Giacomo Leopardi/Appendice/II. Lezione su «La vita solitaria»

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II. Lezione su «La vita solitaria»

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II

LEZIONE SU «LA VITA SOLITARIA»

Se, giunti a questo punto, vogliamo volgere lo sguardo un po’ indietro, noteremo innanzi a tutto che, in certi lavori giovanili di Leopardi, abbiamo trovato un leggero indizio di malinconia, e la tendenza alla solitudine, alla vita campestre: lampi di quello, che Leopardi poteva essere un giorno. Giunti alle canzoni, abbiamo visto, anche ne’ momenti di entusiasmo, quella sua tendenza, e finire con un raccoglimento malinconico ciò che era cominciato a suon di tromba e con tanto rumore.

Una volta stavo a Viareggio, durante la guerra tra Francia e Germania. Era l’assedio di Parigi: ebbi innanzi il proclama, che a’ giovani francesi, ardenti del desiderio della rivincita e che mostrarono non temere la morte, rivolse il Trochu. E lessi: «Quanti sono morti e quanti morranno! Non sappiamo che cosa il cielo riserbi alla patria». Io pensai: — Questo generale, che, invece di comunicare ardire a’ giovani, si fa prendere dalla malinconia, se è un uomo dotto, è però un uomo nervoso, malinconico, inetto a trasfondere agli altri il vigore, che non ha in sé — . Lo stesso è di Leopardi; dopo l’entusiasmo, finisce ad un tratto nella malinconia.

Negl’Idillii comincia a mostrarsi l’embrione di un contenuto nuovo. Nel Sogno questo contenuto si presenta pieno ed intero. Pure, il Sogno non è che una storia tutta individuale, mi si può dire, un momento della vita di Leopardi, quando gli si presenta l’amata estinta nel fior degli anni; e non possiamo [p. 291 modifica]considerare come contenuto universale quello che è storia particolare; né come infelicità universale quella che è infelicitá di due persone.

                Nascemmo al pianto.
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De’ nostri affanni.

Eppure, questo è il vero universale, e questa è la vera poesia.

L’universale è la piaga che ha roso la nostra letteratura fin dal suo nascere; è il peccato di origine. In altri popoli troviamo a’ princìpi poemi epici e ballate e romanze, storie particolari, manifestazioni della vita nel suo particolare: presso noi, fin dal principio, dissertazioni e ragionamenti, anche nei migliori, esempio Cino da Pistoia e il Cavalcanti con la sua canzone, che è metafisica in versi, e Beatrice, che spesso è teologhessa, e Laura, che ti muta in sentenze l’affetto. E se questo è de’ momenti più felici della letteratura, figuratevi poi, specialmente a’ tempi del Monti, dove la lirica è ragionamento astratto, e dove solo talvolta incontri la «romanza». Perché l’universale diventi poesia, non basta dargli colore e vesti individuali. La scimmia con aiuti da uomo non cessa di essere scimmia: perciò, quando i poeti italiani prendono l’universale, e credono averlo reso particolare ornandolo con colori ed immagini tolte alla natura o alla storia, non fanno che ornare la scimmia, non cancellano la sostanza astratta che è dentro. E se fate un passo di più, e rappresentate l’universale sotto forma d’individuo, neppure allora esso è poetico. L’individuo non è per sé, ma per l’universale, serve a uno scopo fuori di sé, è un simbolo, una immagine, un mito. Allora solo l’universale è poesia, quando traluce appena, ma nella storia di un individuo libero, che sia rappresentato per sé e nella pienezza delle sue facoltà. L’individuo, il quale debba semplicemente avere quelle condizioni, che possono avere attinenza con l’universale, è individuo cervello, idea, non individuo vivente, ché la vita è affetto, natura, storia; e avrete la vita solo rappresentando un individuo in tutta la pienezza delle sue facoltà. [p. 292 modifica]Quello che molti imputano a difetto, è la gloria di Leopardi, la compiuta trasformazione dell’universale. Se in Leopardi ci è un nuovo sguardo gittato sul mondo, la vita rinnovata perché guardata da un altro punto di vista, è che tutto questo è riflesso della sua persona, emerge dal suo intimo. Ciò fa della concezione non un pensiero filosofico, ma una vera base poetica, e rende interessante ciò che sarebbe pensiero comune e di dubbio valore come filosofia.

