Giacomo Leopardi/XXVIII. I «Dialoghi» di Leopardi

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XXVIII. I «Dialoghi» di Leopardi

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XXVIII

I «DIALOGHI» DI LEOPARDI

Come i Pensieri, così i Dialoghi furono scritti in diverso tempo, e i primi tentativi salgono all’età più giovane, quando egli annunziava a Giordani certe sue prosette satiriche, e notava negli italiani il difetto d’invenzione e vagheggiava una nuova prosa.

Alcuni comparvero nell’Antologia di Firenze, e tutti insieme uscirono in luce a Milano, un anno dopo la stampa dei suoi Versi, sotto il titolo di Operette morali. Nelle altre edizioni se ne aggiunsero pochi altri, scritti più tardi. Sotto nome comune vanno dialoghi, narrazioni, esposizioni, programmi, elogi. Ci troviamo la Storia del genere umano a modo d’introduzione, una Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi, i Detti memorabili di Filippo Ottonieri, l’Elogio degli uccelli, un Cantico del gallo silvestre, il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco. Gli altri sono dialoghi propriamente detti, talora mescolati col racconto, come nella Scommessa di Prometeo, o in forma d’insegnamento come nel Panni. A giudizio suo, come di Platone, il dialogo non richiedeva necessariamente un discorso a due, ch’è la sua forma diretta. In Platone il dialogo talora è narrato, e tal’altra le due forme s’intrecciano, e hai dialogo e narrazione. Nel Parini uno solo parla, ma perché ci sia dialogo, basta che ci sia lì chi ascolti. Nel suo concetto più elevato il dialogo è un discorso dell’anima con sé stessa, uno a due, che ti presenti uno svolgimento analitico di un concetto nel suo pro [p. 222 modifica]e nel suo contro, ancoraché la duplicità non appaia al di fuori n due persone.

Base del dialogo è la duplicità del concetto, vale a dire il concetto e il suo contrario, o che sia la stess’anima nella sua scissura, o l’opinione volgare e alcuna opinione individuale, o il concetto stesso nella sua essenza diviso, come avviene nello scetticismo.

In qual modo Leopardi sia giunto ad una concezione sua della prosa e a quella forma artistica della prosa che si dice dialogo, si può desumere dalla storia del suo pensiero. Posto che i moti dell’immaginazione e del sentimento vengono da illusioni, atte non ad altro che ad oscurare il vero, si comprende la differenza netta e assoluta ch’egli fa tra poesia e prosa, l’una linguaggio dell’illusione, l’altra linguaggio del vero. E non solo vuole escluso dalla prosa ogni movimento poetico, ma ancora ogni elemento oratorio; ond’è della rettorica avversario non meno risoluto di Platone e di Socrate. Questi vedevano la rettorica incarnata nei sofisti, che non inculcavano il vero, come viene dall’intelletto, ma ricorrevano a tutte le lusinghe che nascono dall’immaginazione e dagli affetti, e seducevano e corrompevano co’ lenocinii dell’arte.

Il dialogo socratico non è che la lotta dell’intelletto contro le false apparenze o illusioni, dette per antonomasia sofistiche, roba da sofisti. Leopardi aveva un complesso d’idee lontanissime dalle opinioni volgari, nate appunto da illusioni o false apparenze; e non è tutto solo col suo concetto, anzi ha dirimpetto a sé il riso della moltitudine, e vi risponde con un certo piglio ironico, che noti nelle sue prose anche più severe. Si trovava dunque naturalmente sulla via del dialogo socratico, e doveva sentire nella sua natura quel riso nascosto nelle stesse pieghe del ragionamento, che fu detta ironia socratica. Anche là, dove la forma è semplice trattato o pensiero o racconto o esposizione, senti moversi un lieve alito d’ironia, che annunzia la forma ulteriore del dialogo, la presenza cioè nello stesso concetto di sé e del suo opposto, com’è nella Storia del genere umano. Il dialogo dunque non è in lui sola imitazione di erudito [p. 223 modifica]e di grecista; è anche un suo fenomeno psicologico, che v’imprime la sua personalità. Questa duplicità è anche nella sua poesia. Se non che ivi è propriamente scissura interna tra il vero e l’illusione, chiarita tale dall’intelletto, pur desiderata, goduta, lamentata. Dove nella prosa l’intelletto regna solo, cacciate dall’anima tutte le illusioni, e afferma la sua vittoria con un cotal risolino a spese del volgo, ch’esso incalza e deride dall’alto della sua superiorità.

Ma questa lotta di un intelletto superiore contro il comune degli uomini non vien fuori con la semplicità di uomo trascinato dalla sua anima, che si crei egli medesimo il suo pensiero e la sua arte. Non dobbiamo dimenticare che Leopardi s’è formato su’ classici, e che nella sua opera si vede l’influsso di certi modelli e di certi fini preconcetti.

Censurava egli nella prosa italiana non solo quella sua tendenza oratoria, non pura di una certa ricercatezza che si chiamava eleganza, ma ancora un’aridità e superficialità di esposizione, troppe frasche e fiori, sicché pareva che gl’italiani lavorassero più con la memoria che coll’intelletto. Queste sono opinioni più volte espresse nelle sue lettere. Ora egli voleva con questa nuova prosa instaurare non solo la serietà del pensiero, ma anche la facoltà inventiva, così scarsa negli scrittori.

Indi è che il suo concetto par fuori in una esposizione dottrinale vigorosa e acuta, sicché non sai quale ti desti più interesse, o il concetto o il ragionamento. Ma, oltre alle qualità logiche, cerca egli nella prosa anche gli effetti dell’arte. Al che giunge mediante posizioni fantastiche, che tengano desta l’immaginazione e la curiosità intorno al ragionamento, accompagnato da una forma nuda e semplice, che pare non abbia altra ambizione che mettere in evidenza il pensiero e annullarsi dietro a quello.

L’immaginazione è esclusa da questa prosa, come forza dello spirito, generatrice d’illusioni, e contraria al vero. Ma ci sta in forma di mito o di favola, come un velo di sotto al quale traspaia il pensiero, o come una base fantastica da cui scaturisca il ragionamento. Di questi miti e invenzioni lo scrittore [p. 224 modifica]trovava notabili esempi in Platone, e un ricco arsenale nella sua erudizione.

Nella Storia del genere umano il mito adombra in modo abbastanza trasparente il concetto che Leopardi s’era formato del mondo. Nei dialoghi di Ercole e di Atlante, della Moda e della Morte, di un Folletto e di uno Gnomo, e in tutti gli altri trovi posizioni fantastiche, le quali o menano a conclusione esse medesime, o danno occasione al ragionamento.

Così questi dialoghi non hanno solo un contenuto filosofico importante in sé stesso pel concetto e pel suo svolgimento, com’è in Galileo e in Leibniz, ma sono vera opera d’arte. E vanno esaminati secondo i criterii e i fini che l’autore ebbe innanzi.