convertibile in manifatture per noi medesimi necessarie, o di comodo grandissimo e voluto da lutti quelli che hanno un superfluo da spendere? Tutti questi se ne provvederebbero dai forastieri, o perchè manchi a noi, o perchè migliore e più perfetta è l’opera, o perchè a più buon mercato, e talvolta ancora perchè la natura umana è proclive a stimar le cose lontane ed ignote, sprezzando le vicine e conosciute. Noi dunque restituiremo al forastiero tutto il valore che egli pagò per la materia prima qui comperata, e di più sborseremo del nostro il valore della man d’opera forastiera.

In tali circostanze dovrassi ricercare con ogni sforzo che non escano tali valori dallo Stalo. Perchè non escano, non si deve e non si può far altro che proibire assolutamente l’uscita della materia prima, o dare tutto il vantaggio ai manifattori nazionali contro dei forastieri. Ora, proibendo assolutamente l’uscita della materia prima, meno s’incoraggirà una manifattura introdotta o languente coll’avvilimento del prezzo della materia, di quello che un tale avvilimento alienerà la mano disanimala dell’oppresso agricoltore; o veramente sorgerà dall’avvilimento medesimo l’inestricabile contrabbando e l’ingoiatore monopolio, il quale avendo facilissime le entrale troverà i mezzi di rendere facilissime ed invisibili le uscite. Dunque si darà il vantaggio ai manifattori nazionali sui forastieri, quando si allunghi per questi artifizialmente il trasporto al di fuori della materia prima, cioè si ponga un dazio all’uscita di essa. Questo dazio deve esser pagato dai manifattori esteri; la compera dunque della materia prima costerà di più a quelli di fuori, che ai manifattori interni. Potranno dunque i venditori della materia prima vendere a buon mercato e guadagnare di più vendendo ai nazionali.

Per una contraria ragione dovrassi dare ogni facilità [p. 352 modifica]all’introduzione delle materie prime forastiere, le quali lavorale nello Stato escono totalmente di nuovo, e ci rimborsano del valore della materia prima comperata, e vi guadagniamo di più la mano d’opera; o se non ritornano ad uscire totalmente, ma parte si fermi nella nazione, avremo sempre risparmiata la mano d’opera forastiera.

Mi si domanderà se non è possibile che l’introduzione delle materie prime forastiere pregiudichi e disanimi la coltura delle medesime nel proprio paese, perchè la concorrenza di quelle con queste facendone abbassare il prezzo, il proprietario e l’agricoltore ne ricavassero una rendita troppo vile e insufficiente. A ciò facile è il rispondere per chi riflette, che l’affluenza delle cose medesime ne scema il prezzo, ma ne aumenta to spaccio; che le materie forastiere hanno contro loro medesime il valor del trasporto, e ’che perciò ad egual grado di bontà avranno sempre la preferenza le nazionali; e quando pure le forastiere siano facilmente introdotte o siano superiori in bontà alle nazionali, ne nascerà uno sforzo ne’produttori di queste di perfezionarne la coltura, perchè gareggiano colle forastiere nella bontà, onde venderle al medesimo prezzo ed anche a preferenza. Dunque, un dazio ali’ uscita delle materie prime nazionali, e l’introduzione libera delle materie prime forastiere sarà la massima regola- trice. Ma questo dazio, i. non deve essere che ai confini d’uno Stalo perchè libera sia l’interna circolazione; n. deve essere previamente calcolato sulla differenza dei valori della materia prima venduta al di dentro e al di fuori. Quando la differenza, ossia l’eccesso del prezzo forastiero sul prezzo nazionale sarà maggiore, ed il trasporto sarà più piccolo e più corto, tanto il dazio dovrà esser più forte. Per lo contrario, quando sarà minore la differenza di questi prezzi e più lungo e dispendioso sia il trasporto, tanto il dazio dovrà esser più piccolo, sino ad essere perfettamente inutile a quest’oggetto.

24. Cogli stessi ragionamenti noi troveremo l’altra massima fondamentale i ni orno alle manifatture, cioè di aggravare l’introduzione delle manifatture estere, ed alleggerire o meglio lasciar libera del tutto l’estrazione delle mani Tal- ture nazionali. Le medesime modificazioni e i diversi punti [p. 353 modifica]di vista che abbiamo messo in considerazione parlando delle materie prime, dovranno ammettersi parlando della mano d’opera, onde sarebbe una magistrale scioperatezza il qui ripeterle.