Ecco perché nel Sogno troviamo la storia personale di Leopardi; ed appunto perciò che vi si riflettono i suoi dolori e le sue illusioni, riesce interessante. Eppure c’è qualcosa che dice che quella non è storia particolare, e che quella giovane non è più la figlia del cocchiere di Recanati, ma la voce del vero, la voce di Leopardi quando concepiva a quel modo quel mondo. Quando la giovane dice:

Vano è saper quel che natura asconde
Agl’inesperti della vita...,

è una morta, che parla; ma quella è la voce del vero. E quando dice:


                Nel fior degli anni estinta,
Quand’è il viver piú dolce, e pria che il core
Certo si renda com’è tutta indarno
L’umana speme,

in quelle parole traluce il pensiero di Leopardi senza che cessino di essere le parole della donna amata da lui, e che si abbandona talvolta all’oblio; non l’oblio di Leopardi, perché, quando si lascia toccare la mano, ella è soave ma triste, comprendendo nel povero amante gl’impeti della carne. E quando dice:


                Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi;

e poi:

                Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.

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sono i sentimenti della fanciulla morta, ma rappresentano il vero.

Ancora, nel Sogno troviamo i motivi di tante poesie, che verranno dopo. Che cosa sono i motivi di una poesia? Quando il poeta compone, non tutto quello che gli viene innanzi, diventa poetico; alcune parti rimangono abbozzate e muoiono lì; ma, quando quei concetti sono meditati e covati da un’anima poetica, quello che è motivo diventa tutta una musica. Quando la donna dice:

nel fior degli anni estinta,

questo è un bel motivo, ben detto; ma il poeta svilupperà quel sentimento, e penserà alle illusioni ed alla felicità della giovinezza, e poi al lampo del vero, che succede a quella, e vi darà la Silvia, la giovane piena di speranze:


Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato;

e poi, all’ultimo:

                e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

E quando dice:

                E dilettossi il cielo
De’ nostri affanni,

questo pensiero è espresso con calma, come una legge; ma quando gli sanguinerà il cuore, vedrete sorgere di lì quel

                                                                      brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,

quelle parole «a sé stesso» che vi spaventano, ed in cui è sviluppata questa frase, e i viventi vi appariscono zimbello del brutto potere ascoso. [p. 294 modifica]Appresso avete tutte le illusioni, alle quali, in un momento di oblio, si abbandona l’amante. L’amante non osa domandare amore, perché sente di non poter essere amato, e chiede pietà, e, ottenutala, è preso da un brivido di voluttà:

                Or mentre
Di baci la ricopro, e d’affannosa
Dolcezza palpitando all’anelante
Seno la stringo...

Quello che è pietà nella donna, in lui diventa il tremito della voluttá, e si abbandona a quella voluttà. Non vedete qui i primi tratti di una poesia tanto drammatica, il Consalvo? Che cosa è il Consalvo se non la pietà di Elvira per l’amante, e la voluttà di lui sotto quel bacio?

E quando quell’oblio è interrotto dalla voce del vero, che dice:

Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno,

quando apparisce il terribile mistero della morte, la separazione dell’amico dall’amico, del padre dal figlio, e tutto questo è come una voce d’«outre-tombe», che vi agghiaccia; tutto ciò, quando il poeta sentirà la punta di quella separazione, lo vedrete nell’Amore e morte, dove è sviluppato ciò che qui è solo motivo.

Al Sogno succede la Vita solitaria. È questo un tema comune, in tutti gl’idillii e presso tutte le nazioni. L’uomo per vivere ha bisogno di corrispondenza, e quando è solo si sente vedovo, e la solitudine fomenta in lui il desiderio di quella corrispondenza, e quando non la dà l’uomo né la donna, egli la cerca nella natura. Capite perché il sentimento della natura è più gagliardo negli uomini, che piú si sentono soli e che son più malinconici. E la poesia della natura è l’incanto di quell’uomo, che lascia la città e riman solo con sé e con la natura. Questo sentimento riempie il vuoto della sua esistenza. Tutte le poesie sulla solitudine hanno un fondo comune, la malinconia di una [p. 295 modifica]persona, che si sente sola. Quindi la poesia è tanto più bella quanto più bello è il paesaggio: per esempio una vallata svizzera, o uno di que’ siti pittoreschi dipinti da Walter Scott. Il paesaggio è indivisibile compagno delle poesie su la solitudine.

Anche Leopardi, in un momento della sua vita, sente l’incanto della solitudine, e volge le spalle a Recanati, dove odia ed è odiato, e dove maledice la luna, che rivela le facce umane, e desidera star solo ne’ campi e separato dagli uomini: gli si sveglia allora il godimento delle bellezze della natura. E in questa poesia troviamo molti paesaggi, molte bellezze, che gli offre la natura, e gli procurano felicità. In campagna sente la prima volta la bellezza dell’alba, svegliato da qualcuno, che picchia dolcemente, come amico, ed è la pioggia mattutina. Ed egli riempie il quadro di un bel paesaggio: la gallina che esulta, e il sole che sorge e batte co’ suoi raggi sulla pioggia, e i nuvoletti e l’aria serena, e i campagnuoli che si affacciano a salutare gli uccelli. Tutto questo non è descrizione, ma un complesso di belle circostanze, che mettono innanzi vivamente le bellezze della natura.

