Elogio di Vittore Carpaccio

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Luigi Carrer

1833 E Indice:Prose e poesie (Carrer).djvu Biografie/Pittura Letteratura Elogio di Vittore Carpaccio Intestazione 27 settembre 2012 75% Biografie

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ELOGIO


DI


VITTORE CARPACCIO



LETTO NELL’I. R. ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI
IN VENEZIA PER LA SOLENNE DISTRIBUZIONE DEI
PREMII IL GIORNO 4 AGOSTO 1833.

[p. 128 modifica] [p. 129 modifica] Sarei disingenuo se non confessassi che la solennità e la frequenza di questo giorno, anzichè sconfortarmi dal favellare, m’inanima e mi rinfranca. Parlare delle arti belle in questo principal loro tempio, ove non è angolo di parete che non ne mostri le maraviglie; in questo giorno destinato a premiare quelli tra i concorrenti che più si accostarono alla perfezione; nel cospetto del primario Rappresentante l’imperiale dominazione, là seduto per far sapere che le arti belle sono a grado e in tutela al potente Monarca, di questi dotti uomini che magnanimi le professano, di questi giovani volonterosi che ad esse consacrano il primo fiore dell’ingegno, di tutta una così autorevole adunanza di cittadini, qua venuti per rallegrarsi che la patria gloria continui di prosperare; parlare, dico, delle arti belle in tal luogo, in tal giorno, a tali uditori, non può essere senza grande conforto dell’oratore, che da questo luogo, da questo giorno, da questi uditori deve trarre, quasi a forza, [p. 130 modifica]importanza e splendore pel suo discorso. Ma sarei disingenuo del pari se non confessassi che un’altra guisa di timore mi soprapprende, il quale quanto sia lontano dalla trepidazione immaginata ad accattarsi favore lascerò a voi medesimi giudicare. E chi è che non sappia la cognizione dell’argomento meglio di ogni altra cosa agevolar l’eloquenza del dicitore? Non ignoro per verità che certo non so qual vezzo o delirio invase le menti a’ dì nostri, per cui del grand’albero del sapere, ond’era stimata ad altro tempo ventura il carpire un semplice ramo, oggi, non che tutti i rami, per poco il tronco e le radici fin anco non voglionsi proprietà di un solo uomo; e di qui quella folle presunzione onde a tutte le scienze si stima bastare chi appena a taluna dovrebbe credersi sufficiente, senza però che le vite degli uomini siensi punto allungate, o ampliata la capacità de’ loro intelletti. Non ignoro questo, ripeto; ma, o timidità giovanile, o ragionevol rispetto che vogliate chiamarlo, non ho imparato per anco a profanare con irriverente iattanza la santità degli studii, contento di quella porzione, che la natura, aiutata da lungo e appassionato esercizio, mi dava speranza di poter coltivare non senza frutto. E però, chiamato a discorrere le ragioni delle arti fondamentate nel disegno, lodando alcuno fra quelli che più degnamente le professarono, ragionevole sospetto mi nacque non fossi per rinnegare il proposito, fin qui scrupolosamente osservato, di non [p. 131 modifica]arrischiarmi a parlare di cose a me sconosciute. Se non che mi pareva avervi tra le arti tutte certa strettissima connessità, per cui non impossibile fosse per via di generali principii dallo studio di alcuna di esse dedotti, farsi a discorrere convenientemente dell’altre, che solo a certo punto, dopo aver camminato, come a dire, abbracciate e in comunione di leggi, divergono, qual per una, qual per altra parte, nella applicazione individuale. Fu questo il pensiero che dalla oscurità della stanza mi confortò di condurre per lo splendore di queste sale la mia orazione, a provare anch’io la non frequente dolcezza di rendere al vero nella presenza di molti aperta e solenne testimonianza. Parlerò adunque delle arti non come artista ad artisti, chè allora vorrei piuttosto qui sedermi ascoltatore, ma come uomo che, fatta conserva nella mente di quelle immutabili norme da cui non sa pervertir la natura, nè può deviar chi l’imita, e caldo l’anima di quegli affetti che vigorosi e spontanei germogliano in ogni cuore gentile, sa di aver uditori in cui sono non meno radicate quelle norme, e non meno vividi quegli affetti; di che non tanto forse pomposo, ma certamente più ingenuo potrò sperare abbia ad essere il mio discorso. E poichè vuole costume che un qualcheduno dei grandi maestri della veneta scuola riceva in questo giorno particolar lode, mi fermerò a favellarvi di VITTORE CARPACCIO, rimasto finora escluso dal novero de’ lodati negli anni decorsi.

[p. 132 modifica]E già fino dalle prime trovo ravvolta d’invincibili tenebre la vita del Carpaccio, e conteso il luogo della sua nascita, che da alcuni a Venezia, da altri a Capo d’Istria si attribuisce, in onta alle tavole e di Pirano e della medesima Capo d’Istria, su cui si legge di mano del pittore testimonianza che il fa veneziano1. Nemmeno son noti gli anni in cui nacque e cessò, non altro sapendosi fuorchè, per le date di alcuni quadri, esser egli vissuto nel tempo confine [p. 133 modifica]tra i secoli decimoquinto e decimosesto, succedendo di poco nella gloria dell’arte a quella onorata famiglia de’ Vivarini, con cui, e, direm meglio, per cui gli studii della pittura tragittarono e vennero in fiore nella nostra città. Per le quali ignoranze avrei dovuto ragionevolmente ritrarmi dal parlare di lui; se non fossemi sembrato viltà, dacchè aveva pur messo l’occhio su questo pittore, passare ad altro a cagione della scarsezza delle memorie, e farmi in tal modo complice volontario delle ingiustizie della fortuna, la quale ben poco conosce chi dice che non può stendere il suo dominio più là del sepolcro. Oltre che, a parlare schietto, che monta la storia delle private condizioni nelle quali si è trovato l’artista per gettar fondamento all’edifizio della sua gloria? Traesse i suoi giorni continuamente in queste lagune, o ricreasse l’animo della vista di lontani paesi; avesse solo a portare il carico della vita, o scegliesse compagna con cui farne parte; giugnessegli amara la vecchiezza e senza consolazione di figli, o avesse ne’ figli e nella famiglia quegl’intimi e puri conforti che possono compensare molti dolori; se da subita morte rapito ai pennelli e alla patria, o da lento morbo prostrato, nessuna, come dissi, memoria vi è certa, ma non rileva; non è ciò che più importi sapere in questo giorno da questo luogo: e ciò che più importa, ch’è quanto dire la vita sua come artista, forse che non può essere agevolmente immaginata? Forse che, tolte [p. 134 modifica]alcune rarissime disparità, non è dessa d’un solo colore in presso che tutti quelli, che, obbedienti all’impulso dell’animo, si gettano a correre questo nobile arringo? E qui, più che altrove, mi giova avervi uditori, o voi tutti, a’ quali il magistero delle arti è necessità di natura, o che d’esse non abbiate finora che ascoltato il richiamo, o per lunga dimestichezza indovinati i misteri e arricchitone il patrimonio colle opere vostre; mi giova avervi uditori, e fatemi fede, se quanto sono per dire ella è storia schietta e verace di quanto avete e sentito e patito, e a sentire e a patir vi rimane, se l’amore del bello non vi abbandona, se sconsolati delle promesse, ad ognor rinnovate, ad ognor differite, del vostro ingegno, non vi arrendete agli sconforti dell’accidia, e, anzichè contendendo salire, non vi piace scioperando giacere.

