Giuseppe Aurelio Costanzo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Giuseppe Cimbali

1886 G biografie/articoli letteratura Giuseppe Aurelio Costanzo Intestazione 24 gennaio 2010 75% biografia

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT


G. AURELIO GOSTANZO

Un giorno, verso il 1869, in Napoli, mentre il buon Settembrini, uscito fuori di casa, si avviava, grave e meditabondo, verso l’Università, si vide d’un tratto, ad uno sbocco di via, fermato da un giovane sconosciuto, che, tutto umile e dimesso, gli offriva un volume. Gli succedeva tutti i giorni di assistere a questo spettacolo! «Dopo altre poche parole — raccontava poco tempo appresso il grande critico — egli mi saluta e va via; ed io rimango col volume che mi pesa in sacca e con gli occhi suoi innanzi ai miei e per tutta la mattina vedevo sempre quegli occhi lucenti e mesti. Torno a casa. e con un po’ di stizza apro il libro, comincio a leggere il primo sonetto, che mi afferra come un uncino; continuo a leggere, mi pare di ringiovanire e non chiudo il libro, se non la sera, quando lo ebbi letto tutto, e sono 350 pagine. Quel giovane dagli occhi lucenti e mesti era G. Aurelio Costanzo e quel volume il primo volume de’ suoi versi. Di fronte ai poeti tutti della nuova Italia G. Aurelio Costanzo rappresenta qualcosa di singolare e di staccato. Egli ha una fisonomia originale e spiccata, tutta propria. Nessun legame di sorta lo avvince anche lievemente, anche lontanamente, a loro e a’mezzi da essi usati per salire. Ha camminato modesto e solo, per la sua via, senza fretta e senza posa. Mentre, di triennio in triennio, il pubblico italiano si è esaurito battendo fragorosamente le mani a tanti pretesi innovamenti poetici e ad altrettanti poeti innovatori, egli, il Costanzo, s’è stretto nelle spalle, e, senza invidia e senza.rimpianti, ha proceduto sempre per la sua via, sicuro di sè stesso, contento dell’opera sua, pago de’ non gonfiati, ma sicuri successi. Egli non ha preconizzato nulla; egli non ha rinnovato nulla; egli non ha bandito vangeli nuovi. Poteva, dunque, diveritar mai capo di una scuola ? Poteva capitanare una pattuglia, pronta a inneggiare incondizionatamente al proprio nume e non meno incondizionatamente a dir corna degli altri Iddii? Ma, appunto perchè non ha rappresentato una scuola, cioè una consorteria; appunto perchè l’arte sua non ha destato entusiasmi pazzi; appunto perchè non è stato l’idolo d’un momento, G Aurelio Costanzo ha superato una grande difficoltà, la più grande difficoltà che s’incontra nella via spinosa dell’arte non è passato mai di moda. Donde il segreto di cio?

II.

