Elogio della vecchiaia/VI

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Capitolo sesto: L'avarizia nel vecchio

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Capitolo sesto: L'avarizia nel vecchio
V VII
Cum cuncta vitia in cene senescunt,
sola avaritia iuvenescit.
SANTI PADRI

Quando ero giovane, ho dato; da vecchio domando.
PROVERBIO DEL DARDISTAN

La patologica e la fisiologica

Da Orazio al Raiberti, che lo parafrasò stupendamente in dialetto milanese, satirici e moralisti furon tutti d’accordo nel flagellare con lo scudiscio della satira e con lo sdegno della morale oltraggiata l’avarizia. Non vi fu un aggettivo vituperevole che bastasse a ferirla, né frase sanguinosa per offenderla.

A volta a volta peccato mortale davanti al confessionario e vizio immondo al tribunale della pubblica opinione; qualcosa di vile, di abietto, di sudicio, di paradossale. E se volete persuadervi del concetto etico e sociologico, in cui i più tengono l’avarizia, dovete studiare la mimica del nostro volto, quando accusiamo un tale di avarizia.

La parola è l’ombra del pensiero e il gesto mimico, che accompagna una parola, che sia giudizio di qualcuno o di qualche cosa, la rinforza e gli aggiunge un valore psicologico massimo. È un terreno sfuggito finora all’osservatore e che è sfuggito anche a me, che pure ho dedicato tutto un volume allo studio della fisonomia e della mimica1. Propongo questa miniera vergine ai posteri: La mimica degli aggettivi.

Eccone le prime linee:

Voi dite: Che libertino è Tizio!

E intanto i vostri occhi luccicano e le labbra si baciano l’un l’altro e poi anche la lingua bacia la vostra bocca: tutta una mimica erotica e libertina.

Caio è troppo superbo!

E il nostro capo si erige alto sulle spalle e le gote si gonfiano e ne esce il soffio pieno e rumoroso del millantatore. Sempronio è un gran furbo!

E voi ghignate con un occhio e stirate all’insù un angolo della bocca, come se esprimeste la diffidenza e suonaste la campana dell’allarme.

E infine, se voi date dell’avaro a Martino, strizzate gli occhi, arricciate il naso e sollevate le labbra, come se sentiste un puzzo; il che vuol dire, che al cospetto degli uomini l’avarizia è fra la cose vituperevoli e ributtanti.

Si può dire libertino, superbo, furbo, avaro, in mille lingue diverse e quindi con mille diversi suoni; ma il gesto che accompagnerà questi aggettivi sarà quasi sempre eguale, rappresentando così quel linguaggio universale che è la mimica, la grande fratellanza umana.

E perché il consenso di tutti i tempi e la mimica di tutte le faccie umane è andata d’accordo nel flagellare l’avarizia? Perché fu posta fra i vizi immondi, fra le più basse passioni?

Perché l’avarizia offende il nostro egoismo, che perdona cento volte più facilmente i peccati d’amore, che anche a noi possono portare o promettere qualche zuccherino.

Perché il giurì, che è l’inconscia e poco onorevole denudazione della natura umana, condanna il ladro e anche l’assassino, che ha ucciso l’amante della moglie.

L’avaro è per noi un ladro, che ruba alla società umana il tributo del denaro, che dovrebbe entrare nel grand’alveo della circolazione, fecondando il campo di tutti; e quindi anche il nostro. Con la solita ipocrisia, però, che fa da vernice a tutti i nostri giudizi, ai nostri usi, alle nostre istituzioni; vituperando l’avarizia abbiamo cura di dire, che questo vizio è una mostruosità, perché priva l’uomo di tutti i comodi e di tutte le gioie che gli vengono dal denaro. L’Io nostro, il piccolo, è molto nascosto o si confonde con l’Io sociale, l’Io grande, di cui siamo tutti, consapevoli o inconsci, difensori e avvocati.

Non crediate però ch’io voglia difendere l’avarizia e da peccato mortale redimerlo e sollevarlo a virtù.

No, e poi no: voglio soltanto fare con voi un po’ di analisi fisiologica di questa forma psichica, di cui distinguo subito due forme molto distinte e diverse.