A tutti gli artisti, e a questo Carpaccio nè più nè meno degli altri, si è dovuta mostrar l’arte dapprima con tutti gli allettamenti della gioventù e della intentata bellezza. Ed egli affidarsi di averla a raggiugnere ed esserne rimunerato. E a rompere quel primo sogno di fiducia infantile, affrontarsi nelle malagevolezze compagne all’acquisto della perfezione, malagevolezze opposte dalla natura a chi la cimenta, non so ben dire se per smarrir l’ardimento dell’uomo o per renderne più meritevole la pertinacia, se per fargli sentire la sua debolezza o per dargli campo a tutta conoscere la sua forza. E le gare degli emuli, e [p. 135 modifica]le insidie degli inferiori, e quelle tante e sì lunghe e sì varie offese degli uomini e della fortuna, che per poco non lasciano dubbio se certe singolari disposizioni d’ingegno debbano essere chiamate privilegio o gastigo! Questa amara, ma irrepugnabile verità sembra forse incredibile a molti, i quali non sanno che lunghi spasimi, che lunghe dubbiezze precedano lo scoppio improvviso di quella splendida idea che, tutta irradiando la mente al giovane artista, il fa certo della sua vocazione, e gli dà animo di esclamare nell’ebbrezza della sua anima: ho trovato! ho trovato! Non sanno, dico, o non vogliono i più saper nulla di questo, e si credono assolti dalla rispettosa commiserazione dovuta a quella febbre generosa dell’anima che chiamasi genio, e cui gli antichi, avvezzi a nobilitare ogni cosa, stimarono alcun che di divino. Che quando pure cessassero le guerre esteriori, e all’ignorante disprezzo subentrasse il rispetto; quand’anche il tiranno bisogno fosse bandito dalle case ove alberga l’ingegno, e questo potesse spaziare sicuro per tutti i campi e mettersi a tutte le prove, non crediate fosse quindi tranquilla la vita dell’artista. Non vorrete certamente dolervi, o nobile adunanza di artisti, se confesserò apertamente starsi con voi il sentimento di una irrequieta operosità che fa di avvicinarsi sempre al perfetto senza poter mai raggiugnerlo. E mi gioverò del mitologico esempio di quella tra le ninfe predilette da Giove, che, cedendo agli [p. 136 modifica]allettamenti del celeste connubio, non dubitò di recarsi alla foresta Lernea, secondo i sogni le aveano mostrato. Di che, per animosità di colei che era sposa e sorella del seduttore, tramutata in giovenca bizzarra, e senza posa ferita dall’assillo stimolatore, cercava oltre i mari e il deserto i perduti riposi della reggia paterna. Le fuggivano ai lati e da tergo i fiumi e le rupi, e sempre nuova terra si sentia sotto a’ piedi, senza però mai restare; ma, sempre desiderosa e gemente correndo, prega l’amante divino di sotterrarla, a non udire l’abborrita zampogna che la contrista. Nè i fonti Cencrei e l’istmo Cimmerio, o il Bosforo cui traversando dà nome, fino all’altissimo Caucaso ove le si concede di udire Prometeo vaticinante, e all’onda dell’orrido Ibriste, a cui giunge famelica e furibonda, son valevoli ad acchetarla; onde, dopo tanto errare e farneticare e soffrire, è condotta a ripetere con assai miserabil querela: qual mai sì gran fallo abbia ella commesso da meritare quelle nozze celesti che la fanno tanto infelice2! Non disforme esser deve la condizione di tutti gl’ingegni privilegiati a travagliarsi nelle arti; nè io starò qui a diciferarvi minutamente il senso riposto di tutta la favola, ciò che far potete di per voi stessi assai facilmente, ma passerò invece a ricordar quei conforti che alla vita di ogni artista son preparati, affinchè non si dica che io sia qui venuto [p. 137 modifica]a disaffezionarvi agli studii con fastidioso lamento. Non mancano, no, conforti all’artista, e tanto maggiori quanto più la sua devozione all’arte sia piena e continua. Che in quella stessa ansietà indagatrice, con cui agogna salire di grado in grado fino all’ultima cima del bello, è riposto il diletto vivo e profondo della sua anima, e perchè l’idolo delle sue concezioni gli fugga sempre dinanzi, ed egli affannosamente lo insegua, colla mente sensa posa assillita, non per questo ei ristà dall’amarlo, e l’amore il desiderio, e il desiderio alimenta la speranza instancabile, onde l’intelletto avvalorasi nelle penose ricerche; e l’intero universo, così il sensibile come l’immaginato, aprendosi a lui dinanzi, il compensa dei patiti travagli e degl’indebiti oltraggi; e, messo di fronte al conquistatore, può rispondere alle insolenti profferte di chi si crede possessore del mondo perchè lo insanguina e lo divora, quel che il Cinico disse al Macedone: lasciami il sole. Di questo sole ch’è sua ricchezza, e da cui deriva la vita e i colori ai suoi quadri, e di tutti gli aspetti della terra e del cielo che riproduce nelle sue opere, egli è il vero posseditore, e questa ricchezza non può avervi chi gliela contenda, molto meno chi gliela possa rapire.