Una gentile e colta scrittrice, Olga Ossani, a proposito di un libro pietoso per una povera morta, ha detto, or non è molto, che in Italia manca « la poesia soave, questa forma di letteratura femminile, questa lirica famigliare »; manca da noi « dove il sentimento della famiglia è profondo e potente. » No, o mia signora: questa poesia soave, questa lirica affettuosa, di cui voi andate in cerca con intento si nobile e di cui deplorate la mancanza, non ci manca a noi; l’abbiamo in Italia: essa è la gloria di un poeta che, nel vortice turbinoso della capitale, vive quasi morto al mondo; vive non curandosi della bassa prosa della vita e inseguendo con ansia e trepidanza i suoi fantasmi d’oro, le sue sensazioni dolcissime, le armonie più che umane che sente fremere nell’anima passionata e mesta. Questo poeta è G. Aurelio Costanzo. Tutta tutta la poesia del Costanzo è un canto inestinguibile e perenne di affetti puri, di legami indissolubili, di tenerezze ineffabili; una musica persistente di sospiri senza smorte svenevolezze effeminate. Egli canta, canta sempre la madre; canta la sua donna dal bel nome sonoro, Lina; canta la patria; canta la Natura. E quel canto sgorga dall’anima profondo, con getto spontaneo, con freschezza vergine, quasi senza volontà: deve esser cosi. Il poeta, siciliano, nato nell’ antica Ibla (Melilli) dal miele squisito, si direbbe tenesse immersa l’anima tutta come in un oceano di profumi, di suoni armoniosi, di bellezza, di dolcezza, di pace e di amore e che di li traesse tutte le sue in spirazioni candide. Così, la parte più bella dell’opera poetica del Co stanzo è l’idillio teocriteo, siracusano; idillio, però, che nelle di lui mani si trarnuta in elegia, che interessa di più perchè vi alita in fondo una puntura di dubbio e di dolore. Canta la madre; la poesia semplice del focolare sembra al coperto di qualunque dolore; ma la madre o è lontana o è morta ! Cosi della donna, la quale o ama poco o dimentica! Così della natura, che, mentre fa splendere il giorno, prepara la notte; mentre procura la gioja, prepara il disinganno; mentre fa godere la vita, prepara la morte. Proprio, proprio: questo misto di fede e di dubbio, di semplicità e di malizia, di illusione e di sconforto; e poi, attraverso il dubbio, la malizia e lo sconforto, un sentimento sempre de-licato e profondo, sempre all’altezza di sè stesso, sempre vero anche di fronte a qualunque pessima esperienza, sempre immutabile per quanto mutino uomini e cose, sempre pieno di grazia e di venustà; ecco quello che forma l’incanto irresistibile della poesia del Costanzo. Ed ecco perchè il Costanzo è de’ pochi che si avvicinano tanto, che riproducono anzi lo spirito de’ grandi elegiaci latini, di Catullo, di Tibullo e di Properzio. La natura e la vita a quella gentile ed elegante triade di poeti latini dovea apparire così come appare al Costanzo, con lo stesso fascino di bellezza immortale, ma con lo stesso tarlo roditore della diffidenza. Leggete i Versi; il poemetto Un’anima, leggete i sonetti alla Madre Maria, leggete Funeralia e le altre poesie liriche e vedrete se tutto questo sia giusto o no. Sentirete lo stesso eterno gorgheggio di rosignuolo, che piace anche quando può sembrare rnonotono, anche quando un sentimento, non contento di manifestarsi in un modo, si manifesta in tanti altri modi. Ma quel sentimento è vero, è profondo; e, perciò, considerate anche sotto diversi aspetti, non stanca mai; è un bel prisma iridescente che si mostra in tutte le sue faccette, bello sempre. Sentirete la stessa animazione delle cose belle e buone che palpitano e vivono nella natura; odori e fragranze come di fiori modesti di campi; ronzii armoniosi come di alveari; rumori lievi come di cascatelle d’acqua o di ruscelletti che scorrono in mezzo, all’ erba porennemente verde; tutte, tutte, insomma, le seduzioni di qualcosa di primitivo, vergine e freschissimo. Il poeta, che, con dolore in finito della mamma, ha già lasciati i patrii monti iblei per correre in mezzo al mondo in cerca di buone venture, ne’ momenti di desolazione maggiore ricorda a se stesso ciò che gli rispondeva la madre quando, bambino, la tempestava di domande sui grandi misteri della vita. Oh, come con poche parole gli scioglieva tutti i problemi più ardui quella buona madre!

La vecchierella non avea mai letto
alcun verso, nè prosa;
e, non sapendo nulla, m’avea detto,
che sapeva ogni cosa,
Ed ogni dubbio mio da quella sola
venìa sempre distrutto;
ed io credeva ad ogni sua parola,
e allor sapeva tutto.

Ma il poeta in mezzo al mondo non ha trovato che triboli e spine e allora pensa che troverebbe un porto sicuro per tante tempeste solo tornando a casa, in seno alla madre sua.

Sovra i ginocchi de la madre assiso,
l’antica rivivrò vita d’amore :
se un breve inganno mi ha da lei diviso
a lei per sempre m’unirà il dolore.
Ritornerà sul mio pallido viso
a poco a poco de la speme il fiore;
giovane sempre avrò l’anima, il core,
l’ingenuo affetto, il candido sorriso.
Nè a turbar mi verran la molle e pura
aura di pace che il Signor mi dona,
l’auree speranze, la pallida cura.
Chè, alfin ripresa la smarrita via,
le foglie, i fiori de la mia corona
saranno i baci de la madre mia.

