Giambi ed epodi/Note

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Note

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Libro II
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NOTE






PROLOGO.


pag. 389. Questi versi mi vennero fatti una mattina che in un giornaletto clericale, di quelli che ragionevolmente e canonicamente mi facevano e fanno bu bu dietro per amore dell’inno a Satana, lessi la novella ch’io ero morto.


LIBRO PRIMO.


I) pag. 392, vv. 17-18. Si accenna alla fonte che secondo la leggenda san Francesco fece scaturire presso il santuario della Verna.

p. 393, vv. 5-6. Tarconte è il tipo mitico del re legislatore etrusco; e una tradizione popolare pone la sede del re d’Etruria presso il monte della Verna.

II) pag. 396, vv. 3-4. Non fu veramente uno schiaffo; ma qualcosa di meno e di peggio. Ecco il racconto dell’Ammirato (Istor. fior. IV in princ.): “Giano della Bella venuto a contesa dentro la chiesa di san Pietro Scheraggio con Berto Frescobaldi cavaliere dei grandi, per certe ragioni che Berto volse [p. 502 modifica]a Giano occupar per forza, montò il Frescobaldi in tanto orgoglio contro quel della Bella, che, postagli la mano sul naso, disse ad alta voce che gliel taglierebbe, se avesse avuto cotanto ardimento di cozzar seco„.

III) pag. 401, v. 12. Il boulevard Montmartre, dove i colpi di fucile sanzionarono il colpo di stato del 2 decembre 1851. Ne’ versi anteriori si accenna ai caduti nell’assedio di Roma del 1849. Di questa nota, per avventura superflua, mi servirò per confessare che due versi del presente epodo


E su ’l capo gli penzola inchiodato
Gesù perché non fugga

e l’altro

O vecchio prete infame,


gli debbo a Vittore Hugo, che nella Nox in fronte ai Châtiments scrisse,


Sur une croix dressée au fond du sanctuaire
Jésus avait été cloué pour qu’ il restât;


e ne’ Châtiments stessi, I, 6,


Ton diacre est Trahison et ton sous-diacre est Vol;
Vends ton Dieu, vends ton âme!
Allons, coiffe ta mître, allons, mets ton licol,
Chante, vieux prêtre infâme.


Dando a ristampare nel marzo del 1882 questi versi, credo non inutile far sapere qui in nota, come, ridotta in istrettezze non per sua colpa la nobile famiglia dei Corazzini di Pieve Santo Stefano, in vano due o tre volte raccomandai caldamente a un ministero, del quale era pure a capo Benedetto Cairoli, la vedova madre di Eduardo per una piccola pensione o un sussidio: non era provato che il figlio suo fosse morto dalle [p. 503 modifica]ferite ricevute in battaglia. Ciò può anche dimostrare la severità con la quale in Italia si osserva la legge.

IV) pag. 407, v. 20. Anche questo verso può parere una rimembranza dei due bellissimi di A. Barbier (La curée),


La grande populace et la sainte canaille
Se ruaient à l’immortalité;


ma il fatto è ch’egli ha un’origine più umile; me lo suggerí un deputato del Parlamento italiano, quando dello sciopero politico bolognese nel marzo del 1868 disse non essere popolo ma canaglia che tirava sassi. Al Barbier debbo il movimento della strofe 23, Marchesa ella non è ecc.; al Barbier che scrisse, pur nella Curée,


C’est que la Liberté n’est pas une comtesse
    Du noble faubourg Saint-Germain,
Une femme qu’un cri fait tomber en faiblesse,
    Qui met du blanc et du carmin.


V) pag. 411, vv. 9-10. Alludo ai due libri De Analogia intitolati a Cicerone, coi quali Giulio Cesare intendeva dare con norme determinate una certa unità alla lingua romana traendole dall’incostanza dell’uso volgare.

v. 14. Svetonio ha tutto un capitolo intorno la pudicizia di Cesare prostituita sotto (così traduce il Del Rosso, cavaliere gerosolimitano) al re Nicomede; e da quel capitolo sappiamo che Dolabella chiamava il futuro dittatore "la femmina che fa le corna alla regina di Bitinia„ e "la sposa segreta della lettiga reale„; che Bibulo suo collega nel consolato diceva di lui, per addietro essersi egli innamorato dei re ed ora dei regni; e altre cose che non possono esser ridette qui. Ci basti il frammento di C. Licinio Calvo,


....Bithynia quidquid
Et paedicator Caesaris unquam habuit,


[p. 504 modifica]e ciò che più apertamente cantavano i legionari nel trionfo gallico,


Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem;
Ecce Caesar nunc triumphat, qui subegit Gallias;
Nicomedes non triumphat, qui subegit Caesarem.


