Guerino detto il Meschino/Capitolo III

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo III

../Capitolo II ../Capitolo IV IncludiIntestazione 5 marzo 2016 100% Da definire

Capitolo II Capitolo IV
[p. 13 modifica]
Guerino detto il Meschino p0033a.png


CAPITOLO III.


Grande torneamento alla corte di Costantinopoli.


L’imperatore intorno a questo tempo fece consiglio di maritar Elisena, e fece perciò bandire che del mese di maggio si sarebbe fatta in Costantinopoli una fiera libera, cui da mare e da terra Cristiani ed Infedeli potevano venire e tornar liberi e spediti, con salvo condotto libero per sei mesi. Nel detto bando si conteneva che l’imperatore di Costantinopoli faceva corte1 bandita, e giostrare2 per tre giorni, e che qualunque vincerebbe la giostra, guadagnerebbe un’armatura ed un cavallo coperto di [p. 14 modifica]drappo alessandrino, intendendo che ogni signore non sottoposto ad altro signore possa menar cavalli cinquanta, e chi è sottoposto possa menare soli venti cavalli, e ogni altro cavaliero cinque e non più, ogni Saraceno poi o Turco o Infedele, re, imperatore o duca non più di venticinque, e non più di dieci cavalieri i signori solo di città.

Fu inteso il bando per tutto il mondo, e d’ogni parte vennero più di cinquemila cavalieri e molti signori, già da gran tempo esercitati in ogni sorta di simili giuochi per giungere a trionfare in questa gran festa, dove erano spettatori i più distinti personaggi d’Europa. Fra gli altri vennero due figliuoli d’Astiladoro re di Turchia, l’un de’ quali aveva nome Torindo, e l’altro Pinamonte; e venne di Macedonia Apolidas, Anfimontus re d’Assiria, Brunas re di Liconia, e Napaler re d’Alessandria, ed Anfilio figliuolo del re di Persia, e Madar e Napar d’Albania; venne Costantino dell’Arcipelago, Archilao e Amazzone di Scio, e molti altri Saraceni e Cristiani. A chi menasse più cavalli era pena, secondo l’ordine del bando, a’ Cristiani perdere l’arme e i cavalli, ed ai Saraceni la vita. Ciascuno trovò l’alloggiamento apparecchiato per sè e suoi cavalli. Tutti i signori erano alloggiati dentro della città, e fuori della città gli altri. Il tempo della giostra si approssimava, e ordinato tutto quello che faceva bisogno, e fatto sulla piazza grande palancato o steccato, dove solamente quelli che giostravano dovessero stare solo con un famiglio3 e non [p. 15 modifica]più, l’imperatore fece bandire che a pena della vita niuno ardisse d’entrare nella giostra, se egli non era gentiluomo e non potesse provare esserlo veramente.

Il qual bando molto dispiacque al Meschino per essere a lui la giostra vietata solo per non poter provare sè essere gentiluomo. E la mattina dinanzi essendo a servire Elisena, gli venne il pensiero di sè e della sua triste condizione, e cominciò a lagrimare sospirando. — Che hai tu, Meschino?», disse Elisena; ed egli rispose: — Io ho gran dolore di me, che non vorrei esser nato al mondo». Le dame che erano a tavola con Elisena, si mossero a compassione, e ragionando fra loro di lui, ognuna diceva la sua. Alcuna diceva: «Ei debb’essere Albanese»; ed una donna di tempo, madre di due damigelle, che era appresso di loro, disse: «Tacete, chè la sua vista dimostra esser gentiluomo e di nobil nazione; e volsesi al Meschino, dicendogli: — Sii pur valente, che sarai amato da ogni persona, se tu farai bene». Il Meschino s’inginocchiò e ringraziolla.

Venne il giorno della giostra, la quale dovevasi fare a ferri puliti, e furono eletti tre baroni che dovessero giudicare quel che si portasse meglio nella giostra, i quali baroni stavano in luogo eminente4 per poter ben vedere chi meglio combattesse.