La mattutina pioggia...

E poi ecco un altro bel paesaggio. Chi di voi, in campagna, non ha visto un bel lago tranquillo entro cui si specchia il sole? E tu, sul rialto, al margine del lago, attorniato di piante, te ne stai tacito, e diventi tranquillo come quel lago. E l’anima si sveglia, esce dall’immobilità della solitudine, e ricorda i momenti felici della prima giovinezza, quando la vita pareva danza e gioia; e senti le prime impressioni dell’amore, e nel tuo cuore cominciano i palpiti. Esci la mattina quando il sole comincia a indorare i tetti, incontri una bella giovinetta; o, al tornare la sera dalla campagna, ti giunge all’orecchio un canto da una stanzetta (ricordo della tessitrice). Tutto questo risveglia il core e ridà vita al povero malato nella sua immobilità. E quella luna, la quale Leopardi malediceva a Recanati, amata da’ ladri e dal drudo, quella luna, che svia il cacciatore, qui egli torna a benedirla, perché, alla vista di un bel raggio di luna, si sente [p. 296 modifica]venire un sospiro e la facoltà del piangere. Nella sua immobilità deplorava non poter più piangere e sospirare. Ecco la tela di ciò che chiamo il luogo comune di questa poesia, il paesaggio. E certo non tutti i paesaggi son qui di eguale bellezza, né sempre la forma è adeguata al paesaggio. Ma l’originalità è che quella che il poeta rappresenta come felicità della vita campestre, per lui è un istante di felicità, avvelenata dal pensiero che è un istante, che quello è un sollievo momentaneo, e dopo, tutto tornerà come prima. E il solo pensiero lo fa già ricadere nello stato di prima. Per avere un concetto di quel tarlo, che rode la felicità della vita campestre e la riempie di tristezza, ricordate la malattia alla quale si riferisce la Vita solitaria. Scrivendo a Giordani il 19 novembre 1819 dice:

Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prendere la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere né muovermi, altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte; non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è!a prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo, e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione.

Questo vi commove, ma non è ancora poesia. Leopardi, scrivendo, pensa alla vita campestre, ricupera la facoltà di amare la natura, si scioglie dal plumbeo, e acquista la forza di trasformare in poesia quelle parole. Chi di voi, stando in campagna, non ha sentito l’impressione del mezzogiorno, sotto un sole ardente, quando la natura è come morta, non s’ode più stridere cicala, né sussurrare il vento, né moversi foglia od erba? E voi stessi vi sentite colpiti di quella immobilità, vi sentite parte di [p. 297 modifica]quella morte universale. Ecco l’immobilità di Leopardi, assorbita nella immobilità universale, e in un di que’ silenzii, in quella profondissima quiete, che un giorno gli rivelarono l’infinito, lo stato della natura quando non ci era ancora la vita. Tutto questo è detto con una felicità di forma, con una finitezza e semplicità di espressione, come nell’Infinito e nella poesia Alla luna:

    Talor m’assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d’un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il sol dipinge.
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, né batter penna augello in ramo,
Né farfalla ronzar, né voce o moto
Da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e giá mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, né spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co’ silenzi del loco si confonda.

Ecco la lettera diventata poesia.

E quando il poeta, travagliato da una malattia simile, «ferreo sopore», non è più carne, ma masso, «umor plumbeo», quando il poeta ha innanzi quella malattia, quella condizione di animo che lo condanna all’immobilità, e gli sorge l’idea che quella è la sua situazione normale, questa idea gli avvelena tutto il godimento della natura. E se vede la gallinella batter le ali e il sole indorare la pioggia, ad un tratto pensa che la natura gli faceva una volta goder sempre quella felicità, che ora è un istante, e che dovrà tornare a Recanati, e non gli resta che suicidarsi Se il suo core si commove e palpita alla vista di una bella giovinetta, o a sentir un canto, che viene da una stanza [p. 298 modifica]romita, ecco un grido che lo toglie da quello stato momentaneo e lo rimette in quello di prima.

Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al sole
Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
Scontro di vaga donzelletta il viso;
O qualor nella placida quiete
D’estiva notte, il vagabondo passo
Di rincontro alle ville soffermando.
L’erma terra contemplo, e di fanciulla
Che all’opre di sua man la notte aggiunge
Odo sonar nelle romite stanze
L’arguto canto; a palpitar si move
Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
Tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano
Ogni moto soave al petto mio.

E fin la luna, che gli dà la forza di piangere e di lagrimare, non può guardarla se non mescolandola con le ricordanze di quando la malediceva. È un istante di felicità, al quale si abbandona contemplando, avvelenato dal pensiero che quello è un istante.