Vi è l’avarizia patologica e la fisiologica. La prima è un vizio, è una malattia psichica e merita tutte le contumelie dei satirici e dei moralisti. La seconda è una mezza virtù, è un pèché mignon.

L’avaro patologico è un uomo che adora l’idolo e non il Dio, e che è innamorato del denaro, come rappresentante della massima forza e del piacere; lo ama, lo difende; lo palpa, lo accarezza e se ne fa adoratore assiduo e ardente.

Per lui il denaro non è più lo strumento dello scambio e del commercio, non è più il rappresentante di tutte le delizie della vita; ma è un Dio esistente di per sé e che è bello, perchè potente e grande, perché tutto abbraccia e sottomette. E così come il poligamo libertino ad ogni unità femminea, che aggiunge al proprio harem, gode una nuova gioia, anche quando questa è potenziale soltanto e non attuale; così l’avaro accresce le sue compiacenze, quanto più arrotonda i suoi capitali e ingrandisce le sue casse.

E siccome ogni spesa assottiglia il suo tesoro, così tormenta se stesso e la propria fantasia per ridurre al minimo l’uscita; privandosi d’ogni festa, d’ogni larghezza di lusso, d’ogni tripudio di allegrezza. E soppresso il superfluo, lima anche il bilancio del necessario; ogni giorno, ora contrastandogli il terreno e godendo di una sovrumana voluttà nel sagrifizio che si impone; in ciò poco diverso dell’amore, dell’amor materno, di tutte le grandi passioni umane, che nel sagrifizio trovano la sorgente più feconda di gioie.

Suo idolo, suo Dio il denaro, e ad esso l’avaro sacrifica ogni altra gioia, felice di soffrire per l’amor suo, che per lui rappresenta tutte le energie, tutte le possibilità; la soddisfazione di tutti i desideri.

La formula psichica dell’avaro è una equazione semplicissima, chiara come 1+1=2.

Tutti i pensieri, tutti gli affetti, tutte le energie sacrificate a un Dio solo, il denaro. Per lui vivere, per lui godere, per lui soffrire. E davanti a sé una fame che non si sazia mai, una sete che non si estingue; l’infinito palpabile; un ideale insomma, che basta alla felicità umana perché non muore che con l’ultimo respiro; perché non conosce disinganni, perché non ha bisogno di alcuno.

Immaginate voi la gioia morbosa, intensa di quel marchese che avendo scoperto che nei fornelli della propria cucina, insieme alla cenere, ardevano molti carboncini che andavan perduti diede l’ordine perché la cenere fosse stacciata, e i carboncini fossero messi a parte per servire a cuocere il caffè del mattino?

Immaginate voi l’allegrezza di quell’altro, che raccogliendo la ceralacca delle lettere raccomandate, dopo pochi mesi poteva darla al cartolaio per averne un paio di cannuccie di ceralacca?

Pensate voi alla compiacenza di quell’illustre fisiologo, che ad un pranzo dato in suo onore, allo stappare dello champagne, andava sotto la tavola per raccogliere i tappi, che gli potevan servire per le sue esperienze; risparmiando qualche soldo per comprarne di nuovi?

E faccio punto, perché se volessi numerare tutte le fantasiose invenzioni degli avari per risparmiare una lira, un soldo, anche un centesimo, non la finirei più.

Sì, l’avaro giunge ad essere crudele e puerile per appagare la propria passione. Patisce la fame e affronta il ridicolo; il colmo della pazzia e dell’eroismo in omaggio di una passione. Vincer la fame, il più formidabile e il più animalesco dei nostri bisogni; affrontare il ridicolo, che piega anche gli atleti della volontà, che fa paura anche agli eroi!

Vi sono forme così feroci, così crudeli dell’avarizia, che toccano le frontiere orrende del sadismo, tanto che vorrei farne una specie, che raccomando agli studiosi della patologia psichica e che chiamerei l'avarizia sadica.

