Fu il fuoco o l'acqua che sotterrò Pompei ed Ercolano?/Rapporto di Matteo Tondi

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Rapporto di Matteo Tondi all'Accademia delle Scienze di Napoli

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Riassunto delle due lettere al signor consigliere Werner Rapporto di Saverio Macrì

IV.


Rapporto fatto all'accademia di scienze di Napoli,

per di lei ordine, dal socio Sig. M. Tondi, il

quale approva, contro la storia, l'opinione

di C. Lippi. Letto nella sessione

de' 18 agosto 1813.


Nel dì 27 del passato Giugno in esecuzione della commessione, di cui mi ha onorato questa dotta Accademia mi recai in Ercolano, ed in Pompei per la verificazione de’ fatti, che hanno indotto il rispettabile collega, il Sig. Lippi, a rivocare in dubbio alcuni punti della storia, che risguardano la distinzione di quelle città. Oltre al Sig. Lippi ed al segretario perpetuo dell'Accademia il Sig. cavalier Monticelli, si trovarono meco molti distintissimi colleghi, spinti dal piacere di contemplare quei luoghi, che per la loro grandiosità, vecchiezza, ed interesse non possono senza una viva emozione osservarsi.

Ercolano è stato il primo oggetto delle osservazioni, ove ho veduto, che ogni punto dell’anfiteatro, purché non fosse di fabbrica, era di tufo, cioè di parti eterogenee a grossa, ed a piccola grana meccanicamente unite per via umida da un legame consistente. Queste parti ora erano pirosseni, ora pezzetti di lava, ora erano pomici, ed altro che per


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essere riggettate da’ volcani, e da’ medesimi riscaldate, e ’l più delle volte fuse, o vetrificate, e poscia raccolte dalle acque, e depositate dalle medesime danno ad un tal tufo il nome di volcanico.

Il Sig. Sangiovanni ritrovò de’ denti, ed ancora ossa di cavallo, ed io stesso vi trovai pochissima carbone fibroso, ed un pezzo di pino carbonizzato.

Taluno disse oh! questa è lava ed io subito risposi, che lava non era, come dalla definizione di tufo sopr’addotta ognuno può da sé chiaramente rilevare.

Varj meati dell'anfiteatro ostrutti dal tufo sono stati aperti; ma havvene alcuni, che non anche sono tocchi, il che ha fatto asserire al medesimo signore (che aveva creduto lava il tufo volcanico ) essere l’anfiteatro fabbricato e scavato nel tufo1.

L’opinione del Sig. Lippi aveva già guadagnate l'approvazione del rispettabile socio, maestro a noi in altri rami della storia naturale il quale aveva, chiamato lava la sostanza, cui quattro minuti dopo, accordò il nome di tufo. Ora il salto dalla lava al tufo in quattro minuti fu lo stesso, che passare in quattro minuti dalla via secca alla umida.

La tonaca esistente nella crassezza del muro che fodera detto passaggio ostrutto, esclude ogni idea di posteriorità di fabbrica, e dimostra non avere affatto il tufo preceduto.


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Qui prego questa dotta Società di permettermi una brevissima osservazione, ed è la seguente.

Suppongasi, che quattro, o cinque persone, per non esser versate nella conoscenza di tali cose, avessero aderito alla opinione, che quella materia, la quale riempie l'anfiteatro fosse lava ; senza ulteriore ricerca si sarebbe detto Ercolano è stato ripieno, e coperto di lava, ed in questo caso non si avrebbe avuto né scrupolo, né rispetto per gli storici, i quali a volergli credere, non han mai detto , che da lava Ercolano fosse stato distrutto.

Ora dicendo lava tutto era bene, quantunque si fosse offesa la storia, e dicendo poi acqua secondo il Sig. Lippi non deve andar bene, perché si offende la storia.

