Ester d'Engaddi/Atto primo

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Atto primo

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Personaggi Atto secondo
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ESTER D’ENGADDI.




ATTO PRIMO.


Valle cinta di balze scoscesissime. Nel fondo della scena v’è una città tutta di tende. Da un lato sta un grande edifizio, costruito di magnifiche cortine: esso è il Tabernacolo. Sul davanti della scena si scorge alquanto una gran rupe, che toglie chi si ritira di qua da essa alla vista della città. Dalla parte opposta alla rupe, ma in qualche distanza, la prima tenda che si trova è quella di Azaria. — È l’alba.




SCENA I.


ELEAZZARO scende nella valle di qua dalla rupe: il suo passo annunzia il timore di essere scoperto.


Oh Engaddi! Oh sacra, inespugnabil valle,
Ove al Roman superbo io da Sionne
Questa reliquia d’Israel sottrassi!
Sovra te mai, se non furtivo, il guardo
Porterà dunque Eleazar, l’antico
Glorïoso tuo prode? Invan la morte
Fuggo dagl’idolatri: una non havvi
Tenda fra’ miei, che il capo mio ricovri?
Nè ad abbracciar la mia figlia, pur oso
Fino alla tenda sua spingere il piede!
Qui de’ suoi mattutini inni la voce
Ascolto e piango; e il fausto dì sospiro
In ch’io parlarle, o almen vederla io possa.
Parlarti, si! Nella tua mente il raggio
Porger del ver, che l’Uom-Iddio fe’ aperto
A’ genitori tuoi! Questa è la speme
Che qui a periglio il vecchio esul conduce!

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( Dalla tenda d'Azaria s'ode un suono d’arpa. — Eleazaro giubila ed ascolta con tenerezza. Voce d'Ester canta:)


     «Luna e stelle della notte,
          Del mattino dolce albore,
          Astro, oceano di splendore,
          Terra e ciel, chi vi creò?
     Siam pensieri d’una Mente,
          Raggi siam del vero Sole:
          Disse e fummo, nè parole
          A nomarlo c’insegnò.
     Fulgid’astri, cielo e terra,
          Del Signor opre ammirande,
          Ah! un’altr’opra Ei fea più grande:
          Il mortal ch’Egli animò.»
Eleazaro. Oh voce d’Ester mia! Come all’infermo
Genitor nova inspiri aura di vita!
Oh lunghi i giorni in ch’io ritrar le membra
Non potea da lontano antro romito!


SCENA II.


Viene aperta la tenda, e vi si vede ESTER seduta sul limitare: arpeggia con melodia più malinconica, e poi canta.


Ester. «Ma mesta, o Signor mio, suona la corda
Quando l’ancella tua mira i suoi figli,
E non vede il lor padre, e si ricorda
     Che cinto è di perigli.
Stagion tornò di guerra. Il campion mio
È il campion d’Israel: tu lo difendi.
Madre, e solinga, ed orfana son io:
     Il mio campion mi rendi.»
Eleazaro.Fia ver? Lunge è Azaria? Che fo? Innoltrarmi....1
Ester.2Che veggo? A questa tenda incerto il passo
Move canuto peregrin,... s’arresta,...

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Ondeggia.... Ah, forse uopo ha d’aiuto. Ei sembra
Misero.3 D’Azaria l’ospital tetto,
Ecco, o stranier. Lontan da Engaddi è il prode;
Ma il suo pan, la sua tazza al peregrino
Ei vuol comuni sempre.4 — Un fedel servo
Che ti dia stanza io chiamerò.
Eleazaro.                                                            La figlia....
Cerco.... d'Eleazar.... Ferma.
Ester.5                                                            Son io.
Qual voce!
Eleazaro.                              Meco, deh, t’apparta! Arcane
Cose degg’ io....
Ester.6                                        No; non m’inganno! Desso,
O l'angiol sei del genitor mio estinto?
Eleazaro.Ester! Oh gioia! E in te memoria è ancora
Del sembiante paterno?
Ester.                                                  Ei vivo! Il padre!
Oh me felice! E come?
Eleazaro.7                                                  A’ servi tuoi
Mostrarmi non poss’io. Tu il sai; proscritto
A morte io son. Nè per me temo io morte:
Ad evitarla sol pietà m’astringe
Dell' egra tua canuta genitrice,
Cui là, sui gioghi più deserti, è asilo
La caverna di Davide.
Ester.                                                  Oh compiuta
Celeste grazia! Anco la madre è in vita!
Ma sola, egra! A lei tosto.... Oh non sperato
Prodigio mai! Fuori di me son. Deh, lascia
Che questo amato capo Ester di baci
Copra! Che in lunghi amplessi io de' tant’anni
Ch’ orfana piansi mi ristori. Estinto
Diceanti, sì; degli empi idoli all’are
Estinto colla madre. — Albeggia.... in loco