Che s’io mi studiava tracciarvi la vita interiore dell’artista, non credo essermi punto dilungato dal mio soggetto; chè anzi l’entrarvi, come a dire, di balzo e senza preparazione veruna, avrei stimato non picciolo errore. Ma a quelle [p. 138 modifica]condizioni dell’animo, che ho detto appartenere alla vita di ciascuno artista, alcune altre sono da aggiugnere, tutte proprie de’ tempi e degl’individui, e di cui, quando pure siano mute le storie, cercheremo chiarirci, riferendo il discorso particolarmente al Carpaccio, per via d’induzione. Esamineremo pertanto, in qual tempo, in quale città, con quali competitori sia egli vissuto, e ciò sempre partendo dal fatto apertissimo de’ suoi dipinti. Ho sentito molti augurarsi, nè sempre per codardia o per accidia, di aver sortito il natale a que’ tempi, ne’ quali, non ancora segnati i confini dell’imitazione, le menti degli uomini erano più facilmente impressionabili e nel giudizio loro, se non più dotte, certamente più intere; e per altra parte mi è tocco assai volte di ascoltare e di leggere riferirsi la rozzezza e vetustà de’ tempi a incremento di merito in chi per qualche maniera di studii potè sorgere in fama. Sicchè io non vorrò inferire dall’antichità della nascita argomento alcuno di encomio al Carpaccio; che s’ella è malagevole impresa metter le orme sopra sentiero ove o rari s’incontrano o non molto profondi vestigii, non è certo nemmeno troppo grande ventura di nascere a quella stagione nella quale le pompose teoriche usurpano il luogo all’effettiva produzione di eccellenti lavori, e il tedio generato in parte dalla sazietà, in parte dalla sopita energia, ritarda l’esercizio delle facoltà più vitali del cuore e dell’intelletto. La conoscete voi questa età, voi, qualunque sia l’arte che [p. 139 modifica]professiate, che vi sentite confutare una concezione tutta spirituale con un’arguzia brillante, che domandando affetti, vi sentite rispondere sillogismi? Oh! la conosciamo pur tutti questa età, molto in vero propizia al calcolo astruso e alla meccanica esperienza, ma terribilmente nemica al fervido immaginare e al sentire profondo. Per poco da tale età non mi aspetto che pensi a produrre per via di macchine artificiose la Psiche e il s. Pietro, e supplire colle ruote e il vapore a que’ pellegrini colori che sparirono con Tiziano, a quell’ultima morbidezza del marmo che forse più non vedremo se non risorge Canova. Non so chi abbia dato potere a certi intelletti di dire alla fantasia ciò che Dio disse al mare: Verrai fin qua e non più oltre. La fantasia, assai più vasta e indomabile che non è l’oceano, si riderà sempre di certe arbitrarie prescrizioni; fin tanto almeno che chi le divulga non abbia imparato l’arcano linguaggio della creazione col quale soltanto è possibile di comandarle. Ah! sorga stagione, che, affratellata la fantasia al raziocinio, si giovino le arti di ciò che possono loro dare le scienze, e le scienze sopportino di essere sotto simboli generali dalle arti rappresentate. È menzogna il predicare che si fa da taluni l’immaginazione nemica alla verità, quando invece dovrebbe chiamarsi verità sovrabbondante: ancor essa ha sue regole, ma nate ad una cogli esempi, e da’ sommi ingegni trovate anzichè da’ mediocri prescritte. Ogni uomo [p. 140 modifica]per altro ha destinazione sua propria nascendo; i sommi ad istruire gli altri e tormentare sè stessi, i mediocri a tormentare gli altri e far sè stessi contenti, la moltitudine ad ammirare chi la sbalordisce e credere a chi la inganna. Di questa sventura sentì meno il Carpaccio a’ suoi tempi.

L’arte della pittura quando egli nacque poteva dirsi appena uscita della primitiva rozzezza, ed ebbe quindi agio a vagheggiarla nelle sue più vergini forme, ritraendo piuttosto dalla natura che da’ suoi copiatori. Ove non si leggesse appiè de’ quadri tracciato per mano del pittore l’anno in cui furono condotti, basterebbero a farne indovinare presso a poco l’età alcuni caratteri particolari agli esordii dell’arte. Nè già intendo di quei caratteri che ad essere convenientemente stimati domandano l’occhio esperto dell’artista che sa distinguere dalla vera ingenuità l’affettata, dalla voluta semplicità dei partiti la necessaria, proveniente la prima da naturale innocenza d’idee, da povertà la seconda; di que’ caratteri parlo che, a chi eziandio non sia pittore, balzano all’occhio e per questo alla mente senza ritardo. La pittura ne’ suoi primi tempi ebbe sempre alcun che di ampio e moltiplice, e dirò ancora successivo nelle rappresentazioni, di cui quanto più si va addietro tanto più spessi e palesi si trovano esempi. E questa osservazione non solo all’arti del disegno, ma a tutte ancora potrebbe distendersi, e trovarsene più che altrove sensibilissime pruove nella drammatica. Mi [p. 141 modifica]contenterò ricordare que’ mirabili scudi di cui leggiamo in Omero e in Virgilio, per tacere di quello, non so se più antico, ma certo men noto di Esiodo, ne’ quali tanti avvenimenti diversi si veggono espressi. Di che addurrò per ragione, che la scienza degli universali o l’astrarre, ricerca un lungo e ripetuto esercizio delle intellettuali facoltà, che cominciano sempre dall’apprendere i particolari come primi obbietti intorno ai quali operare. E quindi anch’esse le arti, che tengono impreteribilmente la via segnata dalla natura, non possono ascendere ad universalizzare le concezioni, ch’è quanto dire a dar loro unità, se prima non siano passate per la trafila de’ particolari. Altra pertanto è la fantasia de’ primi pittori, altra quella di chi venne dopo. Spaziano i primi per campo più vasto, i secondi contentansi di sfiorare le sommità. Poco è nei primi di sottinteso, ai secondi parrà migliore il partito che con mezzi più scarsi ti dà più copioso risultamento. Entriamo oggimai negli esempi. Affissiamoci nei dipinti del Carpaccio a ritrovarvi la semplicità, e diciam pure, innocenza delle antiche concezioni; quella dovizia di fantasia che tutto allarga e moltiplica. Vediamo quella immaginazione che non s’impaurisce del produrre aspetti chimerici di animali, di piante, di edifizii d’ogni maniera, e con questi bizzarri accozzamenti produce bene spesso tali effetti, quali da più assennata scelta e disposizione di mezzi non sono alcuna volta raggiunti. Mirabile e [p. 142 modifica]arcana dote dell’umano ingegno, che, inspirato da non so quale virtù, si mette, non volendo, in accordo con tutta la natura, e può, in quegli stessi che sembrano sogni, mantenere fedele la stampa della realtà! Io non so di che selva sbucato fosse quel drago dall’ali puntute, nel quale il paladino di Cristo, san Giorgio, immerge vittoriosamente la lancia a liberare la pagana Regina, che nuova Andromeda, vedi legata al macigno; ma il complesso di quella rappresentazione fa sentire vivissima la maraviglia del miracolo. Non parmi che i monasteri della Tebaide e della Palestina avessero ad essere punto simili a quello che, di fronte alla parete ov’è il cavaliero duellante colla fiera, si scorge nella storia di santo Girolamo; ma non puoi a meno di accorgerti che sei nel deserto a quel terreno sì povero e desolato, su cui appena fiorisce l’isopo della penitenza e la vigile cicogna aguzza il becco alle rupi; e fin anco sotto lo scapolare di que’ frati, che avrebbero secondo il pittore preceduto di qualche secolo il nascimento del loro fondatore, trapela la vita e il costume de’ solitarii dell’eremo. Mi accorgo che languida dimostrazione si è quella che io posso farvi colle parole, e quindi mi passerò brevemente e del popolare tripudio tra cui la mostruosa belva è condotta morta, e dell’intera città che a vista della liberata Regina accorre a battesimo. Mi passerò similmente della storia del santissimo Anacoreta, alla cui anima bollente appena bastarono gli antri di Betelemme a sviargli i [p. 143 modifica]pensieri dall’aule romane, e il gastigo del sasso senza posa picchiante, a domargli nell’animo la rinascente memoria delle romane matrone: in questa storia, dico, tanto commovente e tanto istruttiva, tacerò del leone da cui fuggono i padri atterriti, e della vota seggiola che il santo dottore era solito di occupare nelle dotte e religiose sue veglie3. Nè questo silenzio deriverà punto da poco merito che ci abbia in quei quadri, sì bene dal bisogno in cui sono di immorare alcun poco su quella copiosissima storia della sant’Orsola che in queste stesse sale, chi voglia, potrà a parte a parte considerare4.