E se poi avesse prevaluto l'opinione presso poche persone ( di gran peso per altro, e per la varietà delle loro conoscenze, e per la moltiplicità di parecchie scienze, che profondamente conoscono ) che Ercolano fosse stato scavato, e costrutto nel tufo, deducendo ciò dai passaggi attualmente ostrutti, si sarebbe propagata questa opinione, e ’l più ignorante de’ Ciceroni avrebbe addottrinato tutti i curiosi, i quali viaggiando senza de’ studj preparatorj, e più per evitare l'ozio, che per altro, son pronti a credere tutto ciò che loro vien detto. Una opinione poi se fosse scritta, o sostenuta in certi tempi, ed in certe circostanze farebbe riputare stolto quello, che osasse mille anni dopo metterla in dubbio.

Allorché dissi aver io trovato un poco di carbone fibroso, ed un pezzo di legno carbonizzato, di cui una parte ho l’onore di presentare a questa


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illustre adunanza ha potuto cadere in mente a taluno, che fosse questo effetto del fuoco ; niente affatto. Questa è una operazione per via umida, il legno nel decomporre l'acqua si è bruciato, e può aver ritenuto un poco di olio empireumatico, che in molte varietà, dagli orittognosti conosciute si trova a torto da taluni chiamato bitume. I Tedeschi chiamano il primo Faser Kohle, ed il secondo Braun Kohle, carbone fibroso, e carbone bruno.

Queste varietà di materie carbonose, che io chiamo carbone fitogeno, o fitantrace, perché proveniente da vegetali sono la varietà fibrosa, e la varietà lignoide, o siloide, la quale è anche friabile giacché premuta alquanto fra le dita diviene terrosa, perdendo ogni tessitura di vegetabile.

1. Ora il primo fitantrace si trova nelle montagne stratose calcarifere, ricoperto dalla calce carbonata compatta, a Longiewnich nella Slesia superiore.

2. Ne’ strati di montagne carbonifere, sul Geantrace summetalloide nelle vicinanze di Lille, dipartimento del Nord in Francia.

Sul fitantrace compatto surresinoide, a Brosely nello Shropshire in Inghilterra.

a. Laminare
b. Scistoso
c. Grossolano

a Stillitz, non lungi da Borshowitz in Boemia e

3. si trova in oltre disseminato nella

a. pietra sabbionosa a Mseno in Boemia.
b. nell’argilla schistosa, col rame idrocarbonato,

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e ’l ferro solforato a Frankenberg nell’Assia,
e nella calce carbonata argillifera (Marna) a Neuburg nella Svizzera.

Il secondo litantrace non è se non il legno sepolto ne’ terreni di recenti formazioni del nostro globo; questo combustibile incontrasi

1. Ne’ strati delle montagne indipendenti unito

al Geantrace
al Fitantrace compatto
al Fitantrace resinoide
al Fitantrace terroso bruno, ed altro come si vede nel Monte Meisner nell’Assia.

2. Nelle montagne d’alluvione ne’ banchi de’ terreni argillosi a Kaltennordheim, vicino Eisenach nella Turingia,
ne’ banchi de’ terreni limosi, come

a Brunnersdorf, ed
a Milshau nella Boemia

Inoltre conosciamo un altro Fitantrace susscistoso, il quale è la varietà lignoide istessa in cui l'alterazione è più avanzata.

1. Questo incontrasi in istrati nelle montagne indipendenti, come nel Meisner nell'Assia.

2. In banchi ne’ terreni argillosi di alluvione, come ad Holzheim, ed a KerfFeld nell'Assia, a Boviefild vicino Exeter nel Dewonshire in Inghilterra.

Il Fitantrace terroso, nel quale fa passaggio la varietà trovata ad Ercolano, s’incontra

1. Ne’ strati delle montagne indipendenti, come nel Meisner nell'Assia.

2. in banchi ne’ terreni d’ alluvione sabbionosi


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col Fitantrace lignoide, e col Fitantrace suscistoso come a Schwemsale nella Sassonia,
ad Artern, ed
ad Eisleben,

nel Mansfeld,

ove contiene ed il solfo, e l'allumina mellata, disseminati

ad Alsdorf ed
a Helbra, nelIa Turingia

A Brüll nel Paese di Cologna [...].
Questi luoghi che sono da me conosciuti, sono di formazione acquosa, e provano la carbonizzazione per la via umida del pezzo di legno, che ho l'onore di esporre a questa dotta adunanza, una volta sepolto in uno de' corridoj dell'anfiteatro d'Ercolano; ciocchè si oppone all'idea della devastazione di detta città per via secca.