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Non visto discostiamci.8
Eleazaro.                                                   Appiè dell’are
Idolatre ogni giorno orrido strazio
Han, fra’ Romani, del ver Dio gli amici:
E i genitori tuoi più d’una volta
Spiranti eran lasciati ivi; ma Iddio
Li serbò.
Ester.                     A me serbolli Iddio. Sui forti
D’Israel duce, e ad Ester tua benigno
È lo sposo; zelante, è ver, l’antica
Legge egli osserva, e la novella abborre;
Ma ciò in esso de’ padri è reverenza
E non ferocia. Ov’ei dal campo torni,
Cauta di te gli parlerò: disporlo
A pietà, le mie lagrime il potranno,
E più del ciel l’aiuto. Io spero assai
Fia annullato il decreto empio di morte:
Al mio fianco vivrai: teco al mio fianco
Vivrà la madre.... Oh, a lei condurmi....
Eleazaro.                                                                      Troppo
Distante è il loco, e ben poss’io per aspre
Balze evitar degli uomini l’incontro:
Tu noi potresti. E il tuo partir da Engaddi
Saria fatal: scoprirà forse altrui
De’ tuoi parenti il vivere e il rifugio.
Chi ci difende allor? Molto tu speri
In Azaria; ma al campo egli è, dicesti,
E qui il più truce mio nemico impera.
Ester. Jefte, sì! me infelice!
Eleazaro.                                                  Onde le pugne?
Assalir questi scabri ermi dirupi
Osa il Romano? — Ed a difenderla io,
Io della nuova patria il fondatore,
Correr non posso? Oh del mio braccio antica
Gagliardia! Più che gli anni, i lunghi, feri
Martír me la toglieano.
Ester. Assai di gloria

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Mèsse, o padre, coglievi: or abbia pace
Tua guerriera alma. In securtà si posa
Questo a Israel da te fondato albergo.
Dalle fauci de’ monti, unico passo
Agli audaci avversari, i pochi cento,
De’ mille e mille, il sai, rompon l’orgoglio.
Acquetati.
Eleazaro.                         Mi narra. A te benigna
Dunque è Azaria? De’ suoi congiunti l’odio
Non eredò contro il mio sangue? Oh quanto
Piansi, in Gerusalem, quando, di ferri
Carco, in orrida carcere io rinvenni
Altro, a me par’, cristiano esul d’Engaddi,
Che di tue nozze mi fe’ conscio! Nuora
La figlia mia di chi primier le pietre
Sovra il proscritto mio capo scagliava!
Ester.E piansi io pure allor: ma la mestizia
Della misera sposa al signor mio
Non recò sdegno: e pur mi amò: più forse
Quindi ei mi amò; nè più abborrirlo io seppi.
Ai suoi feri congiunti, ei negl’istanti
D’ira, somiglia; ma sovr’Ester mai
L’ira sua non balena: io con umile,
Timido ossequio, anche da altrui la pronta
Del giovine bollente ira talvolta
Rimovo: e poscia ei men sa grado: e dice
Ch’ei vorrebbe con mite alma esser nato,
Onde mertar ch’io più l’amassi. Oh, schiavo
Non fosse egli di scaltro, iniquo spirto
Che al laccio il prese d’amistà e di santa
Sacerdotal virtù mentita, e spesso
Il fa men pio!
Eleazaro.                              Di Jefte....
Ester.                                                            Solo io tremo.
Costui per or (finchè propizio io m’abbia
Lo sposo a te) con ogni cura fuggi.
Della Croce a’ seguaci, ah, nol vid’io,
Nuovo ispirato Samuello agli atti,