Venuto il primo giorno della giostra, tutta la città risuonava5 d’armi, d’istrumenti e di cavalli, e la giostra cominciò la mattina per quelli di bassa condizione6. Il Meschino stava ad un balcone [p. 16 modifica]del palazzo a vedere, e come si faceva un colpo, si mordeva le mani, grandemente sospirando. Alessandro il vide, e pose mente a quello ch’egli faceva, e pianamente venutogli dietro stette ad udir quello che diceva. Intanto il Meschino disse fra sè: — Ahimè lasso dolente!» e dettesi delle mani sul volto. Allora gli disse Alessandro: — Che hai? sei tu pazzo?» Il Meschino si volse, e disse: — Signor Alessandro, non ho io cagione di lamentarmi della mia fortuna a non saper chi sia mio padre, non potendo per questa cagione entrare nella giostra?». Alessandro non gli rispose, ma preselo per la mano, e menollo con lui in una camera segreta, e gli disse alquanto villania perchè così si disperava: «Considerando tu essere dal mio padre e da me tanto amato»; e promisegli, che mai non lo abbandonerebbe, e se egli volesse alcuna cosa domandasse. Il Meschino gli rispose: — O mio signore Alessandro, che mi varrebbe il domandar, se quello che vorrei, non può essere concesso, perciocchè il bando del vostro padre me lo vieta? chè la grazia ch’io vorrei, sarebbe una buona armatura e un buon cavallo, e poter secretamente entrare in questa giostra. — Taci, matto, rispose Alessandro, che ci son venuti baroni, de’ quali ognuno vincerebbe venti di noi». Rispose il Meschino: — Ora fossi io armato, che mi sento da tanto, che questo onore sarebbe mio».

Quando Alessandro vide il grande animo del Meschino, dissegli cortesemente: — Per questo non ti turbare, chè per mia fede, se il cuore ti dice d’aver onore, io ti armerò di fortissime armi secretamente colle mie mani, e metterotti fuori pel giardino del palazzo; ma guarda come tu fai, che il mio padre nol sappia, e portami onore; partiti dalla piazza presto che tu non sia conosciuto, quindi tornerai qui al giardino». Il Meschino così promise di fare. Allora si trovò molto allegro, ed essendo ora da mangiare tornò in sala, dove l’imperatore si pose a tavola coll’imperatrice e molte dame. Quella mattina il Meschino servì ad Elisena con molta allegria, onde Elisena il dileggiava motteggiando e ragionando con altre dame di lui. Alcune di esse dicevano: — Egli è [p. 17 modifica]allegro, che sarà innamorato di qualche dama»; alcun’altra all’incontro diceva: — Egli è allegro per troppo bere». A lui invece pareva mill’anni d’essere armato, e quella mattina poco si curò del mangiare.

Quando Elisena ebbe mangiato, andò colla madre ed altre dame sopra un luogo eminente alla piazza, dove tutta la giostra si vedeva. Il Meschino andò da Alessandro, dicendogli che l’armasse; ed Alessandro gli rispose non essere ancora ora. Andarono entrambi ad un balcone per veder cominciar la giostra da quelli di alta condizione. In questo giunse Madar di Durazzo, ed abbattè molti cavalieri. Venne poi in campo Costantino dell’Arcipelago, abbattendo ancora molti cavalieri, il quale poi giostrando con Madar tutti e due cascarono da cavallo. Il Meschino seguitò a pregare Alessandro che lo armasse; a cui egli rispose: — Io non voglio che tu stenti tutt’oggi coll’armi indosso; quando sarà tempo ti armerò. Stando ancora a vedere, videro arrivare in piazza Anfirione di Siria, il quale abbattè Napar di Durazzo e Madar suo fratello, ch’era rimontato a cavallo, e rimaneva vincitore del campo. Nel mentre giungevano in piazza molti giostratori, qua e là s’innalzavano i gridi degli araldi e de’ menestrelli, e della moltitudine; il Meschino all’incontro fremeva di non essere già armato.

Alessandro allora lo chiamò, e andato con lui nella camera dissegli: — Guarda come tu fai, imperocchè tu ti metti a gran pericolo per il bando dell’imperatore:» e soggiunse che sarebbe meglio non giostrare. Il Meschino se gl’inginocchiò a’ piedi, pregandolo a volerlo armare, e tanto fece che ottenne l’intento. Alessandro l’armò d’armi fortissime, e fece occultamente venire un grossissimo cavallo7. Pose al Meschino una sopravvesta di panno bisello, coprendone ancor lo scudo e parte del cavallo, senza niun segno8 nè divisa d’arme, e miselo fuori per [p. 18 modifica]la porta di dietro del giardino del palazzo, chè niuna persona non se ne avvedesse, avvisatolo prima che per quella porta ritornasse per lo stesso motivo di non essere conosciuto.