Una tal carbonizzazione non si fa attualmente su de' corpi organizzati, già sepolti in luoghi aridi, ma era già fatta nel momento della loro deposizione dal liquido, e cominciò ad aver luogo dal tempo nel quale furono in contatto coll'acqua, ove sono stati in macerazione per carbonizzarsi.

Questo carbone non può provenire se non dall'Abeto, dal Larice, o dal Pino; ad un albero conifero, al certo appartiene.

L'impressione di un viso nella parte superiore di un corridojo ad una mediocre altezza, è un'impressione fatta per via umida.

Giacché una volta ostruiti gli aditi da materie asciutte, non avrebber permesso all'acqua di strascinarvi tant'altra materia da riempire all'altezza nata tutti gli andirivieni dell'anfiteatro. L'acqua ha


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dovuto entrarvi colle sostanze nel tempo stesso, ed in abbondanza soggiornandovi in modo di formare il tufo, dargli la consistenza nota, e restarvi inceppata facendo uno de' principj del tufo stesso.

Mi si può dire, che l'acqua abbia trapelato, col legame, che forma la coesione del tufo. No, che l'acqua non strascina sostanze meccanicamente in essa sospese passando per traverso a terre, che gli fanno ufficio di feltro. Su questa proprietà che ha l'acqua di abbandonar facilmente le sostanze, che non gli sono chimicamente combinate, sono fondate tutte le fontane feltranti de' moderni, e la gran vasca di Buda che caccia limpida l'acqua torbida del Danubio, dopo esser passata sii d'un tenue strato di sabbia grossolana, ce ne somministrerebbe ampia pruova se ne avessimo bisogno.

Lo strato delle pomici che cuopre Pompei non è affatto ligato, o consistente malgrado tutte le acque che hanno bagnato la poca terra che lo ricuopre, da che fu sepolto Pompei sino ad oggi.

I strati di pomici, o lapilli fra banchi di tufo non hanno coesione, quantunque depositate in piena acqua, come suol dirsi.

In un sol caso l'acqua può servire di legame, quando ritrova parti argillose dotate della solita plasticità, per le quali passa ; lo che non è sperabile dalle materie cotte, in tutta la superficie del Vesuvio non avendo più plasticità quelle materie argillose. L'acqua dunque non lega le materie, quando sopraggtugne priva di glutine, e passa limpida.

In Ercolano il tufo si è depositato dall'acqua e dalla molt'acqua, che vi è soggiornata, come


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quello ohe formasi anche attualmente nel mare sulle falde di Stromboli, ed all'intorno dopo ciascuna eruzione.

Qualche statua forse di bronzo, o di pietra per i tremuoti pare che sia cadata nel tufo poco consistente e sia restata a quell'altezza, ove si vede l'impressione, senza aver potuto giugnere al suolo.

Dalla ispezione del tufo,
Dalla impossibilità in cui è l'acqua di portarvi glutine,
Dalla impressione ben disegnata del volto nel tufo,
Dalla impossibilità di riempiere tutte le cavità dell'anfiteatro colle materie secche,
Dalla carbonizzazione del legno per via umida,
Dalle materie animali, che non potevano esservi se non strascinate dalla piena acqua...
Ho conchiuso, che in una eruzione, accompagnata da tremuoto, e da acqua sia del Volcano, sia dell'atmosfera, sia venuta altronde, la città di'Ercolano fu distrutta, e coperta.

Nella mattina medesima partito da Ercolano visitai la distrutta Pompei. I Colleghi ai quali piacque di venire furono i medesimi.