Non dirò che questa sia tra le poesie perfette. La concezione è originale, nuova affermazione del suo mondo; ma la forma non è di eguale bellezza. La descrizione della sua immobilità nella immobilità universale rimarrà eternamente bella tra le cose più perfette. Bella la pioggia mattutina, ma quando viene il suicidio, è una cosa prestabilita, non proprio allora scoppiata nell’anima. Anche quando dice:

                In cielo,
In terra amico agl’infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro,

si vede che il lampo del suicidio gli è venuto innanzi, ma non vi si ferma, quasi per evitare la tentazione. Verrà più tardi la [p. 299 modifica]poesia del suicidio. Quando viene alle sue ricordanze, rimane in una fredda generalità; esse non han quasi la forza di uscir piene e separate da ciò, che è generale e comune.

                Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già si accinge all’opra
Di questa vita come a danza o gioco
11 misero mortai,

è una ricordanza generale, non sua: se volete qualcosa di particolare e di perfetto, aspettate le Ricordanze.

La parte men bella è quella della luna, che egli dipinge col capo pieno di reminiscenze classiche: tutto quello che dice delle lepri, del drudo, ecc., ricorda Parini ed Orazio. E quando si riconcilia con la luna e dice che gli piace un bel raggio di luna, esce in una generalità:

A me sempre benigno il tuo cospetto
Sará per queste piagge, ove non altro
Che lieti colli e spaziosi campi
M’apri alla vista.

Ci è la descrizione, non il sentimento vero della luna. Per meglio intendere questa distinzione, ricordate che cosa è una forma poetica, poiché qui è il difetto. Forma poetica è rappresentare un oggetto non nella generalità sua, ma in un momento dell’esistenza, in atto, nel momento che opera da sé, o sulla persona, che lo guarda. Perché è così bello il principio della poesia Alla luna:

O graziosa luna, io mi rammento...

È la luna còlta in un dato momento, quando ritorna dopo un anno, quando egli pure si trova nello stesso stato; è un’azione colta in un atto. La luna, che veleggia tra le nubi e domina il campo etereo, è una generalità della luna, non la luna colta in un momento della sua esistenza, sì che non vi dà la profonda [p. 300 modifica]commozione di quando voi agite, o rappresentate un oggetto, che agisce su voi.

È vero che anche l’oggetto nella sua universalità può diventare poetico, ma quando, se l’oggetto è universale, voi siete in una situazione determinata, sì che quello vi par nuovo, e vi vengono frasi ed espressioni peregrine, le quali annunziano l’impressione. Quando si dice che la luna «naviga il firmamento», ci è una generalità, ma sentite l’impressione di chi dal carcere la guarda, sì che gli par nuova.

Volete vedere un comento alla Vita solitaria, scritto dal poeta stesso, forse qualche mese dopo, quando si trovava nella medesima situazione? Al principio del 1820 scrive al suo Pietro Giordani, e dipinge quello stato, che già era divenuto poesia. Ha già passato l’inverno; viene la primavera, il cielo è bello; sente risvegliarsi la natura, si sente felice, e chiede pietà alla natura; e poi succede il pensiero che quello è un istante; e chi dice che quel pensiero tornerà, ci è già tornato.

Sto anch’io sospirando caldamente la bella primavera come l’unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell’animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale era certo di ritornare subito dopo, com’è seguito, m’agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così beato, non ostante i miei travagli.

E poi descrive la sua situazione, e comincia col cervello a lavorare su quella, e vien fuori qualcosa di nuovo, la disposizione a rappresentare quel suo mondo non più come momentanea [p. 301 modifica]impressione. Comincia a fissarlo, a rappresentarlo filosoficamente. La prima volta qui si rivela questa tendenza. E si pone a filosofare sul suo male. Dopo aver detto che soffre, afferma: — È falso il piacere, che nasce da illusione; solo è vero il dolore — . E maledice la scienza e il progresso, la scienza, che ci mostra quel vero; e benedice gl’ignoranti, che non lo comprendono.

Quando leggerete la canzone al Mai, vedrete uscir fuori questi pensieri originali.

In quello stato, Leopardi ebbe un momento di entusiasmo. Entusiasmo e felicità per lui sono momenti, ma momenti eterni, perché fissati in poesia. In quell’anno Angelo Mai scoprì i libri della Republica, che si credevano perduti. Frontone, Dionigi, Eusebio erano quasi ignoti alla moltitudine, ma Cicerone!

E qui si risveglia il grande erudito, e scrive:

Il grido delle nuove maraviglie che V. S. sta operando non mi lascia più forza di contenermi, né mentre tutta l’Europa sta per celebrare la sua preziosa scoperta, mi basta il cuore d’essere degli ultimi a rallegrarmene seco lei, e dimostrare la gioia che ne sento...

E domanda al Mai che gli mandi il libro foglio per foglio, e scrive la canzone Ad Angelo Mai.