Una volta, quando la madre era già morta, il poeta si avviò al camposanto. Davanti alla porta del luogo pio trovò due fanciulli:

— Dimmi, fanciullo mio, dimmi che hai,
se altro che stare a piangere non fai ?
— Sono tre giorni che la mamma è morta,
e da tre giorni batto a questa porta.
— Piangiamo insieme, fanciullino mio,
che da tre giorni l’ho perduta anch’io.
— Mi han detto che la basso si nasconde,
la chiamo da tre giorni, e non risponde.
— E mi lasciò così povero e solo
senza nemmeno dirmi una parola.
— Quante volte passando per la via
mi pare di veder la madre mia,
— la madre mia che tanto e tanto amai...
la madre mia, che non vedrò più mai.

Oh, non per nulla il Settembrini scriveva del Costanzo: « Io non conosco poeta che abbia parlato si lungamente di sua madre e con tanto affetto verecondo e, direi quasi, fanciullesco. Deve essere un buon giovane questo Aurelio! Oh giovane, se vuoi esser poeta. parla al mondo come hai parlato a tua madre! » Ed egli così ha parlato al mondo ed il mondo l’ha sentito, e certo lo sentirà per sempre; perchè G. Aurelio Costanzo è il vero poeta dell’anima e la poesia dell’anima non invecchia mai. Ed egli è così che il Bonghi gli ha potuto scrivere, qualche diecina di anni sono: « Sapete, caro Costanzo, chi mi ha parlato la prima volta di voi? Il Manzoni, a Brusuglio! Egli mi chiese se vi conoscessi o avessi letto i vostri versi. Poichè io gli risposi che vi conoscevo ma non avevo letto i vostri versi, mi dette le vostre liriche e volle che io gliene rileggessi qualche pagina ad alta voce. E non rifinì di lodarvi! Ed era tanto schivo, sapete; e non l’ho colto che due o tre volte in tutti gli anni che io l’ho conosciuto, non dico a dir bene, ma a parlare adirittura d’uno scrittore italiano vivente e il quale gli avesse mandato i suoi scritti. Le qualità che egli lodava nelle vostre poesie son quelle che ogni italiano anche non colto vi sente di certo. Il pensiero vostro è naturale e netto insieme e la parola per lo più eletta è sempre spontanea. Ciò che più gli piaceva e la verità e la bontà del sentimento, donde la vostra poesia ha tutta la sorgente sua. »

III.

Meritava di nascere nell’ età dell’ oro questo poeta, quando la vita umana era tutta gioja, tutta letizia, tutta candore. Peccato sia venuto ad abitare questa terra in questi brutti tempi! Egli, per indole, non può che vedere cose belle; non può che sentire cose buone Cuore primitivo, non sa concepire il male; greco di fantasia, non sa tollerare il brutto, l’osceno. Ah, meritava di essere per lo meno un contemporaneo di Teocrito! E avrebbe cantato, allora, soltanto affetti casti, paesaggi tranquilli. Delle stagioni avrebbe celebrata soltanto la primavera, piena di profumi e di fiori; del cielo la serenità azzurra, quando è terso e illuminato da un sole abbagliante di giorno o da una miriade infinita di stelle e dalla luna la notte; del mare la bonaccia, quando le onde verdi, riflettendo gli incanti delle sirene, si lasciano solcare benevolrnente da barchette vispe di pescatori, nelle cui bianche vele l’aura spira provvida e lieve per spingerle, dolcemente cullandole, in alto; dell’uomo, poi, la facoltà più dolce e tranquilla : l’ amore. Il Settembrini, che avea intuito perfettamente l’indole del Costanzo, avea espresso, con animo pur tre-pidante, un voto onesto e generoso. « Oh, possa egli non conoscere mai gli uomini e avrà meno dolori ! » Ma il voto gentile del critico galantuomo non venne, nè poteva venire esaudito. Il poeta conobbe gli uomini e quella conoscenza non potè che essergli fatale. Una contraddizione stridente, sanguinosa sorse allora tra lui e il mondo, tra i suoi sogni e la realtà, tra il suo cuore e la storia. Avea creduto che il mondo fosse popolato di angeli e visse per un pezzo pieno di questa credenza ingannevole. Ma, quando apri gli occhi, sdegnato del fango che si trovò davanti, chiese al destino la virtù di tornare a sognare come prima. Invano, però. Gli occhi del pensiero, una volta aperti, non vollero richiudersi mai più:

Che fosse il mondo popolato d’ angeli
sempre ho creduto;
e in questo lieto inganno in mezzo agli uomini
io son vissuto.
Da questo inganno, qual da sogno, or l’ anima
sciolta si vede;
ed a’ terrestri paradisi e a gli angeli
or più non crede.
E pure, Lina mia, vorrei non essermi
svegliato mai;
vorrei sognare ancor, fanciullo e credulo,
come sognai.
Meglio esser folle in questo mondo, e credere
stabile e vero
quanto non è che un candido delirio
del tuo pensiero.