Via facendo viddi delle case abbandonate sulla destra, le quali mostravan delle aperture, ove la lava dell'ultima eruzione del Vesuvio era entrata. Quella era lava. Il primo luogo da noi osservato fu l'Anfiteatro.

Un officiosissimo Cicerone, da me tutt'altro creduto, cominciò a riempirmi le orecchie


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dall'incendio di un'altra Troja. Cominciò a decantarmi le pomici che abbondantemente vi si trovano, e considerarle come la causa dell'incendio ivi accaduto, soggiunse, che il segno evidente del fuoco erano i vasi di vetro compressi, e schiacciati, che ivi si erano trovati.

A dir vero nel sentire un racconto tanto preciso, e detto con tanta verità credei per poco, ch'egli, fosse stato se non testimonio della rovina di cui mi parlava, almeno un dotto geognosto che aveva consumato i suoi giorni cogli storici alla mano osservando la natura.

Dopo averlo inteso troppo lungo tempo gli dimandai qualche particolarità di ciò che mi raccontava, alla qual dimanda rispose, che non aveva egli veduto; ma aveva inteso dire...

Mi avvidi allora, che questi era uno di quei propagatori di scienze, che addottrinano i curiosi di cui non mancano in tutta l'Europa.

Nel palazzo detto Alambra in Granata nella Spagna, nel Devilsarse a Castletown nel Derbyshìre in Inghilterra; nella Badia di Westminster a Londra; nelle Grotte di Pozzuoli, Ercolano, Pompei ec. da per tutto sono gli stessi.

Esaminate le pomici, e sapendo che non son conduttrici di calorico, è facile ad ognuno il vedere che queste non potevano cagionare incendio, giacche solo nel cadere direttamente sulla bocca stessa del Volcano, giugono fredde, e si poco calde, che si possono prendere impunemente con mani.

Qnesta osservazione l'ho fatta nella mia giovinezza, essendo disceso nel cratere, ove per ben due volte


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vi fu esplosione di pietre, preceduta ciascuna da un fracasso simile allo sparo di un grosso pezzo di artiglieria. Non è così però de' pezzi dilava, che ammolliti si rotondano nello scendere a forma di sfera, di cuori.... che conservano il calore da non poterle prendere con mano se non dopo dieci, o quindici minuti secondo il loro diametro di 4 o 6 pollici, sicchè l'opinione dell'incendio così distante portato dalle pomici è una favola.

Ma i vasi di vetro schiacciati? Sono i primi vasi, sono le prime statue che si seppellisconoa bella posta per ingannare i creduli, e venderli a caro prezzo? Chi non sa la Teca calamaria ?

Un incendio particolare per altra cagione avrà potuto aver luogo; ma non dalle pomici, e moltomeno dalle ceneri, che quanto più diminuiscono in massa, tanto più celeramente raffreddansi.

Tatto l'Anfiteatro con i suoi marmi intatti, le lettere di bronzo nel suolo così ben conservate quantunque non crasse, non mi han dato alcuna idea di fuoco.

Le pomici da mezzo pollice sino ad uno quasi di diametro sono in tant'abbondanza, che in alcuni luoghi la crassezza dello strato, è di due, o più, piedi, in altri più, ed in altri meno.

Fraa queste pomici si reggon frammisichiati de pezzi di lava di 3 pollici cubici ed anche meno, e de' pezzi di calce carbonata magnesifera. Vi si veggono de' rottami di mattoni, che possono ben provvenire da muraglie rovinate.

Le pomici sono sciolte, e son coperte da un picciolo strato più o meno crasso di terra.


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Lo strato delle pomici inclinato sopra del muro della città è di due piedi circa di crassezza ; ricomparisce oltre al muro ove và impicciolendosi talmente che termina a guisa di conio, la di cui inclinazione essendo perfettamente la stessa che non permette di dubitare esser il medesimo. Il muro intero alto abbastanza è tutto netto, e si cammina ora per qualche tratto intorno la città. Tutto quello che ora è netto e scavato, era ripieno di pomici, come ripiene sono tutte le case, i di cui tetti sono sprofondati, non tanto pel peso delle pomici, e della terra, quanto pel tremuoto.