Ecco: gli storici e i filosofi, i quali sonosi in questo secolo dei colpi di stato tanto sbracciati a dimostrare la necessità la moralità la santità della usurpazione di Cesare, dovrebbero anche dimostrarci l’estetica delle carezze sofferte sotto il re di Bitinia, e come a diventar imperatori e licenziarsi ai colpi di stato e al saccheggio degli erari sia una propedeutica provvidenziale quella dei letti o delle lettighe bitiniche. Può essere filosofia della storia anche cotesta: imperocché che cosa non è filosofia della storia oggigiorno?

VI) pag. 414, vv. 3-4. Pochi giorni prima del supplizio il ministero italiano aveva fatta pagare a Roma una rata del debito pontificio.

vv. 9-10. Quando si eseguivano in Roma le condanne di morte, nella chiesa di San Nicola rimaneva esposto per ventiquattro ore il Santissimo Sacramento.

VII) pag. 420, v. 14.


Ogni uom v’è barattier fuor che Bonturo;
Del no, per li denar, vi si fa ita.
Dante, Inf. XXI, 41.


E Benvenuto da Imola annota: “Bonturus fuit baraterius, qui sagaciter docebat et versabat illud commune totum, et dabat officia quibus volebat.„

pag. 421, v. 9. Vanni Fucci,


Ladro alla sagrestia de’ belli arredi,
E falsamente già fu opposto altrui,
Dante, Inf. XXIV, 138,


[p. 505 modifica]era anche, come Dante stesso lo chiama, uom già di sangue e di corrucci. L’autore delle Istorie pistoiesi racconta, fra altre cose di lui, sotto l’anno 1300: “Allora Vanni Fucci con certi suoi compagni andaro dirieto a quella casa e francamente colla balestra la combatterono, e col fuoco la vinsono; e messo lo fuoco dall’un lato, entraro dentro dall’altro. La gente che v’erano dentro cominciarono a fuggire, e costoro a seguire ferendogli e uccidendogli; la casa rubarono„.

VIII) “Giovedì 22 luglio, tempo permettendo, avrà luogo il varo della corvetta Vettor Pisani. In tale circostanza, con squisitissimo tatto, il comandante Cerutti dispose che la solennità abbia a farsi con tutta la pompa possibile, celebrando, come in in antico, lo sposalizio del mare, mediante anello, che, lavorato nell’Arsenale, sarà gettato alle onde da una delle nostre patrizie„. Rinnovamento di Venezia, 20 luglio 1869.

IX) In Bologna alla Via dei vetturini fu mutato il nome in Via Ugo Bassi nell’annuale dell’ viii agosto 1869, l’anno che fu convocato in Roma il Concilio ecumenico.

XI) La Consulta araldica fu istituita con r. decreto 10 ottobre 1869 in dieci articoli, per dar parere al Governo in materia di titoli gentilizi, stemmi ed altre pubbliche onorificenze.

XIII) pag. 434, vv. 1-2.... Le ultime sue parole riassumevano il suo sacrificio in un augurio alla patria, vaticinando a noi la rivendicazione di Roma. — Roma sarà nostra, io ve lo giuro — ripetè più volte anche nel suo sublime delirio.... Andremo presto a Groppello. Là egli giace con gli altri tre martiri; e là è il tempio della nostra religione. Benedetto Cairoli a Vinc. Caldesi, Belgirate, 20 settembre 1869. [p. 506 modifica] pag. 438, vv. 5-7. La imagine, che dispiacque ad alcuni miei amici, è presa da quel che H. Heine dice di Colonia, Deutschland iv:


Dummheit und Bosheit buhlten hier
Gleìch Hunden auf freier Gasse;
Die Enkelbrut erkennt man noch heut
An ihrem Glaubenshasse.