L’anima del poeta rimase perduta nei flutti di questa contraddizione sciagurata, come tra l’incudine e il martello, come fra due cani affamati che si contendono un unico cibo. E l’anima del poeta sanguinò. Poche volte s’ è visto uno strazio così crudele d’ un’ anima ben nata! Così la fonte della bontà di lui venne a conturbarsi; la dolcezza si mutò in acredine; il mesto sorriso in ghigno; la commovente elegia nella pietra infernale della satira acerba e dell’ invettiva atroce. Da questo punto il Costanzo perde la sua primitiva e originale. caratteristica e la sua arte prende un’ altra piega. Cessa di essere affetto puro e diventa umorismo. Ma si badi. Appunto perchè questo è umorismo nato dal sentimento contrastato nella sua effusione naturale, è di quell’ umorisino, che, mentre parrebbe dovesse far ridere, fa piangere; che carezza per dilaniare; che riscalda per bruciare. Dilaniare, bruciare che cosa ? Quest’ ordine sociale, quest’ artificio sociale, così pieno d’ ingiustizie, di paradossi, di assurdjtà; quest’ ordine sociale, che non uno realizza de’ sogni del poeta; che non ad uno fa eco de’ sentimenti del poeta. Ecco così l’ arte del Costanzo diventata arte di ribellione.

IV.

Il suo nuovo programma di ribellione fu formulato dal Costanzo in una Cornmedia sbagliata I Ribelli, che ebbe infelice successo alla prima rappresentazione, com’ebbe pure infelice successo un altro suo tenta tivo drammatico in versi, Berengario II, per la semplicissima ragione, che l’ Autore, diffidente, non volle fargli correre la prova della ribalta. Questi.Ribelli sono i sognatori; quelli che si vogliono slanciare nella grande vita; quelli, la maggior parte de’ quali restano sommersi, vittime sconosciute di un grande ideale, nel grande oceano delle difficoltà inesorabili dell’ingranaggio sociale. Ma se la sorte del teatro non arrise alla sua arte della ribellione, il poeta non si .spaventò. Da una parte egli pensava d’ iinporre questo suo stato d’animo nella lirica, diventata lirica ribelle; e, dall’altra, dall’ordine sociale l’ andava stendendo all’ ordine naturale, partecipando più da vicino, con i più alti ingegni poetici del secolo, alla grande malinconia dell’ infinito, al dolore universale. I Ribelli^ così, diventano gli Eroi della Soffitta, l’ode al Marzo, i versi a Dafne Gargiolli; l’insuccesso si cambia in successo; il poeta impone il suo gusto e n’ è altamente soddisfatto. Che sono gli Eroi della Soffitta? La stessa definizione de’ Ribelli vale per questi poveri Eroi. Il poeta però, che prima la dava in prosa, questa definizione ora la dà in versi.

Chi sono ? — Quanti assetano
di vasto impero e di superba altezza,
quanti piegar disdegnano la groppa al basto,
il collo a la cavezza
Come leoni ed aquile
forti e selvaggi odian la greppia e il branco;
e a corse e a voli agognano,
ma senza morso in bocca e sprone al fianco.
Anzi che agli altri mescersi
e andare al passo per la via più trita,
scelgon da soli il lastrico,
o in un covigho abbajano la vita.

Strana, ma non illogica coincidenza! Il poeta dell’Anima, forse appunto perchè poeta dell’Anima, si mostra adattissimo a descrivere con parole roventi tutta l’ iliade disastrosa di tante sofferenze occulte, di tanti dolori inascoltati, di tanti propositi nobili andati in fumo, di tanti disprezzi ingiusti, di tante infamie sopportate con pazienza e rassegnazione. Ecco: il Costanzo, nato per cantare la pace e l’ amore, sembra fatto apposta per cantare la guerra e l’ odio. Alcune strofe di questi suoi Eroi, infatti, come munite di uncinetti, dilacerano; alcune, come munite di ferri roventi, carbonizzano addirittura ciò che toccano: tutte, poi, nella loro efficacissima disarmonia e forse monotonia, sono d’ un rilievo scultorio profondo, imprimono marchi indelebili e fanno pensare al fare dantesco tutto muscoli, tutto nervi, tutto sprezzature significantissime.

Come qua e là si vedono
di Roma per le vie colonne ed archi
cui l’ uomo e il tempo offesero
e son di fango e più di gloria carchi,
Così qua e la si scontrano
questi ruderi d’anime divine;
un dì fur torri e tempi,
or son frantumi d’ uomini e ruine.
...............................
Eccoli qua: una sedia,
due scarpe senza tacchi e senza punta,
un giornale, una pagina
inchiostrata, una pipa unta e bisunta,
Qualche ciarpa, ludibrio
del rigattiere; qualche penna: è questa
l’ eredità cospicua
che de’vostri ideali unica resta!
.................................
Qnante magre quaresime
costa una pasqua a voi! Che settimane
di strazi una domenica!
che bestemmie un minuzzolo di pane!
Ed ogni giorno un idolo
andò in frantumi e una speranza in fuga
ed agghiacciato un palpito
e sepolta un’idea fu in ogni ruga.

Si è detto, che gli Eroi della soffitta ricordano i Refractaires di Vallès e i bohémiens di Murger. Ma questo che importa? Prima di tutto questa nuova fase dell’arte del poeta italiano è stata, come si è visto avanti, una evoluzione naturale della sua arte stessa. E poi, si soffre per salire in Francia, come si soffre per salire in Italia. Pur troppo il fenomeno è comune per tutti i paesi! Ma v’ ha di più. Gli Eroi della soffitta cantati dal Costanzo furono una volta persone vive, di cui egli solo conobbe le grandi privazioni, i virtuosi sacrifici, l’inesorabile fame e la fine oscura. Tutto questo essi, nobili di ingegno e di animo, non lo meritavano, e, in nome loro, ha protestato nel regno dell’ arte, vendicandoli ! Ma v’ ha di più ancora. Il Costanzo fu eroe della soffitta anche lui. Ci fu un tempo in cui anche lui viveva con quaranta lire al mese, che pur divideva con gli altri eroi della stessa soffitta... quando le avea. Cosi che questi Eroi, più che frutto della fantasia montata, più che frutto d’ inspirazioni importate, di letture atrabiliari, sono lacryma rerum, sono figli dell’ esperienza propria, furono uomini di carne ed ossa ed infelici e si chiamarono Vincenzo Giordano Zocchi e Tito Cardelli, I. U. Tarchetti e Federico Piantieri. Nè vale nominare gli altri, il cui nome non si può ricordare senza una lacrima e senza un rimpiarito.

O mio Giordano, l’ algida
febbre, che il sangue di velen t’intrise,
fu questa eterna antitesi,
fu la lotta del genio che ti uccise!
Ah, sentir l’ ali a fremere
e sentirsi inchiodato ad una zolla,
sentir l’ eterno e a un soffio
poi scoppiare così come una bolla!...

V

Ma l’ invettiva e l’ umorismo degli Eroi della soffitta mi ricorda una tirata meravigliosa contro quelli da lui sarcasticamente chiamati Eroi della pace; i quali’ quando la patria era in pericolo, si stavano in casa aspettando gli eventi e uscirono dopo il sereno vantando imprese mai compiute.

... Ecco gli eroi
nati al dì de la pace!
Ei dier famose
d’animo pruove da gran tempo. A’ giorni
gloriosi di Goito e di Valleggio,
videro il sole. Errarono per cento
lidi, de l’esul mendicando il tozzo:
questi sporge la man, livido il polso
da le catene; quei protende il torto
collo, segnato da lo stretto laccio;
l’uno le piaghe a sommo il petto mostra;
altri il mutilo dito; altri la veste
passata da le palle.
Eroi son tutti!
E, corredati da le compre carte,
han diritto al prezzo de’ patiti oltraggi.
A disfamar t’appresta, Italia mia,
le cupe voglie e le bramose canne
de gli Eroi de la pace. Ancor non sei
da l’ombre uscita a riveder la luce,
e un negro nembo di voraci arpie,
ne le viscere tue raspando, lorda
gli adunchi artigli nel materno sangue.
E intanto il fior de’ tuoi veraci figli,
cui non disfranca il tumido millanto
de’ nuovi Briarei del secol nostro
langue miseramente!

E, a questo proposito, ricordo pure l’elogio funebre in memoria di Pietro Micheletti: una cosa decisamente degna di Persio. Quivi il poeta parla, schiaffeggiandoli, di coloro che si affrettano a celebrare dopo morte quelli, che in vita hanno disprezzato. E la solita storia del sit divus dum non vivus!

.... Meco ciascun ti piange e ti sublima
meco ciascun ti acclama.
Che peccato che a te di tante lodi
non ne giunga pur una,
e che non sai che fartene, nè ci odi
da quella nicchia bruna!
Peccato? no. Che non ti salti il grillo
di rilevar la nuca...
Non curarti di noi, dormi tranquillo
dormi ne la tua buca!
Che se tu ritornassi a noi dinnante
pur collauro a le chiome,
o d'Alfieri con l’anima, o di Dante
col glorioso nome,
trar tu dovresti nel fango la vita
Un’altra volta, o Piero.
Ne ti varrebbe la potente, ardita
aquila del pensiero!
Poeti, io tronco qui l’ilare o mesta
storia de’ casi suoi:
Altro non so. — Ma, e l’inno d’uso? — Questa
parte la lascio a voi.
A voi, poeti, a l’inno de la tomba
facili e pronti ognora.
Su da bravi, così, mano a la tromba.
Sonate! è questa l’ora.

Ma sentite, infine, con che ironia pungentissima parla a una tal Francesca. Libero e padrone, poi, il femineo e lacrimoso Nencione di non nominare tra i moderni umoristi G. A. Costanzo:

Io ti chiedo perdon, se mai ti offesi,
cara Francesca, ad invitarti a cena:
se per tanta beltà non altro spesi
che dieci lire appena.
Io so che quanti mai ti stanno a’ fianchi
ti spendono, così, come per gioco,
sera per sera, più di cento franchi,
e ti sembrano poco.
Io ti chiedo perdon, se ti ho parlato
grullo, grullo che fui! di gloria e d’arte...
L’arte per una donna del tuo stato,
c’entra, ma in poca parte.
C’entra... ma solo in quanto può giovarti
la coccoveggia del cartello al nome;
così che sapran tutti a ritrovarti,
il quando, il dove, il come.
...........................
Io ti chiedo perdon. se mai t’ offersi
tremando, unico mio possibil dono,
qualche povera strofa... Oh, ma i miei versi
per te che cosa sono?
........................
Io ti chiedo perdon, cara, se mai
in qualcne istante in cui spumeggia il cuore,
nel delirio di un’ora, io ti oltraggiai
parlandoti d’amore!
Parlar d’amore a te che n’hai gli orecchi
laceri tra le quinte e notte e giorno,
che di amanti ce n’hai., giovani e vecchi,
un nuvolo d’intorno...
Oh, perdona, Francesca, avrò per poco
sognato (chi non sogna a la gioconda eta?);
ma, via, finisca il brutto gioco,
la farsa invereconda.

VI.

Abbiamo, adunque, in G. A Costanzo, due poeti, due maniere diverse, l’una oh quanto diversa dall’altra! Abbiamo il poeta dell’affetto e abbiamo il poeta della ribellione, dell’umorismo. Chi ama perdutamente le quistioni di lana caprina potrebbe, per esempio, profondarsi nel cercare se sia preferibile il Costanzo della prima maniera o il Costanzo della seconda maniera. Questo però, si può dire, che quest’ultimo Costanzo non è il Costanzo battezzato dal Settembrini come il poeta dell’affetto e della famiglia; amato dal Manzoni come il poeta della spontaneità, della bontà e della grazia e contro la cui coscrizione militare il Dall’Ongaro tenne una pubblica conferenza in Firenze. Quest’ultimo Costanzo è, direi quasi, un Costanzo violentato. Senza dubbio, non era egli nato pel disprezzo, per l’odio, per la satira mordace, per l’invettiva giovanelesca. G. G. Rousseau, dinanzi a questa violenza patita dall’ anima del poeta dell’ Anima nelle strettoje del consorzio civile, tristamente ripeterebbe, confermandolo con una splendida pruova, il suo noto principio: « L’ uomo, naturalmente buono, è fatto tristo dalla società. » Se poi dovessi dire la mia opinione, opinione molto personale, a me sembra che il Costanzo vero, legittimo, autentico sia il poeta dall’ eterna poesia dell’anima; il poeta spontaneo; il poeta elegiaco dal profondo e mesto sentimento della natura, che mitiga le lacrime col sorriso lieve e sapiente; il poeta che scrive questa Pace:

Su questo monte, libera, tranquilla,
traggo un mese la vita; la ciarliera
plebe qui non m’assorda e non mi assilla
qui de’ clienti l’importuna schiera.
Albeggi o annotti, qui non giunge squilla
o fischio di campana o vaporiera;
qui schietta poesia, qui pace vera
tra un fior che sboccia e un passero che trilla
Com’è bello qui assiso, a cielo aperto,
di fronte il mare, assistere, romito,
al notturno spettacolo sublime!
In questa orchestra di note e di rime,
fra tante forme dal profilo incerto,
come l’anima s’apre a l’infinito!