Camminando giù si trovano de' sepolcri, e più in là una cantina, la quale come un lungo corridoio con la volta ha una porta per entrata, e dal dì sopra da' forami che sono superiori ed in fila ove comincia la volta, riceve il lume.

Lungo un muro vi erano da 22 vasi, o 23 in piedi, di collo stretto, ripieni di terra. Da qualche vaso rotto ho rilevato che la detta terra nericcia ha quasi la consistenza del tufo di Ercolano.

Questa cantina ora vota era piena sino quasi al principio della volta della stessa sostanza, che riempie i vasi.

Nella superficie di questo ripieno si son trovati 17 cadaveri, de' quali una donna vi lasciò l'impronto di una mammella, ove si ravvisa la piega del finissimo pannolino, che la ricopriva.

1. Dal considerare, che i corpi gravi meschiati a pomici di gran volume, e di pochissimo peso non si potrebbero trovare uniti, se fossero stati lanciati semplicemente dalla forza del Volcano, perchè


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ricevendo quest'ultime quella resistenza dell'aria, che non ricevono i primi, queste avrebbero dovuto cadere, e cessare di muoversi, e quei avrebbero percorso più spazio a cagione dell'ampiezza maggiore della rispettiva parabola ; e così si sarebbero separati dai meno gravi, dovendosi trovare più in là dalla forza che gli ha lanciati,

2. Dal vedere lo strato di lapillo assai crasso, e di là dal fosso (ora voto) diminuire assottigliandosi,

3. Dal vedere la cantina co' vasi pieni di terra, e dal

4. Sapere che detta terra era quasi fino alla volta della cantina co' 17 cadaveri trovati alla superficie coll'impressione di una mammella, ho conchiuso, che da tremuoti essendo stata rovinata la città di Pompei, il Volcano avendo appena riggettate pomici, ceneri, pozzolana ed altro, l'acqua proveniente o dal Volcano, o dall'atmosfera nel tempo stesso, o poco dopo ha lavato il monte intero, ed ha strascinato tutto ciò che si trovava nella superficie, la quale discendendo, ha depositate ne' fossi, nelle case sprofondate, ne' sotterranei ecc. le sostanze, che strascinava, e 'l superfluo, o residuo di tali sostanze le ha depositate via facendo, fino a che per non aver più pomici, e pietre a strascinare, non aveva altro che parti più tenui le quali alla fine sono state depositate nella cantina, è ne' luoghi più lontani, senz'aver conto di ciò che ha trasportato nel mare.

Val quanto dire, che posto, che il Vesuvio ha eruttato parti finissime, scorie attenuate, ceneri,


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pomici, ed altro, le quali poi raccolte dalla superficie del monte sono state strascinate nelle parti inferiori fino ad esser ricoperte così da un alluvione, ch'è quello appunto, che si pretende ancora dal Sig. Lippi.

A tal proposito mi giova qui rapportare che nell'eruzione del 1631 nella quale tante parti fine, e polverose quasi, furon riggettate dal Vesuvio che fecero uno strato della crassezza di più palmi in certi luoghi secondo il capriccio del vento, che oggi avendo una consistenza sono definitivamente assoldate, e ferme. Ora se questa eruzione fosse stata accompagnata, o seguita da acque, la città di Resina non avrebbe mancato di soggiacere alla stessa sciagura, alla quale una volta soggiacque Ercolano.

Da quanto ho avuto l'onore di esporre si rileva, che cosi Ercolano, come Pompei che han dato tanta materia agli Storici, ed agli Antiquarj, furono seppellite, e sotterrate dalle acque, che vi strascinarono sopra materie prima dal Vesuvio sopra le sue falde eruttate, quantunque ciò può esser avvenuto in tempi diversi per la diversità delle materie suddette, e per conseguenza le fatiche del Sig. Lippi fatte su questo proposito, possono far parte degli atti di quest'Accademia.

Note

  1. Il sig. Saverio Macrì. Nota del Sig. Tondi.