Il Meschino tolta una grossa lancia in mano andò in piazza, ed Alessandro serrata la porta, andò su in palazzo per vedere come il Meschino faceva, avendo gran paura che egli non fosse conosciuto. Giunto il Meschino in piazza e fattosi largo con molta prescia in mezzo alla folla, si levò gran romore tra la moltitudine, gridando ciascuno: Ecco il villano!9 Elisena non sapendo chi fosse cominciò a ridere, Alessandro all’incontro era tutto intento a guardare. Come il Meschino giunse dentro del palancato, un Turco gli venne incontro, cui il Meschino abbattè d’un colpo sì forte, che quel Turco morì; e presso tutti gli spettatori fu gran segno, che egli si fosse dimostrato tanto nemico del Turco. «Fu spinto certamente, essi dicevano, da qualche odio ereditario». Abbattè Anfirione di Siria, il quale era uno dei dieci più franchi della giostra, e per questo si levò un gran rumore, dicendo ognuno per maraviglia: «Chi può essere questo villano?» Alessandro molto se ne rallegrò, quando lo vide sì potente nell’armi, che non avrebbe prima creduto. Ed ecco il Meschino abbattere i fratelli Torindo e Pinamonte di Turchia, Brunas di Liconia, e molti altri cavalieri. Fra la moltitudine non fu più che un grido: «Viva il villano!» E come più volte fra la moltitudine si brama, ognuno desiderava che egli vincesse, e gridavano: Vittoria al villano! onore al figlio dei prodi! E non ebbe onore altri che lui, perchè voce di popolo voce di Dio. Al contrario i giostratori erano adirati contra lui, ed appena ebbe trionfato sopra Costantino ed il fratello, Anfilio di Persia con molti altri in flotta gli andarono addosso. Abbattè Anfilio e più [p. 19 modifica]altri; ma ebbe molti colpi, e fu per cadergli sotto il cavallo. Tuttavia per forza di speroni drizzatosi, fece cadere molti nemici, onde su per la piazza si levarono grida universali di applausi.

Elisena, che vedeva tanta bravura in quello sconosciuto, chiamò Alessandro, domandandogli chi fosse quel villano, che faceva tante maraviglie. In questo tempo fece il Meschino cadere ed uno Archilao ed Amazzone di Scio, e Napalor re di Alessandria, e più di quaranta cavalieri. Ma gli rovinò addosso furiosamente una sì grossa turba di giostratori, che Alessandro temendo, andò subito dall’imperatore suo padre dicendogli che era poca cortesia soffrire che tanto oltraggio fosse fatto a quel povero cavaliero, e che tanti gli andassero addosso in una volta. A quelle parole l’imperatore fece suonare la tromba, che indicava essere finita la giostra. Il Meschino appena sentì la trombetta, uscì della giostra10 per non essere conosciuto. Ciò vedendo la gente si facea beffe di lui, dicendo fra sè: «E’ debbe essere un qualche pazzo, ch’ha vinto la giostra, ed ora si fugge».

Tornato al giardino, Alessandro gli aperse le porte e poi le serrò, quindi disarmatolo, l’abbracciò e baciollo. Rivestito il Meschino, tornossi su nel palazzo perchè era ora di cena. Alessandro riposte le armi, e tenutene la chiavi egli stesso, fece menar intorno il cavallo senza alcun fornimento perchè non fosse conosciuto, e poi rimenare alla stalla. Egli pose grandissimo amore al Meschino per la sua valentigia.

Entrato Alessandro nella sala, tutti i baroni gli fecero largo, ed egli nel passare toccò il Meschino, che serviva avanti ad Elisena. Arrendevole al dolce invito della sorella si pose a cena con lei, nel mentre che tutta la corte cercava di ragionare dicendo: — Chi può essere quel villano che oggi ha fatto tanto in arme?» Alessandro per farli sempre più parlare, disse rivolto al Meschino: — Perchè non ti armasti tu? saresti andato contro quel villano. — Non mi gabbate, signore, rispose il Meschino, chè s’io avessi armi e cavallo non sarei peggio degli altri». Di questa risposta fu chi [p. 20 modifica]rise tra’ baroni facendosi beffe di lui; ma ridevasi egli insieme ad Alessandro più a giusto diritto degli altri, chè la maggior parte di quelli che lo burlavano aveva abbattuti co’ suoi colpi.

Intanto venne la notte. Alessandro e il Meschino la vegghiarono tutta per ispiccare i ricami d’una sopravvesta11, la quale era di drappo alessandrino, che dovea coprir lui ed il suo cavallo; e ciò perchè non fosse nel prossimo dì conosciuto.