Qui la ricchezza trionfa dell’invenzione del nostro Carpaccio. E domanderò prima in grazia alla critica del mio secolo di non sorridere, quando vegga, secondo la innocente credulità de’ leggendarii, raffigurata la storia della santa eroina e delle undicimila sorelle. Non troppa dose [p. 144 modifica]ingegno è sufficiente a indurre il sospetto della esagerazione che ci ha in quel devoto racconto, e con l’ovvia osservazione del nome di quella che fu consorte di gloria alla regal Vergine di Brettagna, è messa in pienissima luce la verità. Ma ben altro si richiede a dedurre da quella fantastica tradizione tanti tesori d’arte quanti ne veggiamo raccolti in questi quadri. Ampia è la scena che ne si apre dinanzi, e, per poco non dico, egli è un mondo che a sè ne invita: così sono varie e copiose le prospettive della natura, gli accidenti della vita, i moti dell’animo in essi quadri rappresentati. Non attese il pittore a costipare il suo tema entro brevi confini, o a decimare gli attori del muto suo dramma, per obbedire alla economia de’ committenti, o alla schizzinosità della critica; i suoi dipinti non sono astrazione di storia, ma vera storia. E dovete notare che le commissioni, così di queste come di molte altre opere di que’ tempi, partivano, anzichè da individui, da quelle congregazioni d’uomini, che, da qualche sentimento di religiosa o civile fraternità insieme accolti, amavano di avere nei luoghi destinati a consacrare la loro unione ricche ed eloquenti immagini di mirabili avvenimenti. Non mi farò adesso a discutere la difficile, e certo non nuova questione, in proposito di quelle congregazioni; questo mi è sembrato d’intendere, e non temerò di protestare altissimamente, che tutti a poco a poco sciogliendo, o per lo meno allentando, i vincoli di quella [p. 145 modifica]dolce necessità che rende comuni molti dolori e molte allegrezze, poco guadagno ci ha fatto la nostra specie; e quand’anche una infelice esperienza sospinga alla solitudine e al disgregamento i più eletti membri dell’umana famiglia, ciò deve considerarsi come grandissima fra le sventure che contristino il mondo, e indizio sicuro di una micidiale influenza, che via via serpeggiando e sempre nuove vittime divorando, rende funeste le comunioni e presso che necessaria la diffidenza. Vorremo noi dar così presto vinta la lite alla filosofia che ne accomuna alle belve? Vorremo protestare coi fatti che aveva ragione chi provò l’uomo esser nato ad un perenne dissidio, chi gli assegnò per unica norma dell’operare la forza, per naturale abitazione le spelonche ed i boschi? Ah! la virtù si rimanga dall’essere misantropa, e il secolo rimarrà dall’essere suicida; si mostri quella più fratellevole, e godrà questo della sua vita. Cangiati col cangiare dei tempi e della pubblica opinione i nomi e le intenzioni de’ congregamenti, i congregamenti non manchino, perchè l’uomo è da sè solo abbastanza forte per mantenersi malvagio, forse non abbastanza per diventar virtuoso. E però non so quale vivissima commozione mi prende nel considerare questi dipinti, in cui trovo quasi un’espressione di quella vita sì attiva, sì universale, nella quale mentre l’individuo cospira al bene di tutti, tutti cospirano al bene dell’individuo. Ritratto vi dissi in questi quadri poco meno che il mondo, nè [p. 146 modifica]credo aver detto falso. Qui dentro magnificenza di templi e di regali edifizii, fuga di colonnati sotto cui si diportano valletti e lancieri, ampie balaustrate e ringhiere, di dove la curiosità riguarda irrequieta o malignamente nota e discorre; per l’aule dorate tappeti ricchissimi ed addobbi di ogni maniera, e al di fuori navi che arrivano a piene vele, moltitudine di popolo che accorre impaziente, e si rimescola per le vie, e da lunge l’azzurro degradante del firmamento, e con più spesse e cupe ombre la verdezza del mare. E da queste ampie masse ritraendoci a ciò ch’è il soggetto particolare della pittura, veggiamo ambasciatori che giungono di lontane contrade, il re brettone che si ristringe a colloquio colla figliuola, ed essa che con atto di mirabile ingenuità sta noverando sulle dita que’ patti onde render crede impossibili le sue nozze col giovin pagano; più oltre lo accettar di que’ patti, ov’è chi ha gli occhi e la mente raccolti nella scrittura, e chi con aspetto di contenta superiorità viene dettando; e indi la faccenda dell’arredare la flotta pel gran tragitto, non volendo la santa Vergine andarne allo sposo, che prima visitate non abbia in Roma le reliquie de’ martiri, forse per affratellarsi anche in vita a coloro, cui deve esser compagna nel fine. E però una religiosa processione, ove eminente si mostra Castel sant’Angelo, e il pontefice uscito ad incontrare l’inclita pellegrina, e mitre intramischiate a vessilli, e croci ed ombrelle, e largo corteo di popolo [p. 147 modifica]salmeggiante. Così vi fosse dato vedere il notturno messaggio, che in sogno riceve la santa a vaticinarle il martirio, per cui a quella testa piena di gioventù e di bellezza che morbidamente si posa sui preziosi guanciali, mentre le proteggono i sonni ampli e ricchissimi cortinaggi, sarà dato nell’estremo spasimo un duro tronco a cui appoggiarsi, e su cui pallida ripiegare dopo che il mortal dardo avrà saettato la vergine al cuore! E così pure non avesse troppo il tempo nociuto alla rappresentazione del martirio, come potreste discernere in altro quadro infinite guise di morti, e la devota pompa de’ funerali, quando le benedette reliquie composte in elettissima bara, sotto magnifico baldacchino, sorretto da santi prelati, tradotte vengono alla venerazione del tempio. Ma quanto potesse in queste rappresentazioni di martirii il Carpaccio ne rende testimonianza il quadro dov’è figurato l’eccidio della legione tebea, cui non vi dolga di trovar inserto nella descrizione di quelli della sant’Orsola, empiendosi per tal guisa il difetto che, per colpa dei tempi, rimane nella storia di quella vergine5. Qui c’è martirio di parecchie migliaia di Cristiani reluttanti al comando durissimo dell’imperatore di combattere i loro fratelli. Incalzati que’ fidi dalla soverchianza del numero, provano in varii modi che possa la [p. 148 modifica]ingiustizia e la crudeltà aiutate dalla fortuna. E mentre non anco terminata è la pugna, e se ne veggono di lontano gli ultimi moti, sul davanti del quadro si danno i legionarii malvagi ad esercitare lor arte. E qual vedi non più che preso, e quale di già legato; a tale si adattano con duro spasimo le membra su tronchi incrociati; tal altro si sospende ad un ramo, e di là si lascia cader spenzolato: e manigoldi che accorrono con funi ed orridi ordigni; e martelli cadenti, e daghe che impiagano, e sangue che sgorga a ogni luogo dalle ferite. Non può a meno di rifuggire la vista da così nuova carnificina, e da quasi una selva animata di mani e di piedi, miseramente stirati e stravolti, che intramischiandosi, interrompendosi in mille modi, per poco non dico occultare la vera selva che accoglie e sostenta quelle tante mostruosità d’uomini martoriati colla prodigiosa spessezza delle sue fronde. Impassibile intanto il pessimo imperatore, o chi per esso, circondato da non so che figure di barbari magnati, impediti la fronte con bizzarre acconciature di bende e d’alti turbanti, stende la mano forse a persuadere, forse a minacciare Maurizio, il capo della invitta coorte. E Maurizio, piegato davanti al monarca nelle ginocchie, ma col cuore in Dio alzato e sicuro, risponde come uomo che vede già nel futuro riverirsi da tutti quell’arbore di verità, che, inaffiato dal sangue, si leva e frondisce più vigoroso. E già alcun angiolo è sceso a spiccare come eletto fior dalla pianta le anime [p. 149 modifica]di que’ prodi, non più innestate al lacero corpo. E vedi quelle anime stesse ascender leggiere di grado in grado pel monte ai cerchi della beatitudine che le aspetta. E questi cerchi medesimi distinti nella settemplice loro apparenza, secondo il concetto de’ filosofi e de’ poeti del tempo, si mostrano anch’essi nel fondo del quadro. Siccome però siffatta beatitudine è alquanto smorta e lontana a paragone di quella che conchiude la storia della santa Orsola, così a quella senza più passeremo. L’invitta coorte delle vergini è inginocchiata, aperta in due schiere, davanti un fascio di palme che sorge nel mezzo, come quivi ciascuna eroina avesse posto la sua, e d’in su questo fascio si eleva una splendente figura di donna, corteggiata dagli angioli, coll’eterno Padre che a braccia allargate si fa incontro dall’alto a quella gloria, presso a poco, quanto all’atteggiamento, come in quest’unica Assunta. Vorremo ch’ella sia nostra Donna o santa Orsola? I pareri sono divisi. Ma se la santa, perchè dinanzi a lei genuflesse le compagne del suo martirio? Perchè le vesti che solitamente si danno alla gran Vergine? E gli angioli che le fanno melode, e l’eterno Padre che la raccoglie nell’ineffabile amplesso? E creduta che sia la Regina de’ martiri, ove cercare la santa, fra quella innumerabilità di teste femminili addossate e per lungo ordine degradanti? O diremo esser Orsola quell’amabile faccetta di donna, che, mollemente ripiegata nel collo, sembra ancora riguardare alla [p. 150 modifica]terra, a far invito a qualcheduno di quaggiù che la segua? La storia di quella donna, meglio che sui leggendarii, ebbe a trovarla il Carpaccio nel proprio cuore. Che che ne sia di tal fatto, loderemo noi grandemente questa composizione? Sarebbe qui luogo a ricordare le belle lezioni di quel moderno che con ragionamento sì fino, e con erudizione sì copiosa, ha mostrato altro essere ciò che a poesia si concede, altro ciò che a pittura; il tempo a quella, a questa essere in dominio lo spazio; per conseguenza le impressioni simultanee dall’una, richiedersi dall’altra le successive; e a fronteggiare questi principii, che non da critica assottigliatrice e smaniosa, ma scaturiscono da osservazione riposata e costante, verrebbero molto opportuni i quadri testè ricordati dello strazio della legione tebea, e della glorificazione di sant’Orsola. Però limitandomi a un solo dirò, che quanto egli è bello ad udire aver le vergini benedette fatto fascio dei proprii dolori, e su di esso, come fiore da proprio stelo, essere germogliata la loro gloria; tanto spiacente ad esser veduto, è quel monotono costipamento di palme, e quella sovrapposizione di teste, da cui è ventura se spunta una mitra che le interrompa, se spiccasi uno o due visi di rara bellezza che le disceveri. Ma a quel vecchio tempo è assai facile di ritrovare ripetuti esempi di questi infelici trascorrimenti ne’ confini d’arte non propria, e però non vorremo accagionare il Carpaccio di ciò che forse era colpa del secolo. [p. 151 modifica]Le arti, depositarie a principio di tutto l’umano sapere, apparecchiano, dirò quasi, la greggia materia alle scienze, e que’ concetti che a stagione più tarda fanno irte le cattedratiche diceríe, sono a principio opera del pennello, o sotto poetiche forme allettano la giovinezza delle nazioni. A quell’età una mirabile congiunzione si manifesta nelle arti; infinita pittura nel poema di Dante, nei dipinti di Giotto infinita poesia. Le astrazioni metafisiche espresse dai colori e dal ritmo; nei poemi le formule aristoteliche, nei quadri le allegorie.