Fin qui però questa passione (che davvero per la sua forza e per il suo andamento merita questo nome) non s’aggira che nell’ambito di un individuo. È un tumore morale, che cresciuto in un organismo, sacrifica organi e funzioni a se stesso, e di se stesso pascendo, vive e muore nella frontiera dell’Io. È Origene che si mutila per non peccare.

Ma l’avaro raramente può essere uomo sciolto da ogni vincolo di famiglia, da ogni dovere sociale. Egli può aver una moglie, dei figli, dei vecchi genitori; e allora al suo altare non bastano più i suoi tributi personali; ma sacrifica anche i più santi affetti, i doveri più sacri. Non contento di patire egli stesso, fa patire anche gli altri. Non vi ha voce di dolore o lamento che lo commuova. Quella stessa fantasia ingegnosa, che gli aveva fatto trovare i carboncini nella cenere dei suoi fornelli, gli viene in aiuto per trovare che anche i suoi figli possono privarsi di ciò che a lui non è necessario, e di transazione di coscienza in sofismi scivola poco a poco nella più crudele, nella più feroce violazione dei doveri di padre, di marito, di fratello, di uomo sociale.

È il ladro, che dalle volgari arti del furto, passa alle glorie più alte dell’assassinio. È il passaggio brusco e violento dal carcere correzionale alla galera e alla forca. È la passione suicida e omicida, che non conosce più frontiere al possibile, né ardimenti alla violenza. È il sadismo dell’avarizia spinto al colmo della patologia più vile e più ributtante.


Ma all’infuori di questa avarizia, che appartiene alla patologia, ve n’ha un’altra fisiologica, che è una delle tante armi con cui il vecchio deve difendersi.

È un’economia un po’ esagerata del denaro e che va insieme a tutte le altre economie, che egli è costretto a fare. È una riduzione del bilancio passivo, è una forma di prudenza e di previdenza.

Il giovane può essere prodigo, l’adulto può esser largo; il vecchio deve essere economo e dall’economia all’avarizia non v’ha che un passo.

Il giovane può osare, può rifare la propria fortuna, può godere dell’altalena vertiginosa, che volta a volta lo innalza nelle beate sfere della ricchezza per piombarlo subito dopo nella miseria. Il giovane non cammina, ma salta e il bastone è per lui un gingillo di moda, ma non mai una terza gamba, come è per il vecchio.

Per questo, i salti sono pericolosi e il bastone è un aiuto. L’economia è per lui la terza gamba.

Ammetto benissimo, che si può esser vecchi senz’avarizia; ma io parlo della grande maggioranza degli uomini.

Questi con la lunga vita hanno imparato a diffidare della generosità del prossimo e soprattutto, se hanno dignità d’uomo, sdegnano d’ispirare la compassione e di stender la mano; fosse pure alla moglie o ai figliuoli.

Il vecchio sano nel corpo e nel pensiero accetta l’affetto, la tenerezza, le carezze più delicate e i più delicati accorgimenti del cuore; ma non vuole ispirar mai la compassione, che lo diminuisce e lo avvilisce. L’indipendenza economica è la sua dignità d’uomo, quella che gli fa tener alto il capo, malgrado tutte le debolezze, che lo insidiano e lo piegano.

E all’economia egli ci pensa tanto da scavalcare d’un tantino le frontiere, che lo separano dall’avarizia.

È un’avarizia benigna, carina, ch’egli esercita non per sé solo, ma per i suoi cari; dacché egli vuole essere ricordato con riconoscenza, anche quando egli non sarà più di questo mondo. Più d’una volta il suo gruzzolo di economie sarà disperso da eredi scialacquatori, ma ciò non gli importa. Scomparso dai vivi non sentirà né l’ingratitudine, né l’obblio.

Ho conosciuto un vecchio che con il lavoro fortunato era riuscito a farsi milionario e che negli ultimi anni della sua vita era divenuto cieco. Orbene, sua massima gioia era quella di rinchiudersi nel suo studio e di numerare i biglietti di banca, che aveva addensato nello scrigno. Li conosceva tutti al tasto e li ordinava secondo il loro valore e li palpava amorosamente; alternando quelle carezze con altre date ai marenghi e alle svariate monete d’oro d’ogni conio e d’ogni paese e che faceva risuonare al suo orecchio gaiamente, lungamente.