Giunta la dimane, la giostra cominciò a buon ora per quelli di bassa condizione. All’ora del mangiare il Meschino serviva dinanzi ad Elisena e Alessandro a pranzo seco lei, e molti baroni che erano presenti motteggiando il gabbavano. Sopportava con quanto più poteva di pazienza le pungenti parole di quella nobiltà, sperando la mercè di Dio di farsene in qualche tempo vendetta. Intanto, mangiato ch’ebbero, Elisena con molte damigelle andarono ai balconi dove erano state l’altro dì, e subito il Meschino disse ad Alessandro: — Andiamo per la faccenda che tu sai». Più di quaranta baroni erano già entrati in piazza, e le grida erano grandi della gente che stavano a vedere, e dei giostratori che si portavano dentro allo steccato. Il Meschino, che andava confortandosi di speranze, fu subito accompagnato nel giardino da Alessandro, il quale, armato che l’ebbe con una lancia molto grossa in mano, e collo scudo al collo, gli mise a lato una spada, pregandolo che l’adoperasse, se nel partir della giostra gli fosse dato impaccio. — Questo aveva io nell’animo, rispose il Meschino, perchè altrimenti ne andrebbe la vita ad ambedue per il bando dell’imperatore». Montato a cavallo, ed uscito fuori del giardino, egli alla giostra, ed Alessandro andò su in palazzo per vederlo.

Appena il Meschino entrò nel palancato che gli vennero incontro Pinamonte di Turchia, e Torindo fratello di lui. Alla prima ricevette un gran colpo da Pinamonte tanto che vacillò sul cavallo; non si diè vinto per questo, ma seguitando a respingerli con forza tutti e due pervenne ad abbattere Pinamonte e rovesciare a terra Torindo col suo cavallo; perciò sulla piazza grandi grida. [p. T3 modifica]Vegliarono tutta notte per ispiccare i ricami di una sopravveste. [p. 21 modifica]Allora Brunas di Liconia vennegli addosso con Archilao ed Amazzone di Scio e molti altri gridando: «Ecco il villano di jeri». Il Meschino ebbe un colpo di lancia, ma Brunas andò per terra egli ed il cavallo. Archilao ed Amazzone cogli altri si dissiparono, onde tutti i baroni gridavano al villano dispettosamente. Per questo temendo Alessandro montò a cavallo, e venne in piazza con grande compagnia d’armati. Napar, Madar e molt’altri con le lance arrestate erano per correre verso il Meschino, quando Alessandro si mise fra loro dando del bastone nelle lance loro e dicendo: — Questa è gran villania; qual gentilezza regna in voi, che contra un cavaliere andate in cento, e pur venite a gran torneamento per acquistare onore? Voi chiamate altri villano, ma villani mi parete voi12». E fece andare una grida che a pena della vita nessuno combattesse, se non lancia con lancia e l’uno l’altro.

Allora Costantino dell’Arcipelago immaginò per il bando gridato, che Alessandro conoscesse chi fosse questo combattente, e chiestogli perciò se sapeva chi fosse, Alessandro rispose: «Io non lo conosco, nè so chi sia; ma sia chi si voglia essere, egli è il più franco uomo che mai vedessi in vita mia. — Egli m’ha abbattuto due volte, riprese Costantino, mi voglio ora provare la terza;» e così andogli contra. Il Meschino lo abbattè tanto, che quel dì rimase vittorioso di cinquanta signori; per questo adirati, tutto lo sforzo de’ giostratori gli si rivolse addosso. Alessandro, che ne dubitava, si fece all’orecchio de’ trombettieri, e comandogli, appena uscito lui, di suonare. Fecero come disse; per la qual cosa mentre erano molti accordati di andar in quel punto addosso al Meschino, non vedendosi più Alessandro, gl’istrumenti suonarono. E come gl’istrumenti suonarono, il Meschino uscì subitamente del palancato, e si ritirò nel giardino a disarmarsi.

Alessandro, governato che ebbe le armi e il cavallo, venne dalla sorella, alla quale il Meschino serviva. Essa gli domandò chi potesse essere colui che due dì aveva avuto vittoria alla giostra? Rispose Alessandro di non sapere, e voltosi al Meschino, disse: — Che pagheresti ad esser tu sì forte?» Egli sorrise. Elisena andò [p. 22 modifica]poi dall’imperatore, e pregollo gli fosse di piacere di far trovare chi fosse colui che aveva vinta la giostra. L’imperatore mandò per Alessandro, e comandogli che facesse spiare chi fosse colui che era chiamato villano. Alessandro disse: «Sia chi si voglia, è un valente uomo: che se fosse qualche poveretto perchè non fargli onore? — Sia chi si voglia, risposegli l’imperatore, fa ch’io lo sappia. — Sapete voi il bando, che gli va la vita se non è gentiluomo? — S’egli avrà fallato contro il bando, sarà punito, chè voglio esser ubbidito». Queste parole egli le pronunziò da re.

Alessandro, incontrato il Meschino, lo rese consapevole di tutto, a cui il Meschino: «Ogni cosa sta a te». Intanto egli aspettava il terzo dì della giostra.