Il presente epodo fu intitolato all’onorevole Benedetto Cairoli con questa lettera (nella Riforma del 14 febbraio 1870):

Questo canto, già intermesso perché mi parve men riverente inframmettermi al solenne dolore vostro e della madre veneranda, l’ho ripreso oggi, per ammonire, rammemorando la virtù de’ Cairoli, la gioventù della patria. E ve l’offro, o cittadino onorando, e vi prego di presentarlo alla gentil donna Cairoli, come segno della riverenza e gratitudine mia, d’italiano e d’uomo, alla gran famiglia che è uscita di lei, santa e romana donna. Fra tante miserie e vergogne che ne circondano, dovendo disprezzare e odiar molte cose, è pur dolce e di sollievo all’anima il poter dire ad alcuno, dal cuore aperto e profondo: Io vi ammiro, vi riverisco, vi amo.


Bologna, 11 febbraio.


Alla quale Benedetto Cairoli rispondeva con questa pubblicata nel Popolo di Bologna:


Groppello di Lomellina, 17 febbraio.


Non vi ringrazio: non oso esprimere il debito della gratitudine con una parola troppo profanata dall’uso, — vi dico soltanto che la povera madre vi benedice: è ricompensa degna di voi. Alla tomba dei nostri cari voi mandate omaggio di fiori che non perdono il profumo: versi che non muoiono e ricordano il dovere che fu la mèta del sacrificio. È santo l’apostolato [p. 507 modifica] del poeta quando completa quello del martire preparando il risveglio nazionale. Speriamo: la coscienza di un popolo può essere momentaneamente sedotta, corrotta mai fino all’oblio dell’onore, fino a tollerare nella rassegnazione di perpetuo letargo il vitupero dell’occupazione straniera che ci contende Roma. Chiudo con questo nome, che ispirava il vaticinio del nostro adorato Giovannino anche nell’ultima ora della sua agonia e vi abbraccio con tutta l’anima.


RIPRESA.


pag. 447, v. 15. Su questo verso il sig. Luigi Étienne in una recensione delle mie poesie pubblicata nella Revue des Deux mondes, t. III del 1874, osservava: “On sourit quand’on voit Camille Desmoulins devenu Demulèn.„ Sorridere? e perché? il nome Desmoulins si pronunzia sí o no Demulèn? Ora, come questo nome mi cadde in fine d’un verso e questo verso esigeva la rima e come non tutti gli italiani sono obbligati a sapere la pronunzia dei francesi, cosí io scrissi il nome del tribuno secondo lo dicono e non secondo lo scrivono i francesi, per evitare il caso che qualcuno de’ miei nazionali cercasse invano la consonanza fra Desmoulins e sen. Noi italiani del resto leggiamo i nomi del Petrarca del Machiavelli e del Guicciardini divenuti nella prosa francese Pétrarque, Machiavel, Guichardin, e non sorridiamo. Non sorridiamo né meno quando avvenendoci nei versi d’un grande poeta al nome dell’Alighieri fatto rimare con flétri, ci tocca a leggerlo Alighierí con tanto di accento acuto che pare un chicchirichí:


Râler l’aieul flétri,
La fille aux yeux hagards de ses cheveux vêtue
Et l’enfant spectre au sein de la mère statue!
O Dante Alighieri!

V. Hugo, Châtiments, I, ix. [p. 508 modifica]Ancora: il sig. Étienne mi oppone di scambiare le Parc-aux-Cerfs pour un parc et l’Oeil-de-boeuf pour la fenêtre d’un boudoir de Louis XV. Nella poesia intitolata Versaglia io ricordo e il Parc-aux-Cerfs e l’Oeil-de-boeuf, ma li ricordo proprio per quello che sono, e non riesco a capire come e da quali delle mie parole abbia il sig. Étienne potuto indovinare quel cambio. Ma queste son piccolezze; ed io, tutto che il sig. Étienne sia un po’ di cattivo umore con me e con le mie idee politiche e mi rifaccia la vita a modo suo con qualche smorfia di compassione e di protezione, debbo sapergli grado dell’aver tradotto con tanta fedeltà e grazia alcuni de’ miei versi che gli piacque inserire nel suo saggio.


LIBRO SECONDO.


XX) pp. 467, vv. 17-18. Alludo ai vestigi di doratura che si scorgono ancora nella statua di Marco Aurelio, e non all’oro monetato di Pio ix che potesse esser rimasto nelle tasche de’ sudditi suoi. Ai quali la liberazione di Roma, qualunque si fosse, non costò, tutt’insieme, di molto: e, fosse costata anche piú, non sarebbe mai stata cara.