Ma, non foss’altro, possiamo ricorrere a quei libri e a quelle tele, come a storici monumenti, possiamo di là indovinare il popolo e la contrada pel quale e nella quale vennero immaginati. E tutto nei quadri del nostro pittore parla di Venezia e della sua grandezza; sicchè, ove tacessero le storie, subito intendereste dond’egli traesse le principali sue fantasie. Vedete come volentieri si diporta nella vista del mare, come volentieri colloca ne’ suoi dipinti le navi, e, sempre che possa, le fogge orientali, tanto a quei giorni frequenti in Venezia, e immagini varie di ricchezza e di pompa. E, o sia la storia di san Giorgio, o quella di sant’Orsola, o altra che vi vogliate, notate la profusa abbondanza di quegli arredi, di quelle vesti, di tutto quel ricco e mercantile costume che aveva dinanzi agli occhi. Non dirò con avventato giudizio, che appunto dal commercio de’ Veneziani nell’Oriente, e dal portar [p. 152 modifica]ch’essi facevano di colà nella loro patria le prime materie dei colori, derivasse alla nostra scuola quella dote mirabile del colorire, nella quale rimase sovrana: non dirò questo, e perchè sarebbe scemar pregio al divino ingegno de’ nostri pittori, e, più ch’altro, perchè, come le note de’ musicanti e le frasi de’ poeti, così le tinte de’ pittori non altrove si hanno a ricercar che nel cuore: dirò bensì che, signoreggiata la mente dagli oggetti esteriori, li rimescola e li compone in sè stessa a produrre concezioni vaste e potenti, improntate però sempre della stampa di quegli oggetti. Doveva vivere a Venezia, e in quei tempi della veneziana grandezza, chi tanto splendore diede ai suoi quadri, chi li fece sì popolati, chi vi condusse sopra tanto oro, chi pellegrine fogge d’abiti, d’animali, d’arredi d’ogni maniera in essi introdusse. In quella Venezia emporio di tutto l’Oriente, dispensiera di ricchezza a tutto il cognito mondo. Voi la vedete nei quadri del Carpaccio la sterminata ricchezza di questa gran capitale, i cui senatori mercatanti salutarono primi le stelle dell’opposto emisfero, gran tempo innanzi che il Portoghese levasse le colorate sue vele sui mari di Mozambica. E questi mercatanti, tornando da lontane navigazioni, sedevano poscia in quel temuto consesso, che per meritare il nome di senato di principi, meglio assai che non fu detto il romano senato di numi, mandava le proprie figlie a nozze reali. Le nazioni tutte inviavano volontarii tributi alla cortese visitatrice [p. 153 modifica]dei loro porti: Ofir l’oro, e la sepolta Berenice le sue conchiglie. Abbandonarono le tortorelle i giardini di Rosetta e di Menfi, ricchi di colori e fragranze, per venirne a gemere nelle sale di questi palagi, a trastullo delle giovinette patrizie; l’avorio ed il sandalo, maestrevolmente intarsiati ne’ domestici arnesi, abbellivano il liuto de’ giovani erranti la notte per questi canali. I cristalli di Tiro, i marmi d’Ava, il cedro e l’ebano d’India e di Palestina erano fregio e sostegno alle sale ed alle anticamere; e ciò ch’altri destina a misera mostra di lusso, sprofondavasi con nuovo genere di sprezzata opulenza nell’onda a sorreggere giganteschi edificii. Ordinario arredo alle spose i tessuti circassi, i manti di Catigára; e sulle mense vini d’ogni clima e d’ogni colore; il cipero di Egitto, la noce di Samarcanda, i dittami d’Ida, la mirra e il cardamomo d’Armenia, e le voluttà e le lusinghe e i profumi di tutta l’Asia. Ben è da perdonare al Carpaccio se dipingendo l’Indemoniato, che all’apparire della benedetta reliquia che il deve sanare tutto si trasmoda nel volto e nella persona, il rilega nella parte del quadro meno visibile, sur un terrazzo, e guida il pennello a dipingere largamente quel ponte, che, non qual oggi si vede afferrato alla terra co’ suoi due gran capi, e sovratteso sulle acque con mirabile incurvatura, ma era a que’ tempi non più che artificioso congegno di tavole, interrotto nel mezzo da altro picciolo ponte, o, direm meglio, traietto, affidato a lunghe [p. 154 modifica]catene da poter essere a voglia altrui sollevato o lasciato cadere. E riferendoci noi, che siamo usi a veder nella pietra così gran mole, a quel povero ponte d’allora, ci tornano alla memoria i ficulnei penati di Roma, quando il Giove dei conquistatori del mondo avventava le folgori di sotto i vimini di povera capannetta foggiata ad altare. Ma intorno a que’ poveri altari dimoravano le virtù tutte e guerriere e civili; e del pari vedi far corteggio a quel ponte, in apparenza sì povero, l’abbondanza e la vita di una grande e ricca città, e propriamente di questa nostra. E le gondole non ancora cangiate in feretri, ove la voluttà mollemente adagiata sembra avere continui ricordi dell’atra notte che preme e circonda ogni nostro diletto, ma dipinte a colori varii e vivaci, aperte all’aria e alla luce, e adorne di frange e ghirlande; e con ragione, quando ogni giorno poteva chiamarsi festivo. E non so se altri abbia badato a que’ barcaiuoli, che al nero color della faccia, al breve e scollacciato vestire, alla bianca gemma pendente all’orecchio, si palesano nati sotto sole inclemente, e qua venuti per ristorarsi a più mite cielo, se avervi poteva ristoro nessuno alla schiavitù. Che tale e tanta esser dovesse l’impressione che ricevevano quei pittori dalla vista della lor patria, e non abbia io punto esagerato, ne rendono pienissima testimonianza altri quadri d’altri artisti di quella stagione, i quadri, a cagion di esempio, di Lazzaro Sebastiani e di Gentile Bellino. Al vedere di [p. 155 modifica]queste rappresentazioni si fanno inutili, o per lo meno soverchie assai riflessioni sopra alcune catastrofi luttuose. Tutto quaggiù è ordinato ad un fine, e il pervertire da esso è correre alla rovina. Fondata sull’onda, cresciuta ne’ traffichi, sorretta dalle ricchezze, questa maravigliosa metropoli ruinò da quel giorno, che, infedele alle sue promesse, d’una mano porgeva al mare l’anello come a suo sposo, dell’altra si congiungeva in adulteri abbracciamenti alla terra6.