La terza mattina fu messo in piazza un cavallo molto grosso e bello, ed un’armatura compita, cioè: scudo, lancia e spada con tutto quello che abbisognava ad un uomo da essere armato per andare alla battaglia. E questo era il prezzo che si doveva dare a colui che avrebbe vinta la giostra come i due giorni passati. Quel dì del premio, e l’ultimo della festa, ogni cosa era in movimento. La corte era messa alla gala più lussuriosa, e tutto il popolo sollazzando assembravasi intorno la piazza per vedere chi doveva essere il vincitore. Una folla di menestrieri con ogni sorta di strumenti stava lì pronta a celebrare le prodezze di quella giornata. Valletti e messi snelli e spediti avevano l’ordine di accorrere là dove il servizio delle lizze chiamerebbeli, o per somministrare armi ai combattenti, o per contenere la moltitudine nel dovere. Alessandro aveva messi certi armati all’entrata dello steccato con ordine di cercare con piacevoli forme chi erano coloro che venivano alla giostra non palesandosi. Coloro stavano dove dieci, dove otto, ed in tutto erano cento. Poichè ebbero pranzato, il clangore delle trombe annunziò l’arrivo de’ cavalieri, armati ed equipaggiati superbamente, e seguiti dai loro scudieri a cavallo. Ognuno prese a girare nella piazza, e suonato il corno la giostra incominciò grandissima.

Alessandro, chiamato segretamente il Meschino, dissegli quello che era ordinato, e pregollo che non si armasse. — Vada la cosa come si voglia, rispose il Meschino, io mi armerò se tu mi concederai le armi;» ed Alessandro l’armò al luogo usato, e dettegli una [p. 23 modifica]sopravvesta di cendalo bianco con una buona spada, e gli disse, come si accomiatò da lui: «Se alcuno ti volesse far forza di ritenere, fa che la spada ti faccia far largo». Il Meschino aveva così promesso di fare.

Quando egli giunse in piazza v’erano già tutti i signori, ed ognuno stava attento guardando qua e là se il villano arrivava. Ma il Meschino non era per anco conosciuto, perchè vestito di bianco. Come egli entrò nel palancato, la giostra era grandissima, onde arrestò subito la sua lancia ed abbattè un cavaliero. Per questo si levò grandissimo rumore per il campo, conoscendo e dicendo: «Quel vestito di bianco si è il villano che ha vinto gli altri due giorni il torneamento». Il Meschino fece le usate prove di valore contro Torindo, Pinamonte e Costantino. Elisena presa di grande amore per quello sconosciuto fece allora chiamare Alessandro, a cui disse: «Caro fratello, ti prego che tu metta ad esecuzione quello che nostro padre ti comandò, e che tu sappia chi è quel cavaliero vestito di bianco, perciocchè mi par quello che i dì passati ha vinta la giostra». Ed Alessandro soggiunse: — Sorella mia, sia chi si voglia, egli è franca persona; ora mi par peggio di voler sapere chi sia; però se egli è Cristiano, mi par tanta la sua virtù che la si saprà bene, ma se all’incontro è Saraceno, tu sai ancora che gli va la vita per il bando del nostro padre. — Tuttavia, essa riprese, se tu lo puoi sapere non lo palesare all’imperatore, ma fa ch’io lo sappia, che da me mai non lo saprà persona del mondo. — Lascia fare a me,» la confortò con queste ultime parole Alessandro, e partissi da lei dicendo fra sè medesimo: «Dio me ne guardi ch’io tel dica, quantunque mia sorella; così lo potrei dire ad un trombetta che lo andasse bandendo».

In quel mentre mandò l’imperatore dicendo ad Alessandro ch’e’ si armasse e montasse a cavallo, e che sapesse chi era quel cavaliero vestito di bianco. Alessandro ubbidì, ed armatosi venne in piazza nel punto che molti valenti giostratori andavano addosso al Meschino con grandissima ira e forza. Alessandro passò fra mezzo questa baruffa, e fece andare la giostra ordinatamente. Quindi accostavasi al Meschino, parlandogli secretamente se niuno se ne avvedeva, e quando era in mezzo tra molti, simulando di non sapere chi egli fosse, domandava forte: «Com’è il vostro [p. 24 modifica]nome, o gentiluomo?» E faceva vista di accostarsi alla visiera per conoscerlo; ed alcuna volta faceva gettar la lancia, ed egli la porgeva: alcuna volta si faceva a giostrar con lui; comandò poi a que’ della guardia di portarsi onestamente. Il franco Meschino fece in questo giorno maggior prova che non aveva egli fatto negli altri due antecedenti, tanto che ogni uomo molto si maravigliò della sua gran possanza.

Venuta l’ora di dar fine alla giostra, suonarono gli strumenti, ed il Meschino avendo fatto per uscire del palancato, si vide improvvisamente fermato dalle guardie. Alessandro stava a vedere come la cosa riusciva, con animo di non lasciare che si sforzasse il Meschino. Questi appena si vide far cerchio, cominciò a spronar il cavallo, gettando or questo or quello. Ma la calca era sì grande, ch’egli non poteva romper la pressa, e molti misero inoltre le mani al freno del suo cavallo pregandolo di dire il vero nome, ed altrimenti se non lo dicesse, minacciando di presentarlo all’imperatore.

A queste parole il Meschino gettò via la lancia, e tratta fuori la spada, a’ tre, che avevano preso il cavallo per la briglia, tagliò al primo colpo le mani, e l’altro colpo dette ad un contestabile sulla testa, che gli mise la spada infino ai denti. Allora ogni uomo gli dette la via. Molti nullameno il seguitarono furiosamente fuori di piazza fra mezzo le grida della moltitudine, ma egli appena rivoltosi, ognuno ritornò fuggendo. Veggendo poi che in quel momento per la terra non era persona, si affrettò ad entrare nel giardino prima che la gente comparisse. Colà si disarmò, e lavossi il viso, e vestissi, e tornò in palazzo, perchè già suonavano gli istrumenti alla cena. Alessandro secondo il costume rigovernò le arme ed il cavallo, perchè non fossero da nessuno conosciute, mentre disarmati i baroni erano anch’essi venuti su in palazzo a cena coll’imperatore. La gran festa della giostra era finita, e l’onore non era dato a persona alcuna. Quando furono tutti a sedere Elisena domandò al Meschino dove egli era stato per quel giorno.

— In piazza, rispose.

— Hai tu veduto quell’armato vestito di bianco che ha vinto la giostra?

— L’ho veduto, ed ancora toccato. [p. T4 modifica]Il Meschino non rispose ed ella sospirò. [p. 25 modifica]

— Sai chi egli possa essere?» Il Meschino non rispose, ed ella sospirò13.

In questo venne Alessandro, il quale salutato con molta cortesia da que’ signori, e postosi quindi a sedere con loro, udì le molte parole della giostra che erano per la sala; chi vantandosi di una cosa e chi d’un’altra. Ma soprattutto egli era da dire chi avesse vinta la giostra. Nessuno de’ baroni che erano venuti, era stato nascosto da poter dire: Io son desso. Nè che fosse stato Alessandro si poteva giudicare, poichè da tutti egli era stato veduto, e con tutti aveva parlato, onde grande contesa di opinioni e di giudizii.

Quando ebbero cenato, l’imperatore fece chiamare il figliuolo Alessandro, domandandogli chi fosse quel cavaliero vestito di bianco, che aveva vinta la giostra. Alessandro rispose d’essersi molto affaticato per conoscerlo, e non aver potuto. Per questo l’imperatore fece fare un bando, che qualunque pria l’assegnasse alla corte, avrebbe avuto un bellissimo dono, tanto quanto montava il prezzo del dono assegnato al vincitore. Nè anco per questo mezzo gli fu dato di trovare chi fosse.

La vegnente mattina fece l’imperatore convocar tutti i baroni nel real palazzo innanzi a lui medesimo, e fatto venire que’ tre gentiluomini ch’avevano a giudicare la giostra, comandò che giudicassero chi aveva vinto. Essi risposero che l’onore non si poteva dare se non a quel cavaliero che non si trovava, e non vedevano che ad altri si potesse concedere. Conciossiachè tra tutti i cavalieri e signori non fosse un solo, il quale non fosse caduto; se [p. 26 modifica]non colui che non si rinveniva. «Non si può dar l’onore, seguitavano i giudici, a chi è stato abbattuto, e ad ogn’altro di questi baroni potremo sempre opporre qualche difetto, in vece che a quello sconosciuto cavaliere non si può opporre nulla, cosicchè se costui comparisse da qui a dieci anni, e vi addimandasse il prezzo della giostra, voi sareste tenuto a darglielo, perchè questo è appunto il tempo fisso entro cui si possa presentare liberamente colui che vince, come porta il vostro bando14».

Per questa cagione non fu dato onore a nessuno; e tutti que’ [p. 27 modifica]principi e baroni presero licenza dall’imperatore di Costantinopoli per tornar a’ loro paesi. Ognuno di que’ cavalieri non sapeva come darsi pace dal non aver rotta la baldanza del villano, qual essi chiamavano colui che aveva osato di arrestare la lancia contro loro, e tolta ogni speranza di acquistare l’amore e la mano della figliuola di sì possente imperatore. «Chi sarà egli mai?» andavano fra loro dicendo. Così ritornarono alla patria loro privi di gloria e coll’animo contrito dalla vergogna, ma alcuno di essi ne macchinò vendetta!


Guerino detto il Meschino separatore.png



Note

  1. La corte bandita si faceva col mandare un bando o pubblico invito per i vicini e lontani paesi, onde trarre a qualche festa o spettacolo di cavalleria anche i gentiluomini e principi stranieri. Rolandino Padovano sotto il 1206 parla di una corte bandita tenuta in Vicenza da Ezzelino da Romano. Un’altra ne accenna Donizone nel 1039 nella vita di Matilde. Can Grande della Scala tenne corte bandita in Verona nel 1328! la quale durò un mese. A questa corte fu Dante! Tutta la razza de’ giullari allora in grande considerazione interveniva a simili feste, massime quelle celebrate per nozze. Non mancavano a tali feste anche que’ poeti che soleano andar per le piazze cantando le favolose imprese d’Orlando e d’Oliviero. E basta leggere il Muratori nella Dissertazione XXIX sopra gli spettacoli ed i giuochi pubblici de’ secoli di mezzo, per avere un’idea della magnificenza e dello splendore con cui tali feste venivano celebrate.
  2. «Faceansi anticamente i torneamenti convenendo i cavalieri di varie nazioni a combattere dentro uno steccato per acquisto di gloria e d’onore, e in essi l’uno feriva l’altro a fine di morte, se non si chiamava vinto. A differenza della giostra, in cui l’uno cavaliere correva contro l’altro coll’aste broccate col ferro di tre punte, nè si cercava vittoria, se non dello scavallare. Nei tornei si combatteva a riprese e giravolte, prima uomo contra uomo, poi truppa contra truppa; e dopo la zuffa destinavasi dai giudici il premio al più prode cavaliere e miglior tiratore di spada».
  3. Questi famigli che accompagnavano il cavaliere ad un vero o finto combattimento erano nobili o ignobili, quelli erano detti paggi, donzelli o domicelli, e questi scutiferi. Caffaro ne’ suoi Annali Genovesi, parla di cinquanta cavalieri di Tommaso conte di Savoja, ognuno de’ quali marciava cum donzello et duobus scutiferis. Questo nome ed officio era anche comune allo scudiere. Questi seguiva il cavaliere appena montato sul suo grande cavallo, attento a tutti i movimenti di lui, a consegnargli la spada, a dargli in ogni evento nuove armi, a rialzarlo se caduto, a presentargli un nuovo cavallo, se l’altro troppo affaticato, a scansargli i colpi dell’avversario, e procurargli ogni sorta di simili vantaggi nella furia del combattimento.
  4. Erano palchi innalzati intorno alla barriera, soventi volte a mo’ di torri e decorati colla più possibile magnificenza. Da questo luogo eminente assistevano allo spettacolo i re, le regine, i principi, le dame e damigelle, ed in vari siti determinati avevano lor posti i giudici, detti marescialli di campo, ai quali toccava il far mantenere nel campo di battaglia le leggi sante della cavalleria, e quindi proferire il loro giudizio. Fra questi vi era anche il giudice di pace. Egli era scelto dalle dame, e dovea essere attento ad interporre la mediazione per qualche cavaliero che per inavvertenza avesse violate le leggi del combattimento. Il campione delle dame, così detto, era armato di una lunga lancia sormontata da una cuffia, la quale abbassata sull’elmo del cavaliero in segno di salvaguardia, dinotava che era subito assolto del suo mancamento, e perdonato.
  5. I cavalieri che andavano al torneo, dovevano suonare il corno per rendere avvertiti gli araldi di portarsi a riconoscere e descrivere i loro stemmi; ciò che fu poi detto blasonare onde il nome di Blasone.
  6. I cavalieri si dividevano in due ordini principali, degli alti e de’ bassi cavalieri. I primi erano titolati e Banneretti; i secondi si chiamavano anche Baccellieri. Essi erano di quel rango che gli scrittori appellavano minores milites ovvero milites mediæ nobilitatis. I bassi cavalieri, quantunque ricchi, non potevano innalzare bandiera, per mancanza d’un numero sufficiente di vassalli.
  7. Dice il Muratori, che i cavalieri usavano cavalli grossi e gagliardi. Il cavallo per giostre e torneamenti doveva essere magnificamente coperto d’una stoffa di seta coll’arma propria del cavaliere. Lo scudo poi, era talvolta coperto di lamine di ferro o di scaglie d’avorio, il quale pendeva dal collo per mezzo di una coreggia.