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Ma non al cor, col sacro acciar dall’ara
Avventarsi e trafiggerli? Oh me lassa!
Già sorto è il Sol: temer non deggio?....
Eleazaro.                                                                      O figlia,
Non mi cacciar: pochi momenti ancora
Dammi. Nulla ti dissi.... e i lunghi preghi
Che in mezzo a’ miei martiri io per te sempre
Al ciel porgeva, e il giubilo, allorquando,
Dalla carcer fuggito, io la tua madre,
Dolce peso, dagli omeri posai
Su quel ciglion del monte, e discoprimmo
La città delle tende, ed «Ester nostra,
Dicemmo, alberga in quelle tende!» e a terra
Proni ambedue chiedemmo a Dio ch’un giorno,
A te pur, salutare onda le avite
Colpe cancelli e il ciel ti schiuda!... E ancora
Non dissi della sera, in ch’io disceso
A questa valle, qui rinvenni un servo,
E fra sue braccia era un bambino.... e fatto
Ardito dal desio, «Qual d’Azaria
È il padiglion?» gli domandai. — «Tu il vedi,
Rispose, è il primo; e suo famiglio io sono.» —
«E quel bambin?» — «Del mio signore è il figlio.»
Oh amor di padre! Come io strinsi al seno
Quel pargoletto! Ed io.... Ma a non tradirmi
Fuggir fu forza.
Ester.                                   Oh padre mio!
Eleazaro.                                                                      Più giorni
Qui scesi all’alba; e il tintinnio dell’arpa,
E la tua voce alcuna volta io udiva:
E sedea su quel masso: e lì piangeva;
E doleami, che al Sol (come quel santo
Condottiero) il cammino io non fermassi
Col fervido bramar, sì che più lungo
Fosse il mattino e il tuo canto e mia gioia!
Ma di’, lusinga non fia vana? Insieme
Vivremo ancor? Potrà Azaria?...
Ester.                                                                      Lo spero:

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Purché tu a lieve simular ti pieghi.
Eleazaro. Qual?
Ester. Nol conosco; ma il tuo culto onoro,
Poich’egli è tuo: tu il serberai: si, padre....
Non ti sdegnar; tu il serberai, ma in core.
Eleazaro. Vergognarmi del vero?
Ester.                                                  Agl’idoli empi
Non immolar, dritto è: ma qui mentito
Dio non s’adora: e (qual pur fosse il Giusto,
Che in Golgota moría) de’ giusti il rege
Altro esser può che di Giacobbe il Dio?
All’ara sua ti curva, e in cor racchiuso
Ti stia l’amor del tuo profeta.
Eleazaro.                                                                 Il vero,
Lassa! t’è ignoto, e ti compiango. Uom puote
Ignorarlo: nasconderlo non puote,
Quando a lui splende. Teco viver chiedo,
Amata figlia, ed ombra niuna a Jefte
Recar, nè ad altri ambizïosi o forti.
Sol di virtù pacifiche contesa
Vuol il fedel con chi all’errore è servo:
Vincer le offese col perdono: l’odio
Coll’amore: i martír colla costanza:
Null’ altro ei vuol;... ma simular non mai!
Ester.Sublime legge! In un l’ ammiro e temo!
Eleazaro. Ma il vivo affetto uopo è ch’io freni: il giorno
S’avanza. Addio.
Ester.                                        Senza alcun don lasciarti
Partir? No.
Eleasaro.Ferma. Uso al deserto, io ricco
Son di silvestri frutta, e di poca onda.
Nulla or mi manca: ti trovai, gli amplessi
Tuoi recherò alla genitrice. Oh doni
D’ogni tesor più preziosi!
Ester.                                                            E vuoi?...
Eleazaro.Soverchio indugio fòra. Addio: ritorno
Qui al tramonto, farò.
Ester.                                             Si, padre: e, colti

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Dalla stessa mia man, tu dolci frutti
Quindi alla genitrice apporterai.
Per or l’abbraccia; di me a lei tu parla.
Di me a lungo!
Eleazaro.Sì.... figlia... Oh dì felice!


SCENA III.

ESTER guardandogli dietro commossa.


Misero! A stento egli si regge! Oh come
Incanutì! Come in suo volto io scorsi
Le tracce del dolor! Pallido; emunto,
Pieno di cicatrici, eppur.... costante!
Qual misto è in me d’inesplicabil gioia,
E di desio di sciorre al pianto il freno!
Andiamo.— O tu che i genitor mi rendi,
Fa ch’io più non li perda, e l’amor mio
Lungamente i lor vecchi anni consoli!


SCENA IV.

Mentre ESTER si volta dalla rupe per tornare alla tenda s’imbatte in JEFTE.


Jefte.Ester! Tu, a si precoce ora, lontana
Dal padiglion!
Ester.                                   Signor...
Jefte.                                                  Giocondo annunzio
Credea recarti: appien disfatta è l’oste:
Oggi torna Azaria.
Ester.                                             Fia vero? Oh sposo!
Jcfte. Sincer giubilo è il tuo?
Ester.                                                  Che ardisci?
Jefte.                                                                      Amante
Moglie, in sì mattutina ora, a segreti
Colloquii vien con uom che fugge?
Ester.                                                                      E pensi?...

