Filocolo/Libro quarto/101

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Libro quarto - Capitolo 101

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Libro quarto - Capitolo 101
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- Giovane, per quella fé che tu dei agl’iddii e per l’amore che tu porti a me, aprimisi la tua nobiltà, acciò che io, di quella pigliando essemplo, possa nobile divenire. Io vidi già ne’ miei dì molti nobili uomini, chi per antico sangue, chi per infiniti tesori, chi per be’ costumi, e chi per una maniera e chi per un’altra; ma e’ non mi soviene che io mai così nobile cosa, come tu se’ vedessi. Che operai io mai, o che potrei per te operare, che un tanto e tale dono mi si convenisse? Io porto oppinione che tu trapassi di piacevolezza e di cortesia tutti gli uomini del mondo -. A costui rispose così Filocolo: - Signor mio, non vogliate me rozzo ancora ne’ costumi con queste parole schernire. Io non seguo nobiltà di cuore in queste operazioni, però che non ci è, ché io sono di picciola radice pianta, ma ricordomi d’avere già così veduto fare a mio padre, i cui essempli io seguito: e similmente conosco che io non potrei mai fare tanto che alla vostra nobiltà aggiugnere potessi, o che d’onore a quella più non si convenisse. Ma voi mi porgete ammirazione col dire che mai per me non operaste, perché questo io operare dovessi. Ora crediate che se la mia vita più tempo si lontanasse che quella di Dandona o di Zenofanzio non fece, mai della memoria mia non si partirà l’essere per la vostra benignità vivo, come già oggi udiste ch’io riconosco. E quando questo non fosse stato, sarebbe inlicita cosa a fare, là dove amichevole amore di due cuori fa uno, niuna cosa a fine di servigio ricevuto, o che ricevere per inanzi si deggia, avvegna che questo a me appropiare non posso, però che, come già dissi, da voi la vita tengo, e conoscovi tanto e tale, ch’io non dubito che voi più che altro uomo del mondo per me potete operare. E però non solamente coloro da’ quali l’uomo ha i servigi ricevuti sono da essere onorati, ma quelli ancora che possono per inanzi servire -. Il castellano, ferventissimo a’ piaceri di Filocolo, udendolo dire lui poterlo più ch’altro mai servire, con molti scongiuri lo strigne ch’egli non gli celi il dì, che fido d’essere così da lui servito, come se medesimo servirebbe. Più volte a questa dimanda tacque Filocolo, e ’l castellano più volte, ognora più acceso, desiderava di sapere in che a Filocolo potesse servire. La qual cosa vedendo Filocolo, più volte volle il suo disio palesare, e infino al proferire recò le parole, e poi dubitando le tirava indietro, in altre novelle volgendo le sue parole. Ma il castellano, avendo proposto pur di volere sapere in che servire lo potesse, non restava d’incalciarlo, ogni novella rompendogli, e che ciò gli dicesse pregandolo, non pensando che dovesse riuscire a quello che fece. Filocolo, così incalciato, e più ognora dubitando, per avventura si ricordò d’un verso già da lui letto in Ovidio, ove i paurosi dispregia dicendo: ’La fortuna aiuta gli audaci, e i timidi caccia via’; e vedendo manifestamente che tra lui e la fine del suo disio era questo in mezzo e che parlare gli convenia s’egli servigio volea ricevere, allargò le forze al disiderante cuore, e propose di dare via alle parole, e cominciò così: