Giacomo Leopardi/Appendice/III. Dai manoscritti di Avellino

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III. Dai manoscritti di Avellino

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III

DAI MANOSCRITTI DI AVELLINO

Silvia.

Se il poeta ha saputo tracciare l’immagine serena d’un pastore semplice ed ingenuo dirimpetto al formidabile silenzio della natura, qui con pari felicità pone di rincontro all’arcana natura le gioie e le illusioni della prima giovinezza. Il poeta ricorda la giovinetta Silvia e sé stesso, còlta una dalla morte e l’altro dal disinganno, appena nel limitare della giovinezza. Rifà quelle illusioni, rappresenta quelle gioie, come aveva rappresentato i dolci sentimenti della Quiete dopo la tempesta e del Sabato del villaggio. Silvia è la prima donna che sia uscita dalla sua immaginazione, una perfetta creatura di donna, scomparsa appena nata, un femminile sparente, che svanisce subito nel vuoto e nel nulla, in una tomba ignuda, dice il poeta. Così una vita breve e gioiosa è posta dirimpetto al mistero della natura. Ciò che c’è di filosofico e di astratto nel pensiero, è annegato nella pienezza delle immagini e dei sentimenti d’una vita naturale e terrestre.

A Recanati

Il Canto del pastore e la Silvia sono le cose più belle del Leopardi spuntare sotto il cielo toscano. A quel tempo la sua [p. 303 modifica]salute andava migliorando, sì che poté senza grave incomodo tornare a Recanati. Tornava con gli stessi princìpi sul mistero e sul dolore universale; e con la stessa puntura della sua infelicità particolare. Ma tornava con lo spirito poetico rinnovellato, con una forza di immaginazione riproduttiva, e gioiosa nella riproduzione, atta a rintuzzare la punta del dolore, e a riempiere la sua infelicità di luce e di amore. Rivedendo il palazzo dei suoi antenati, e le stanze dello studio e della malattia, e quella finestra già così animata, e quel cielo, e quei lontani orizzonti, gli batté il cuore, e una folla di immagini lo assediarono, e in quel tumulto scrisse le Ricordanze. Qui ci è una copia e una ricchezza di forme per entro a cui s’insinuano gli accenti più appassionati. Mai forse il poeta si era espresso con tanta espansione e con colori così pieni di luce, sicché la poesia rassomiglia più ad un inno che ad una elegia. La stessa Nerina sembra che danzi e si rida in questa evocazione del passato, avvolta e trasfigurata in mezzo ad immagini luminose e gioiose.

Leopardi tornava a Recanati con l’animo di chi va a chiudersi in una prigionia perpetua. E fa sentire i suoi lamenti a tutti gli amici suoi, soprattutto alle pietose ed affettuose figlie di Tommasini in Parma. Lo stato dei suoi occhi era tale che di lavori pazienti e da schiena non era più a pensare, e lo Stella non gli poteva più essere utile. Gli trovarono una cattedra di storia naturale in Parma; ma il clima lo spaventò, e anche certe condizioni gli piacquero poco. Meglio riuscì il generale Colletta a Firenze, che fece pratiche con gli altri amici del povero poeta, e ottenne che il Piatti facesse una nuova edizione dei suoi Canti. Gli associati non sarebbero mancati, e così poteva il poeta avere di che sostenersi in Firenze parecchio tempo; al poi si sarebbe pensato. A Leopardi non sembrò vero di potere uscir di gabbia, accettò tutto, e prese il volo verso Bologna e Firenze.