Elena (Euripide - Romagnoli)/Secondo stasimo

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Secondo stasimo

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Euripide - Elena (412 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1931)
Secondo stasimo
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coro
Strofe I
Corse l’alpestre un di Madre dei Súperi,
con piede velocissimo,
fra montane boscaglie
cupe, e su corsi d’acque fluviàtili,
e sopra il grave romorio del pelago,
pel desio della figlia
onde non giova il nome dire esplicito.
E vibrava il clangore alto dei cròtali,
il penetrante strepito
si diffondea, quando la Diva, al cocchio
strette le belve a coppia,
la fanciulla cercava, alle volubili
carole delle vergini
rapita, e seco due dal pie’ di turbine
Dee giovinette: Artèmide
vibratrice dell’arco, e la Gorgònide
tutta nell’arme fulgida.
Ma dal cielo volgea Giove il divino
suo sguardo, e maturava altro destino.

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Antistrofe I
Poi che la Madre desistè dal correre
affannosa sui tramiti
del ratto della figlia
frodolento, ove mai scorse vestigia,
e varcò delle Idèe Ninfe l’aeree
cime, di neve candide
nutrici, quivi l’abbattè lo spasimo,
fra boscaglie e fra rupi aspre di ghiaccio.
E allor, pei campi sterili
d’erba, l’aratro van rese; e a sterminio
tutti adduceva gli uomini;
né per le greggi piú rendeva floridi
d’erbe ricciute i pascoli.
Le città senza vitto: sacrifizio
piú non si offriva ai Superi,
libami piú su l’are non ardevano.
E dalle fonti roride
che scaturisse piú la linfa chiara
vietò: tanto era la sua doglia amara.

Strofe II
Or, poi ch’ebbe ai convivii posto un termine
dei Numi essa, e degli uomini,
Giove, per mitigar l’ira terribile
della Madre, cosí favellò: «Grazie,
movete, o venerabili,
ite, fate che fine abbia lo spasimo
dell’errare per lei, che per la vergine
Dèo si tortura. E i cantici
delle danze, da voi, Muse, s’intonino».
E la terrestre bronzea

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voce, e di tese pelli i cavi timpani
la prima volta allor prendea, bellissima
fra gl’immortali, Cipride.
Del grave flauto il suono
Demètra accolse di sua mano: l’animo
il cupo le molcea fervido suono.

Strofe
Ma fiammeggiar la voce sua nel talamo
tuo non facesti, o figlia,
non fosti pia, le sacre cerimonie
non celebrasti; e sopra te di Dèmetra
s’abbatté grave il cruccio.
Eppur, grande potere hanno le nèbridi
di color’ varii fulgide,
ed attorno alle ferule
sacre, le frondi redimite d’ellera,
e l’ètere che in rapide
spire s’agita al bàttito dei timpani,
e la chioma squassata a onor di Bromio,
e le notturne ferie,
fulgendo al rito santo
alta la luna. E tu, di ciò dimentica,
pensavi sol di tua bellezza al vanto.

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