Ma tanto che durava, o, a meglio dire, cresceva quella pubblica prosperità, crescevano prosperando anche le arti; e al Carpaccio, che potè camminare appaiato per età al principale dei Bellini, è bastata eziandio la vita a vedere non pochi dei miracoli del Tiziano. E questo ancora potremmo aver dai suoi quadri, quand’anche le penne de’ suoi biografi fossero mute. V’ha del Carpaccio tal quadro sovra ogni altro lodato, che per mia buona ventura non tanto è lontano da voi, che ad un breve girar di faccia veder nol possiate7. Ed è quello della presentazione [p. 156 modifica]fatta da Maria del Pargoletto divino al santo uomo Simeone, che in veggendo compiute le profezie, e nato quel Cristo, ch’era il desiderio di tutte le genti, apre l’anima esilarata ad un cantico, che il più sublime congedo può dirsi che fosse mai preso dal mondo. Il santo uomo ha le vesti sacerdotali, e propriamente del vescovo cristiano: stravagante ostinazione pittorica nel ritrarre a quel modo Simeone, che non era nemmen sacerdote. Ma forse a quella visita portentosa, a quel cantico tanto solenne, fu creduto sconvenire ogni altro men augusto paludamento. Soverchia sempre la descrizione, in questo caso si farebbe insopportabile, quando stavvi il dipinto davanti gli occhi. Contentatevi dunque che io vi riferisca il giudizio dei professori in quest’arti, che dicono molto ritrar questo quadro del rafaellesco. Badate, non foss’altro, a quella donna che con atto di modesta curiosità alquanto dolcemente si ripiega nel collo a guardare, e succede prima alla Vergine. Ella è pur la stessa che può vedersi con aspetto di più gioconda bellezza fra il celeste tripudio delle undicimila; con questo però, ch’ivi la chioma scorrente in morbide anella accarezza la guancia freschissima, qui severamente è raccolta dopo l’orecchio, come ancora partecipe alla penitenza del mondo. E vorrei consideraste i tre putti de’ quali uno soffia [p. 157 modifica]entro la storta, l’altro passeggia coll’arco sopra il violino, il terzo, nel mezzo, è intento ad accordare un liuto. In quest’ultimo la pittura è sì prossima al naturale, che i riguardanti per poco non credono dover udire fra breve anco il suono. Inesprimibile dolcezza è in tutto l’atto di questo puttino che accompagna coll’occhio l’opera della mano corrente per la tastiera. Ma qual dolce suono darà quella mano, non dirò di fanciullo, sì d’angelo, come abbia finita l’accordatura? Vorrà anch’egli ne’ suoi più dolci anni accompagnarsi al cantico di Simeone che anela a lasciare la vita? Oh! s’egli è qui alcuna madre cui fosse tolto per tempo il suo unico amore, quando l’anima sua più addolcivasi nelle carezze, e più s’infocava ne’ baci, aspetto che quel core di madre, sì tenero e sì infelice, l’espressione m’interpreti del caro fanciullo, che certo non è della terra. Intenderà ella, più ch’altri, la musica di quel liuto fino all’ultima nota, avvezza com’è a conversare col cielo, a cui con occhi velati dal pianto incessantemente si leva, per domandar quella immagine di crescente felicità che le sfuggì dagli amplessi. Potranno parervi esagerate le lodi che a tal quadro si danno, o sconveniente il posto ch’esso teneva altra volta in s. Giobbe, di fronte ad altro stupendo lavoro di Giovanni Bellino? Ma un’altra osservazione vorrei non mi fosse tolta dal correre che fa verso il fine il discorso, quella cioè che come veniva meno al Carpaccio la giovinezza, non possiam dire venisse in lui meno del [p. 158 modifica]pari la maestria del dipingere, e specialmente del colorire. Di che potrà credersi essere stato cagione aver avuto a contemporaneo, se non di tutti, degli ultimi anni, il Tiziano. Non occorrono esercitate pupille di artista a vedere quanta bellezza di colorito ci abbia nel quadro, fra gli ultimi del Carpaccio rispetto al tempo, in cui Giovacchino si scontra con Anna e le ha la sinistra sovra la spalla, avvolgendole il collo con tutto il braccio8. Soavissimo atteggiamento! Stanno a vedere quella coniugale amorevolezza, da un lato una figura di donna ch’è martire alla palma che ha in una mano, e sant’Orsola alla bandiera che regge coll’altra; dal lato opposto è re Luigi di Francia, che nella santa guerra, infelicemente tentata, sortì a letto di morte la cenere de’ penitenti. E poichè di Tiziano ho parlato, e potrà parere a taluno che un qualche raggio della gloria di questo sommo si riverberasse ne’ decrepiti maestri contemporanei, non voglio dimenticare la tela del Carpaccio che si mostra in Milano, ove figurata è la Vergine che sale al tempio a far di sè offerta; e dalla quale può apprendersi esser balenato dapprima alla fantasia di Vittore quel nobil concetto della fanciulletta mirabile, che sola e redimita della sua gloria, ascende a quel tempio a cui dato avrebbe maggior sacerdote. In tutto il quadro, ch’io dico, trovi vestigii [p. 159 modifica]molto notabili di ciò che indi fu ricreato con più maestra eccellenza dal Cadorino; fino a quella immagine di stanca vecchiezza che accosciata a’ piè della scala sembra rimanersi impassibile a quanto accade, paga di riguardare nell’inquietudine della vita ciò che non le può più toccare che in piccola parte, e nel Carpaccio è figura di camoscio o d’altro animale rappresentante l’illibatezza e la mansuetudine. Molto opportuno partito a interrompere la monotona vista della spalla dello scaglione, che tiene il basso del quadro. Con che viene ad essere dimostrato aver egli dato e carpito, il nostro pittore, ai più famosi dei contemporanei ciò che meglio tornava alla perfezione dell’arte, non secondo l’esempio d’altri pittori, del Basaiti, a cagion d’esempio, sotto il cui inflessibil pennello, lodato per altre ragioni, spuntarono fino all’ultimo tempo siffatti apostoli, nei quali apertamente si vede la fiammella dello spirito avvivatore non essere per anco discesa.