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Jefte.Nol veggio forse ancor?
Ester.                                                  Chi?
Jefte.                                                            Fra le palme
Or del torrente egli dispàr.
Ester.                                                       Mendico
Vecchio infelice.
Jefte.E chi fia che tel creda?
Se amante tuo non è colui.... via, il noma....
Esiti?... In me tua fama or sta. Guai s’io
Del violento tuo consorte in seno
Gelosa serpe vibro!
Ester.                                             Oh infami detti!
Potresti?
Jefte.                    Ciò che possa uom, se spregiato
Vede il suo amore, io ben nol so: — soltanto,
So che, mentre sì poca è di tua fama
La cura in te, d’inorridir non hai
Tanto diritto, ov’io d’amor ti parlo.
Ester.Lasciami.
Jefte.                         Ascolta. — Nuocerti non voglio,
Ma gratitudin voglio. Austera vanti
Virtù: sia pur: ma di virtù nemico
Forse son io? Ch’altro ti chiesi io mai
Fuorchè gentile, pura, amistà santa,
Qual le più a Dio devote alme in soave
Nodo innocente avvincer può?
Ester.                                                            Le cure
Di sposa e madre, già tel dissi, loco
Ad altri affetti in me non lascian.... tranne
La riverenza che al ministro io debbo
Dell’ara, e che non mai perder vorrei.
Jefte.Pria ch’Azaria t’amasse, io già ti amava;
Già in cor volgea di farti mia: tuoi crudi
Congiunti mi prevennero: pietade
Non ebber di tua dolce indole umana,
E al più feroce de’ guerrier ti diero.
Ester.E così d’uom, cui tanta amistà fingi,
Parli?

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Jefte.          Del forte onoro i pregi: abborro
Suoi feri modi; e il tuo destin compiango.
Che? le segrete tue lagrime credi
A tutti asconder? non a Jefte il puoi:
Amante è Jefte. Ei spesso alla presenza
Del tuo torvo signor tremar ti vede,
Impallidir, reprimere i più giusti
Pensieri, ed in silenzio a te medesma
Dir con dolor: «Sacrificata io fui!»
Ahi vittima infelice! Io allor (nol niego)
Più d’Azaria non son l’amico: io l’odio;
Io penso ai dì che tratto avresti al fianco
Di più degno amator, di tal cui gloria,
Non l’imperar, sol l’obbedirti fòra,
L’adorarti qual servo.
Ester.                                             Or basta: io d’uopo
Di compianto non ho. Travedi: il prode
A cui son moglie è quale il bramo; e solo
Ad altri in braccio abborrirei la vita.
Jefte.Donna, i tuoi detti aspri son molto, e fiele
Maggior ne’ guardi sta.
Ester.Sì, la parola
Tutta non esce qual dovria dal core.
Pontefice, il tuo grado ognor rammento:
Nè mai dispero, che il tuo error tu scerna
E ten vergogni,... ed io stimarti possa.
Che attendi alfin? d’altri non sono io sposa
Irreparabilmente?
Jefte.                                             Oh, ch’havvi mai
Che irreparabil sia? Se altro pensiero
Non fosse inciampo all’amor tuo, deh il caccia!
Ester.Tant’osi?
Jefte.                    Ahi, più ch’io non volea già dissi!
Or ben,... più non si finga.
Ester.                                                  Io tremo.
Jefte.                                                                      Sappi,
Che in me speranza non fu estinta mai:
D’Azaria la fierezza a me fa certo