25. Prima di chiudere questo Capitolo, gioverà qui aggiungere due riflessioni, quantunque già da noi accennate. La prima è, che fino ad un certo segno l’altezza del valore de’ generi contribuirà al progresso delle arti e manifatture, perché l’altezza del prezzo dei generi produce in molti casi l’abbassamento degli interessi del danaro; cioè quando questa altezza di prezzo non nasca dalla mancanza e scarsezza delle derrate medesime (sia mancanza reale, o apparente, o artificiosa), ma dalla libertà ed ampiezza dell’esito si al di dentro che al di fuori. La seconda riflessione è che quando molti siano i proprietarj delle terre producenti tali derrate, e non pochi, l’altezza del prezzo dei generi produce una esuberanza di danaro in molte mani. Saranno dunque molti che cercheranno di prestar danaro; vi sarà dunque concorrenza tra i prestatori, e per conseguenza una gara di scemare l’annuo frutto dei capitali per ottenere ciascuno la preferenza sui concorrenti. Ma quando gli interessi del danaro sono bassi, molti potranno procurarsene l’imprestito, per intraprendere una manifattura che col progresso dia loro i mezzi di fare dei risparmj, coi quali pagare l’annuo frutto e poscia restituire il capitale, e nello stesso tempo mantenersi e moltiplicare l’annuo suo reddito. Il manifattore ed il commerciante, quando possono avere un corso ed uno spaccio non impedito nei loro affari, calcolano in questa maniera. Se posso far rientrare tre o quattro volte in un anno quel medesimo capitale di cui pago l’annuo frutto, e che quello mi renda tre, quattro o cinque degli annui frutti, uno dei quali io pago, posso senza rischio farmi prestar danaro. Ora tanto più sicuramente può farsi e si farà un tale ragionamento, quanto più basso sarà quell’annuo frutto del danaro. Dunque la bassezza degli interessi del danaro, e per conseguenza l’altezza del prezzo dei generi, aumentano le arti e le manifatture, quando nasca dalle due condizioni sovra accennate. [p. 354 modifica]

Mi si obbietlerà: ma l’altezza del prezzo dei generi incarisce la mano d’opera e fa crescere i salarj degli operaj; dunque s’incarisce la manifattura, dunque perderà una parte del suo smercio, quando ella sarà in concorrenza con simili manifatture a minor prezzo d’altri paesi. Rispondo, che questa carezza di generi non può essere pregiudizievole, se non quando offenderà la preferenza del buon mercato delle nostre manifatture in confronto delle forastiere; e quando la differenza non fosse molta, non vi sarà molto da temere allorchè non sia pregiudicata la concorrenza nella bontà della manifattura, perchè ella si sosterrà in proporzione che sarà maggiore la bontà e perfezione sulla manifattura forastiera, di quello che sia il prezzo della prima sulla seconda. Se dunque non oltrepassa tali limiti, l’altezza dei generi ancorchè faccia alzare il salario degli operaj non sarà dannosa, perchè chi compra può comprare a più caro prezzo, e chi vende non deve temere di perdere gli avventori. Allora solamente l’altezza di questi generi sarà dannosa, quando non sia successiva per gradi, ma salga per salti considerabili dal basso all’alto valore; perchè allora non crescendo in proporzione i salarj degli operaj, questi si trovano realmente ed in un momento dimezzata la paga: la quale non consiste in una determinata e fissa quantità di danaro, se non in quanto questa quantità è atta a rappresentare i necessarj giornalieri alimenti dell’artefice. L’avidità reciproca degli uomini cerca di sottrarre per quanto è possibile ciò che deve agli altri, nè si ferma se non quando teme di venire per ciò a perdere quello che si deve a lei medesima; onde, in un salto da un basso ad un alto valore, i padroni non daranno agli artefici un maggior soldo, se non quando temeranno di perderli, e di non poterne altri sostituire alle antiche condizioni: dippiù eglino stessi per una simile ragione non potranno in un momento alzare il prezzo della propria manifattura. Vi sarà dunque in tali casi un’oscura guerra tra i compratori e i venditori, fra i maestri e gli operaj, durante la quale può accadere la rovina di molte arti e l’emigrazione di molti artefici. Dunque si procuri l’altezza de’ generi sino a non pregiudicare alla concorrenza, e si procuri gradatamente; il che si otterrà [p. 355 modifica]meglio colla libertà, che dilata ed equilibra gli interessi degli uomini, che colla violenza che li concentra e li fa sbilanciare con precipizio verso l’opposto estremo egualmente dannoso.