XXII) pag. 472, 5-7. Nelle Piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino figliuolo del già astuto e accorto Bertoldo composte da Giulio Cesare Croce (Venezia, Usci, 1636) si legge come un giorno “Bertoldino torna a casa e vede l’oca che sta in un cesto grande a covare l’ova, e la fece levar su, e esso entrò nel detto cesto in atto di covare, et alla prima ruppe tutte l’ova con il podice, et erano ormai per nascere i pavarini„ con quel che séguita. Ecco perché possono ritenersi per fratelli delle oche cosí Bertoldino come certi poeti i quali sonosi messi a covar l’ova della poesia popolare con effetti non diversi a quelli della covatura bertoldiniana. Del resto Bertoldo e Bertoldino sono due produzioni importantissime della vera letteratura popolare d’Italia, e delle pochissime indigene. Le raccomando a’ poeti e a’ filologi novelli. [p. 509 modifica] pag. 473, v. 20. Questo verso mi attirò dal Fanfulla (3 gennaio 1873) una specie di recensione di certo mio scritto sul Centenario di L. A. Muratori, nella quale mi erano, fra le altre, attribuiti de’ versi su Vittore Hugo che io non ho mai scritti.

Aggiunta alla seconda edizione. “Del resto Fanfulla li citò [quei versi su V. H.] a dimostrare che in altri tempi il Carducci era stato fieramente avverso a Vittore Hugo, da lui oggi lodato e talora imitato. Se questo non si dimostra co’ sonetti apocrifi, si dimostra con altri scritti innumerevoli del Carducci e mi basta.„ Così il Fanfulla, rispondendo nel suo num. del 28 settembre 1873 alla noticina di sopra. Ecco: o che farebbe il Fanfulla, se io lo invitassi a citare quegli innumerevoli scritti?

pag. 474, v. 19. Avverto che questo è un verso fatto alla foggia di quel del Foscolo Antichissime ombre e brancolando e di altri italiani e latini. Io non amo per niente il verismo dei versi che non tornano.

XXV) Vedi Confessioni e Battaglie (Opere di G. Carducci vol. IV), Bologna, Zanichelli, 1890, pag. 246 e segg.

XXVIII) Questi versi furono composti su la fine dell’ottobre 1874, quando pareva imminente in Francia la restaurazione della monarchia tradizionale nella persona di Enrico Carlo Ferdinando d’Artois conte di Chambord salutato da’ suoi Enrico v. La nascita del “figlio del miracolo„ fu cantata da due grandi poeti, Alfonso di Lamartine e Vittore Hugo. Né volli certo oltraggiarne la fine io, poeta “minorum gentium „. La visione feroce e grottesca della impossibilità d’una restaurazione borbonica mi venne dalle condizioni e circostanze politiche della Francia. Del resto io ho sempre creduto che il conte di Chambord sostenne con dignità l’esilio, e ammirai l’animo veramente nobile dell’uomo nel rifiuto di sacrificare all’ambizione di essere re vano lui la bandiera per la quale e [p. 510 modifica]con la quale furono re da vero gli avi suoi: miracolo certo, piú che quello onde egli nacque, tra i giuocatori o meglio i bari di troni che usano in questo secolo. Suo padre, come tutti sanno, fu ferito di pugnale la sera del 13 febbraio 1820 mentre scendeva di carrozza per andare all’Opera, e morí la mattina di poi in un palco del teatro. Il visc. di Chateaubriand nei Mémoires sur la vie et la mort de S. A. R. le duc de Berry scrive, liv. ii ch. v: “Lorsque le fils de France blessé avoit été porté dans le cabinet de sa loge, le spectacle duroit encore. D’un côté on entendoit les sons de la musique, de l’autre les soupirs du prince expirant; un rideau séparoit les folies du monde de la destruction d’un empire. Le prêtre qui apporta les saintes huiles traversa une foule de masques.„

XXIX) Ai dibattimenti delle Assise tenuti in Roma per l’assassinio del capitano G. Fadda, commesso da un cavallerizzo Cardinali, istigante e complice la Raffaella Saraceni moglie del capitano e amante del cavallerizzo, dal 20 settembre al 21 ottobre 1879 assisteva tra la folla immensa un numero grandissimo di signore e signorine della migliore società, come si dice, romana.

XXX) Fu pensato in Perugia nella piazza ove già sorgeva la Ròcca Paolina, distrutta dal popolo nel settembre del 1860.