Giacinta/Parte seconda/III

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III

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III.

Il portinaio della Banca agricola sudava per impedire che i ragazzi affollati davanti il portone non penetrassero dentro e non invadessero anche le scale.

— Date degli scapaccioni — gli diceva il Ratti, che a stento si era fatto largo tra la folla dei curiosi.

Il Merli non saliva per finir di fumare quel virginia; e, preso il Ratti pel braccio, gli parlava sotto voce, ridendo: [p. 111 modifica]

— Che scena, mio caro! Hai avuto torto a non venire.

— A braccetto del Mochi?

— Una consegna in piena regola, al municipio e in chiesa!

— Se fosse vero... Oh quel Mochi!

— Va’! Non c’è fumo senza fuoco.

— Ecco il Prefetto.

Merli e Ratti fecero una scappellata, tirandosi da parte per far la rassegna delle signore che scendevano dalle carrozze.

— Oh Dio! Come farà per uscire dal legno?

Il Regio Procuratore aveva stese le mani a quella grassona di sua moglie che non trovava il verso di lasciarsi andar giù. I ragazzi ridevano. Solo il portinaio rimaneva grave e contegnoso. Ratti lo ammirava; e intanto stringeva il braccio al Merli, per accennargli le maniche della giubba del Ricevitore:

— Ci voleva un’allargatina!

— E quella cravatta messa di traverso!

Merli gli rispondeva con un pizzicotto, per farlo tacere, mentre le signore Rossi zia e nipote, agghindate con pretensione, impettite, salivano le scale impigliandosi ad ogni passo, impacciatissime dalle immense code degli abiti nuovi.

— Scollacciate!... Gli scheletri non hanno pudore! — sentenziava Ratti.

E ad ogni arrivo di gente a piedi, diceva sottovoce la sua:

— Quelli lì, due negozianti di tessuti, avevano intrigato una settimana per ottenere un invito... La moglie del segretario comunale era l’amante d’un assessore... Aveva visto? Quel marito portava in tasca un paio di scarpine per far cambiare alla moglie gli stivaletti inzaccherati... Glieli avrebbe cavati [p. 112 modifica] lui, a costo di insudiciarsi!... Glieli cavereste perfino voi, Gerace, così chic come siete... Siete bello, sapete!

Andrea non rispose nulla, occupato ad abbottonarsi un guanto.

— Peccato che questa mattina in chiesa e al municipio, mancavate anche voi! — gli disse il Merli. — Avreste veduto una consegna in piena regola...

— Quel Mochi è impagabile! — aggiunse Ratti.

Andrea fingeva di non capire, e si arrabbattava contro il guanto che non voleva lasciarsi abbottonare.

— Non faranno viaggio di nozze, si dice.

— Per economia? — domandò Andrea.

— No, è lei che ha voluto così.

— Chi lo ha detto?

— Il Marulli. Se ne lagnava col Villa: quella benedetta figliuola aveva certi capricci!...

Si avviarono tutti e tre. Andrea davanti, lentamente, quasi contasse i gradini; Merli e Ratti fermandosi a ragionare e a ridere, senza badare a Gerace.

Questi era arrabbiato di sentirsi meno forte delle altre volte:

— Perchè gli tremavano i ginocchi? Perchè provava una stretta al cuore?...

E respirò, un po’ sollevato, nella gran confusione che c’era per tutte quelle stanze piene zeppe d’invitati.

I servitori, che portavano attorno i vassoi coi rinfreschi, venivan presi d’assalto.

— Ratti, Ratti! — chiamò la signora Maiocchi, tirandolo per la falda della giubba.

Gli accennava, cogli occhi supplicanti, di prenderle un gelato da quel vassoio che non riusciva a farsi strada, dietro di lui: e al vedere le spinte del Ratti [p. 113 modifica] che col braccio disteso non giungeva ad afferrar nulla, ella rideva, portando il fazzoletto alla bocca.

— Guardi! — le sussurrò la signora Clerici, toccandole leggermente la spalla col ventaglio.

Giacinta traversava il salone a braccio del Prefetto.

— Che aria! — rispose la signora Maiocchi.

— Fumi aristocratici! Non si diventa contessa di punto in bianco!

— Che ha mai, con quegli sguardi? Che pretende? — domandava più in là la signora Rossi alla Villa.

Infatti Giacinta s’inoltrava altiera, con certi sguardi che pareva volessero sfidare le persone; e scoteva nervosamente la testa mentre il Prefetto le parlava, facendo tremolare ad ogni scossa il piccolo ramo di fiori d’arancio fermato sulle trecce.

Andrea Gerace, che capiva d’esser ricercato in ogni angolo, in mezzo alla folla, dagli sguardi di Giacinta, non potè più stare alle mosse:

— Intendeva, forse, d’avvilirlo?

E, a provarle che non si teneva per vittima — oh, no davvero! — andò a presentarsele, facendole un inchino profondo:

— Se non ha impegni pel walzer...

— Cedo io — disse il conte già sul punto di offrire il braccio alla sposa e condurla a ballare.

— È fatto a posta! — borbottò Mochi all’orecchio del Ricevitore, che per non ridere, finse di guardare laggiù, verso l’orchestra.

Andrea sentiva tremare la mano di Giacinta che, appoggiata al braccio di lui, lasciavasi trascinare, come se quel walzer dovess’essere un vortice da travolgerla nell’abisso dov’ella non aveva più il coraggio di buttarsi da sè. E guardavansi di sfuggita negli occhi, serii, taciti, con le mani che si toccavano [p. 114 modifica] appena, nervosamente agitati nei primi giri del ballo. Poi, quando questi si fecero più incalzanti, più rapidi:

— Sei ammutolito? — gli disse tutt’a un tratto Giacinta.

Andrea per poco non perdette l’equilibrio. Furon costretti a fermarsi, ansimanti, scansando il turbinìo delle altre coppie, fra la romorosa stretta dell’orchestra col trombone che urlava.

— Voglio parlarti! — ella aggiunse sotto voce.

— Perchè?

— Voglio parlarti.

— Ma dove?... Quando?

Egli balbettava; non sapeva contenersi. Ripresala per la vita, slanciossi di nuovo con lei nei furiosi giri del walzer, ripetendo:

— Dove? Quando?

Alla risposta di Giacinta, gli zufolarono gli orecchi, una nebbia gli velò gli occhi. Le loro mani convulsamente allacciate rispondevano ai violenti bàttiti dei loro cuori che picchiavano, l’uno contro il petto dell’altra, nell’intimità dell’abbraccio. Così eran rimasti soli, nel centro del salone, a far quel mulinello sotto gli occhi di tutti, con lo strascico dell’abito bianco di lei spiegato attorno a ventaglio.

— Vai subito?

— Sì.

E si fermarono davanti al conte Giulio che stava lì, in prima fila, ad ammirarli a bocca aperta.