26. Ma di ciò si è detto anche troppo lungamente. Vi è un’ultima riflessione, sulla quale non posso cessar d’insistere, non certamente perchè ve ne sia bisogno in questa fortunata provincia dove non cessano i sovrani provvedimenti, ma per dissipare, per quanto mi è possibile, quel genio tenebroso ed oscuro che occultamente si sforza colla derisione, col disprezzo, col pedanteggiare i vigorosi movimenti della giovanile curiosità, di opporsi alle clementissime mire dell’Augusta Madre dei popoli. Vede ognuno che io voglio parlare delle scienze, le quali hanno una troppo grande influenza sulle arti e manifatture, perchè si debba omettere ogni sforzo per ampliarle e facilitarne il progresso per ogni paese. Verissimo è quello che fu detto da alcuno, che dove si perfezionerà l’astronomia, ivi si può sperare che i panni saranno più perfettamente lavorati. Chi considera i progressi della specie umana troverà che essi camminano con un certo parallelismo, onde e le più sublimi e da noi lontane cognizioni, e le più umili ed a noi vicine si attraggono vicendevolmente. Non è possibile che le medesime cagioni che eccitano in taluni curiosità o interesse per una classe d’idee, e che loro danno agio e facilità di soddisfarvi, non operino colla medesima forza su tali altri per diverse serie d’idee e di cognizioni, frattanto che la considerazione occupata da chi ha perfezionato un oggetto, non lascia luogo che a cercar nuovi oggetti per occupare simile considerazione. Dunque la protezione alle scienze, la curiosità nudrita nella fervida gioventù, il premio accordato alla laboriosa virilità, il togliere nelle scienze come nelle arti ogni privilegio esclusivo, per cui divengono tiranne ed usurpatrici, e per conseguenza indolenti nel perfezionarsi ed attive nell’abbattere gli emoli e concorrenti, saranno mezzi indiretti, ma non meno perciò efficaci dei più diretti ed immediati, per il progresso delle arti e manifatture. Neutono che ha scoperto il sistema dell’universo e l’attrazione equilibratrice delle cose, Locke [p. 356 modifica]che attraverso della nebbia dei vocaboli ha portato la fiaccola dell’analisi nei più segreti nascondigli dell’intelletto umano, sotto le stesse leggi e fra gli stessi costumi hanno vissuto di coloro che hanno perfezionato le volgari manifatture della lana, e che hanno elevato il durissimo acciaio alla lucidezza ed allo splendore dell’oro, e piegato all’eleganza delle forme più leggiadre. Tutta la natura ha sentito il dominio delle scienze, e le arti tutte sono state tocche dall’elettrica fiamma dell’invenzione, e col fermento e colla gara di tutti gli interessi si sono ripulite di ogni rozzezza ed imperfezione, delle quali il frettoloso bisogno le avea impastate. Non una circondotta giurisprudenza, non un misterioso e vano circolo di mediche tradizionali formole, e non una sconnessa e fortuita congerie di fatti, nè la curva e laboriosa imitazione degli antichi modelli, nè la divota e pusillanime scelta delle parole, saranno mai le scienze miglioratrici delle condizioni degli uomini, e madri di vera ricchezza e potente prosperità nelle nazioni. Ma la scienza dell’uomo in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma la ricerca attenta ed imparziale dei grandi fenomeni della natura, ma l’ardito congetturare, ma l’ostinato tentare, ma il battere le strade sconosciute e solitarie che guidano al vero, impervio al timido e cieco calcolatore delle pedate altrui, solo sono i mezzi onde si possono sperare progressi fra la moltitudine riunita; la quale non si perfeziona colla perfezione d’alcuni individui, ma coll’avvicinamento e coll’urto di molti errori, di molti tentativi, di molti interessi. A che mai sarebbe ridotta una nazione, se le minute prescrizioni e i servili metodi di taluni volesse inesorabilmente seguire, mentre le altre collo scorrere de’ secoli si allontanano sempre più dall’errore infelice, e si avanzano verso il vero beato e sicuro rischiarandosi alla luce serena ed equabile della filosofia? Questa si giacerebbe ancora prostrata ed involta nelle vecchie tenebre, e l’accumularsi dei secoli non sarebbe per lei che un uniforme tramandarsi dai padri nei figli lo scolo della barbarie e il bulicame degli antichi errori. Ma le arti e le manifatture, se dalle scienze prendono aumento e perfezione, dalle belle arti in ispecie e dalle [p. 357 modifica]matematiche sono mirabilmente nudrite ed allevate. Queste insegnano a discoprire l’esatto raziocinio, il freddo paragone e i più lontani rapporti delle cose sensibili; quelle formano il premio dell’uomo onesto, la delizia delle anime delicate, ed ingrandiscono la sfera naturalmente limitata dei nostri piaceri, non altro essendo che un artificioso richiamo e condensamento delle sensazioni più aggradevoli e più interessanti, unito all’utilità di un fine che ciascuna bella arte si propone; insegnano a coltivare la nostra immaginazione, la quale se non ha l’alimento del bello e del vero, precipita nel tenebroso e nel fantastico, e se non è ricreata da spessi adombramenti della sospirata felicità, si rovescia fra le malinconiche e dubbie larve del fanatismo e della superstizione. Dunque si onorino le belle arti senza eccezione, se ne premiino i capi d’opera, si mantengano e si cerchino gli esemplari del buon gusto e si studiino i principj suoi, principj inalterabili quanto l’umana natura. Allora si vedranno nelle arti e nelle manifatture, nelle stoffe e negli addobbi, nel seno dell’indolenza e fra la pompa insultante, non solo i trofei della disuguaglianza, ma l’impronta pacifica del bello e forse ancora le seguaci virtù, se non se eroiche e strepitose, le benefiche e mansuete, le quali con una moderata voluttà spesse volte si accompagnano. Le scuole di disegno, le accademie di pittura, di scultura, di architettura, i pubblici monumenti, i viaggi dei giovani studiosi, saranno un oggetto di pubblica economia sempre interessante e sempre utile, e a noi insegneranno a rispettare la succinta modestia di coloro che lontani dagli studj comuni e pecuniosi, soffrono i rimproveri e la derisione di quelli, che con imponente sopracciglio alla contagiosa aura popolare si fanno belli di una scienza inutile e dannosa sovente alla nazione, quantunque utile talvolta ad alcuni particolari.