Fin qui, giovani egregii, ho parlato come concedevasi ad uomo inerudito nelle arti vostre, studiandomi di consacrare alla memoria di Vittore Carpaccio quelle lodi, che, più copiose ed ornate, a taluno forse tra voi si destinano nell’avvenire. Poco ho potuto giovare i vostri studii colle mie parole, se non forse infiammandovi nell’amore di un’arte che comanda tanta ammirazione, che suscita tanto diletto. Oh sì! nobili e care sono queste arti, e a voi tocca mostrarlo e colle opere dell’ingegno e colla [p. 160 modifica]condotta del vivere. Molti vi hanno parlato della patria che dovete amare, della scuola cui dovete illustrare; io vorrei pregarvi in generale a far sì, che questo sacro fuoco delle arti non mandi per voi luce torbida e bassa di abbiette passioni, ma pura e sagliente di dolci e magnanimi affetti. Senza passioni non può avervi eccellenza nelle arti; spirano esse apertissime dalle opere della mente, e quando anche tacciano o mentiscano le storie, esaltano o infamano nella posterità il nome dell’artista cui resero più abbietto o più grande. V’insegna l’esperienza di tutti i secoli che cosa possiate attendervi dagli uomini e dalla fortuna, per quantunque sia l’eccellenza dei vostri lavori; ma non per questo l’anima vostra intorpidisca nell’ozio o corrompasi nella viltà. Agguerritivi contro questi nemici, chiudetevi nella vostra vereconda alterezza. Assai picciolo sarebbe il pregio delle arti se gli uomini e la fortuna potessero ricompensarle. Vendicatevi della fortuna coll’ignorarla, degli uomini beneficandoli. Benefiche esser devono le arti e consolatrici. Esaminate i bisogni del tempo, affratellatevi ai vostri contemporanei. Ricevete i modelli della bellezza dai volti della vostra nazione, poichè Iddio vi ha conceduto di nascere figli di bella e generosa famiglia. Tingete i pennelli nei colori dolcissimi del vostro cielo e dei vostri campi, poichè Iddio vi ha accordato di vivere sotto tanta purezza di firmamento, e respirar di quest’aria tanto fragrante. Quel premio che vi negano gli [p. 161 modifica]stolti, che vi rubano i tristi, che la più parte v’indugia, per non so quale misera e maligna timidità degli umani giudizii, quel premio dovete trovarlo nel vostro cuore. La voce che susurrava all’animo giovinetto: Anche tu sei pittore, quella voce medesima, ove assiduo sia il vostro studio, pertinace la vostra virtù, non potrà forza umana far sì che non dicavi a stagione più tarda: La fama che il mondo ti nega, tu l’hai meritata. Sul letto dell’estrema agonia ascoltò questa voce il grand’epico nostro9, martire dell’amore e del proprio ingegno; e sclamava morendo: Il mio secolo ha pur voluto aver la vittoria di condurmi mendico al sepolcro, il mio secolo che, voglia o non voglia, avrà nome da me. Più misere, più solenni parole non furono dette: più sublime ricordo non spero potervi lasciare.