Non ostante tutto questo, il poeta persiste nella sua ribellione; ribellione contro la natura, ribellione contro la societa! Cosi egli canta nell’ode al Marzo;

Combatti. La natura
di attentati e di lotte anch’essa vive;
anch’essa, come noi, col sacrifizio
de le sue leggi, la sua storia scrive.
Io t’amo, Marzo, t’amo
ne’tuoi vezzi e ne’tuoi sdegni protervi,
ne le tue ebbrezze e ne le tue vertigini
e fin nell’urto de’ tuoi stessi nervi.
T’amo ne le tue lune,
ne le cento stranezze, ne la fiera
anima di ribelle ardito e giovane
e ne la gloria de la tua bandiera.

Mi diceva, poi, poco tempo fa: — Il mio odio contro il fango non è sfogato del tutto ancora. Ma, da qui in avanti mi servirò della prosa. Il verso è per sè troppo nobile per maneggiare lo scudiscio.

VII.

G. A. Costanzo, tuttavia nel fiore degli anni, vive in Roma modestamente, senza corteggio di amici e di adulatori, insegnando, ossia sacrificando tante belle ore del giorno all’ insegnamento della letteratura italiana presso l’ Istituto femminile superior dove sostitui gratuitamente per tanto tempo, nella qualità di Direttore, il Prati. Chi la mattina o verso le due passeggiasse per Via Nazionale non sarebbe difficile che vedesse salire e scendere, tutto solo, immerso ne’propri pensieri e nelle proprie meditazioni, un uomo corto e tarchiato, eternamente vestito di nero, dal cappello alla Lobbia, dalla faccia larga ed espansiva, dagli occhi sempre lucenti e mesti, tali quali, circa vent’anni sono, erano comparsi al Settembrini. E Giuseppe Aurelio Costanzo che va o viene dalla scuola. Come l’ avete immaginato leggendo i versi, così lo trovate nella vita. Semplice, sincero, affettuoso, capace di alleviare i vostri guai e di piangere insieme con voi — senza maschera, così, per impulso spontaneo. Ma osservatelo bene, e vedrete, che ha delle guardatine così ladre, de’sorrisetti così socraticamente maliziosi, de’lampi d’ ironia così amabilmente sottile da farvi comprendere che il poeta, in fin de’conti, conosce il mondo e sa compatirne all’occasione le miserie. Benchè abbia esordito come insegnante normale, è stato più volte Segretario di Gabinetto di parecchi ministri della Pubblica Istruzione. Ma n’ è uscito come v’ era entrato: senza aver preteso nemmeno i soliti pinguissimi soprassoldi.

Quando, alcuni anni sono, alcuni belli spiriti l’ attaccarono, egli disse sorridendo agli amici:

—- Si, hanno ragione. Ma si sono dimenticati di una cosa. Non hanno ricordato che, quando essi vagivano in cuna, io ero lanciato nella rivoluzione del 1860 o davo la caccia a’ briganti della Calabria.

Perchè il Costanzo, soldato e poeta, tiene, come Eschilo, più alla gloria di soldato, che alla gloria di poeta. Ma non è vero il Nemo propheta in patria! Il poeta, in questi giorni, quasi compenso agli affanni tutti della sua vita errabonda e avventurosa, ha avuto un’ alta e lieta soddisfazione; la soddisfazione più bella e più cara, cui grande scrittore possa mai aspirare. I suoi buoni e riconoscenti compaesani hanno battezzato il teatro col nome di Giuseppe Aurelio Costanzo, ornandolo pure del busto del poeta. Lo meritava questo il poeta! Quel paesello, egli lo ha costantemente celebrato con versi.tenerissimi.

Sono dieci anni, o vaga Ibla natia.,
che da le tue montagne erro lontano;
e son dieci anni che sospiro invano
i tuoi floridi colli, o patria mia!

Roma, Marzo 1886.