Era un uomo d’ingegno, e quel suo spasso, che bastava a farlo felice, non era un gioco puerile; ma una tacita e intensa adorazione di uno fra i massimi fattori della civiltà, del progresso; una delle fonti più feconde d’ogni opera buona (checché ne dicano i socialisti calunniatori del capitale).

Egli rideva spesso tra sé e sé, palpando quei biglietti e facendo saltellare le monete.

E perché rideva?

Rideva pensando a tutte le trasformazioni, di cui eran capaci quei fogli e quei dischetti d’oro.

Ecco qui; questo foglio da mille potrebbe comprare la virtù di dieci ragazze almeno o corrompere l’onestà di un impiegato, di un doganiere, di un giudice.

Quanto male potrebbe fare questo foglio! - Ma viceversa potrebbe salvare dal suicidio un poveraccio, a cui scade una cambiale; potrebbe per un anno intiero difender dalla fame una famigliuola; potrebbe permettere a un giovane bravo e povero di fare gli studi ad una università.

E quest’altra povera monetina da una lira, nella sua piccolezza quante cose può fare! Tra le altre, per esempio, sminuzzata in venti soldi procacciare venti sorrisi da venti conduttori, quando io dessi loro un soldo di mancia. E m’avrei qualcosa di più d’un sorriso. Anche una scappellata! - Un sorriso e un saluto per un soldo! Ma quel soldo è un sigaro non previsto nel bilancio della giornata, e alla fin dei conti, se la gratitudine è maggiore del dono, ciò non prova che l’uomo sia una creatura vile, ma prova soltanto che per il povero conduttore un sigaro può dare un gran piacere.

Se la Venere medicea potesse narrarci tutte le voluttà de’ sensi e del pensiero, tutte le opere d’arte che ha risvegliato nei mille e mille uomini d’ogni tempo e d’ogni paese, che l’hanno contemplata; e se tutti questi tesori estetici e voluttuosi potessero tradursi in una cifra, che ne significasse il valore, si troverebbe di certo, che quella statua greca vale almeno quanti diamanti pesa.

E con un gran salto, scendendo al denaro, anche la sua contemplazione ha risvegliato pensieri e gioie e opere, che figurano nel bilancio del bene nel gran libro dell’umana famiglia.

Nell’avarizia tutti hanno veduto la forma patologica, perché vi hanno scorto la poesia e le idealità, che possono esserle compagne.

Non è soltanto in amore, che il prima è spesso la parte migliore; ma in quasi tutti i tesori concessi all’uomo, la potenzialità avanza l’attualità, se mi permettete (per una volta sola) di prendere in prestito le mie parole alla metafisica.

Spendere il denaro per soddisfare un desiderio fu, è, e sarà sempre una delle maggiori compiacenze.

Ma il contemplare il denaro, pensando a tutti quanti i mille desideri che potrebbe soddisfare, a tutte le trasformazioni, a tutti i travestimenti di cui è capace è godere in potenza mille gioie in una volta sola, conservando pur sempre la forza motrice; che anche domani, anche posdomani e sempre potrà farci nascere i desideri nuovi e aprirci orizzonti nuovissimi in quel cielo lontano, dove regnano i sogni e le chimere che son pur sempre la parte più bella della nostra vita.

Il fare è bello, ma dopo aver fatto il più delle volte non ci rimane altra risorsa che disfare.

Invece il sapere di poter fare è cosa grande e bella e gioconda, che cresce stima a noi stessi e fede nell’avvenire. E il denaro è l’unica cambiale pagabile a vista in ogni tempo e in ogni luogo.

Sopra ogni biglietto di banca, sopra ogni moneta sta scritto in caratteri invisibili ai più la bella parola posso; ma il vecchio la vede, la legge e la rilegge con amore, con intima gioia; sicuro che egli potrebbe tradurla da un momento all’altro nell’altra bellissima: voglio.

Perdonate dunque al vecchio la sua avarizia fisiologica, quella che non fa male ad anima viva e che egli concede tante segrete e profonde allegrezze.


Note

  1. Mantegazza, Fisionomia e mimica.