Note

  1. Gli storici tutti della pittura, qual più qual meno, parlarono del Carpaccio; ma non fecero che discorrere de’ quadri, poco o nulla della vita di lui. Il Ridolfi più lungamente degli altri, ma in sole parole; chi non volesse far conto della notizia: essere il Carpaccio mancato carico di anni e di merito, e compianto dai buoni, e questo ancora senza testimonianza veruna. Il Zanetti battezza antica, cittadinesca la famiglia dei Carpacci, ed estinta correndo l’anno 1760. L’ultimo de’ quadri di Vittore, di cui siavi memoria, porta l’anno 1521. Imparo per altro da una diligente notizia, di fresco pubblicata in un libretto che s’intitola: Giovanni Bellini e pittori contemporanei, avervi un ritratto che il Carpaccio fece di sè, che reca scritto l’anno 1522. Qualche argomento di controversia potrebbe pescarsi nei libri del Vasari; ma sarebbe cercare le spine in campo che non dà grano. Questa grama fatica se la prenda chi vuole.
  2. Eschilo nel Prometeo.
  3. I quadri sin qui ricordati, sì quelli che rappresentano fatti di s. Giorgio, sì gli altri che di s. Girolamo, stanno nella scuola di s. Giorgio a santo Antonino.
  4. Furono dipinti gli otto gran quadri che compongono la storia della sant’Orsola per la scuola che intitolavasi appunto da questa santa. Ora i quadri suddetti si veggono nelle sale della imp. reg. Accademia di Belle Arti, tolto uno non ancora condotto a tale da poter essere esposto, ed è quello che figura il Sogno della Vergine.
  5. Il quadro della legione martirizzata è ancor esso nelle sale della imp. reg. Accademia.
  6. V’ha tra gli economisti chi dice provenuto da altri motivi il decadimento nella forza e nello splendore della repubblica. Qui non è luogo a siffatta disputa; ma la cagione da me accennata, quando non sia la sola, va certamente annoverata tra le principali.
  7. Si vede nelle sale della imp. reg. Accademia, e propriamente nella sala ove leggonsi solitamente i discorsi nel giorno della solenne distribuzione dei premii.
  8. Nelle sale della imp. reg. Accademia anche questo.
  9. Tasso, Lettera al Costantini. Opere, vol. XVI, pag. 68, Pisa, Capurro, 1826.