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Che tu non l’ami: non indarno a spesse
Guerre il Signor lo tragge. Un dì tua destra
Esser libera puote,... e, oh! non ingrata
Fossi tu all’amor mio! quel dì felice
Non penderla da incerte guerre.
Ester.                                                                      Oh cielo!
Jefte.Il più santo de’ regi arse, e il marito
Di Betsabea perì. Fu colpa, è vero;
Ma l'espïaro gli olocausti: e moglie
Del santo re fu Betsabea.
Ester.                                                       Che intendo?
Oh, ben vegg’io, che, a trarli ogni speranza
Forza è ch’io cessi da ogni ossequio, e tutto
Quant’è prorompa il mio ascoso disdegno.
Sì, Jefte, a’ guardi miei tu se’ il più vile,
Il più esecrando infra i mortali: io t’odio
Non tua; più t’odierei, se tua foss’io.
Fida allo sposo, non virtù, ma amore,
Immenso amor mi tien: quanto ei più disia
Da tua melata, finta, empia dolcezza,
Io tanto più quel suo spirto guerriero
Amo; guerriero, ma leal, ma giusto,
Ma incapace di frodi! Ahi, scellerato!
Sì reo delitto meditavi? e cieco
A te Azaria tanto s’affida? Io voglio
D’inganno, io, trarlo.
Jefte.                                             Audace! e di calunnia
Rea tenuta sarai. Trema! inconcussa
È la fama: trema. E a rintuzzarti
Il folle orgoglio, arma io non ho possente?
Colui, che teco dianzi era a nascoso
Colloquio credi che a me ignoto ei sia?
Ester.Lassa! che feci?
Jefte.                                        Invan Jefte non siede
Di Mosè sulla cattedra tremenda:
Regnar so: moto esser non può di fronda
Ch’io in Engaddi non veggia. Il padre tuo
Posa là su que’ monti, in romito antro:

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Spesso furtivo ei scende: io già immolato
Lo avria, se un empio qual m’estimi, io fossi.
Se per te no, per l’esul vecchio or trema!
Ester. Deh, per pietà!
Jefte.                                        Fa’ senno.
Ester.                                                            Ah, s’io t’offesi....
Jefte. A te s’aspetta il riparar....9 Ma suoni
Già di vittoria non si senton?10 — Donna,
In altro tempo udrotti. — Il popol esce
Delle sue tende. — A rispettarmi impara.


SCENA V.


Continua ad appressarsi il suono della marcia. Il popolo esce dai padiglioni, e s'avanza sulla scena, rivolto alla parte opposta alla rupe che è sul davanti. Alcuni salgono il monte per andare all'incontro de' guerrieri. Tutte le fisonomie esprimono allegria. — JEFTE al cospetto del popolo si atteggia con tutta maestà e compostezza religiosa. ESTER ha dimenticata ogni sua inquietudine, ed è al colmo della gioia.


SCENA VI.

Allo sboccare che i guerrieri fanno da una gola del monte, tutto il Popolo esclama:


Viva Israello!11
Azaria.12                              Jefte — amata sposa
Popolo — amici. — Oh gioja! Sì, vincemmo!
Credea il Romano altero (uso a mostrarsi
E trïonfar), credea ch’impeto e morte
E instancabile ardir, dischiuso il varco
Dell’erte balze ad esso avrian. Tre giorni
Respingemmo color: fuor dello stretto
Fieramente accampati, immensa mostra
Fean di macchine ed armi; ed appellando

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Di sognate rapine e tradimenti
Engaddi rea, giuravano con empi
Sacrifici vendetta a’ loro Iddii.
M’adirò lor baldanza: al mio furore
Sorse fausta una notte. Orrendo nembo
Tempestava di grandine e di pioggia
E di fulmini i monti. — «Andiam, compagni,
Dissi: ne’ padiglioni il vil s’acquatta.
Sorprendiamlo: con noi scende dal cielo
Iddio nel tuono, e solo i rei percuote.»
Ci avventiam nell’orror della tempesta,
Trucidiamo, inseguiam. — «Non son mortali»
Esclamava il Romano e, ove le lance
Noi raggiungeano, il fulmin lo atterrava.
Si piena strage mai non fu: — di sangue
E fango intrise, l’aquile del Tebro,
Eccole: calpestatele.

(Alcuni guerrieri che portano due o tre aquile romane le gettano a terra, e tutto il popolo le calpesta gridando:)

                                                            Vittoria!
Viva il Dio d’Israel! viva Azaria!13

Note

  1. Titubando s’avanza: vorrebbe trattenersi: non può: l'amor paterno lo spinge.
  2. Vedendolo da lontano si alza, lascia l’arpa, e si ferma all' ingresso della tenda osservando.
  3. Fa un passo fuori della tenda, e gli parla.
  4. Vedendo ch'egli esita, ella va verso lui cortesemente.
  5. Che era mossa per chiamare qualcuno se gli accosta di nuovo
  6. Dopo averlo ben guardato esclama.
  7. Ricusando d'appressarsi alla tenda.
  8. Si ritirano al di qua della rupe.
  9. S’interrompe ascoltando una musica militare sui monti.
  10. La musica si va appressando.
  11. La musica continua finchè Azaria è al piano.
  12. Consegna a uno scudiero l’asta e lo scudo, ed abbraccia Jefte, Ester ed altri.
  13. Cade il sipario.