  8. Quantunque fin dai primi tempi del medio evo i cavalieri usassero qualche arma od insegna, onde fosse conosciuta la nobiltà della loro persona, pare tuttavia che un tal segno non fosse ereditario di padre in figlio, e che ognuno potesse portare a capriccio sulle proprie armi qualunque distintivo; poichè è provato abbastanza che non dai pubblici duelli e dai tornei prese origine l’uso degli stemmi e scudi gentilizii, ma bensì dalle Crociate, sapendosi che tali segni non divennero ereditari che verso l’anno 1230, cioè sotto Luigi XI. Lo stesso Malliot è d’opinione che i Crociati inventassero le arme per le quali potessero distinguersi l’un l’altro framezzo la confusione delle mischie.
  9. Così detto perchè non aveva in sè niun segno nè divisa d’arme. Onore al figlio de’ prodi era l’acclamazione con cui venivano comunemente salutali dagli araldi que’ cavalieri che facevano qualche valentigia in simili combattimenti.
  10. L’eruditissimo Muratori fa derivare Giostra da Chiostro, dello Chiostra dai Toscani, e dai Lombardi Giostra, vale a dire il palancato ovvero lo steccato in cui si facevano tali spettacoli.
  11. Simile sopravveste era forse il sorcotto, cotte d’armes, specie di piccolo mantello aperto ne’ fianchi e colle maniche corte che scendeva fino all’umbilico, formato a maniera di tonicella, e foderato talvolta di ricca stoffa, che i cavalieri portavano ne’ tornei e in guerra sotto il giaco di maglia.
  12. Era uno dei principali regolamenti delle giostre che molti non potessero riunirsi contro un solo.
  13. La prodezza, il valore e la forza con cui un cavaliere si era in simili giuochi mostrato agli altri superiore, bastava per acquistare l’affezione e l’amore delle più belle dame. Così quello solo che era stato il più valoroso di tutti poteva esser degno d’esser amato dalla figliuola dell’imperatore. Nelle vere come nelle finte battaglie il desiderio di piacere alla donna era il più forte stimolo alla virtù. Supponevasi che la più bella non potesse amare che il più prode. Perciò a quei tempi l’amore non fiaccava gli animi, che anzi della debolezza e della vigliaccheria faceva il maggior delitto, ed una macchia d’obbrobrio incancellabile. Per l’amore dovevano i cavalieri emularsi gloriosamente l’un l’altro a vantaggio della patria. Tutti i discorsi delle donne tendevano ad infiammare sempre più il coraggio degli amanti loro. Alain Chartier nel suo poema rappresenta la dama di un cavaliere uscito sano e salvo dalla battaglia per mezzo di una fuga vergognosa. La dama e nell’atto della più crudele desolazione per aver portato amore ad un cavaliere vile. Secondo le leggi d’amore, ella disse, io l’avrei desiderato piuttosto morto che vivo.
  14. Prima di dar fine a questo capitolo, mi pare cosa non inutile affatto il fare qualche osservazione precisa e facile intorno alle giostre, tornei, e simili spettacoli de’ secoli di mezzo. Il re Teodorico, quell’inclito re de’ Goti, che aveva cuore da Romano, istituì alcuni finti combattimenti, dove si avessero ad esercitare in tempo di pace gioventù e soldati, sicchè l’ozio non arrivasse a portare in essi la corruzione. I Longobardi, e dopo essi i Franchi, sembra che abbiano conservato un tale esercizio militare, che dicevasi torneamento, e non affatto ignoto a’ Greci e Romani. Egli era un ordinarsi in varie schiere di cavalieri armati, i quali formavano varii giri co’ loro cavalli, e si ferivano con lancie e spade ottuse od acute, onde il finto convertivasi spesse volte in vero combattimento, e molti restavano feriti e morti. Da ciò la proibizione de’ tornei fatta nel 1139 dal Concilio Ecumenico Lateranense secondo. Il Boiardo parla delle giostre e de’ tornei dati da Carlomagno in Parigi in siffatto modo:

         «Ed ogni giorno giostre e torniamenti
         In piazza far facea, giochi e bagordi
         Per compiacer a i suoi baron possenti,
         Ch’eran d’acquistar lode e fama ingordi,
         Acciò che delle sue fiorite genti
         Di l’arme oprar ciascuno non si scordi, ecc.».

    si vede che il loro fine particolare era un continuo esercizio all’arte della guerra.
    L’origine dei tornei viene comunemente stabilita nel secolo XI, ma essa può farsi ascendere alla più remota antichità, ai tempi cioè, in cui le nazioni cominciarono a far la guerra con qualche buono ordinamento. Fuvvi perfino chi li fa derivare dai giuochi troiani, istituiti da Ascanio, e che quindi fossero detti torneamenti quasi troiamenti. È certo però essere essi stati in uso dal principio del quinto secolo, come attesta Giovanni Cassiano negli Instituti dei SS. Padri. Egli scrisse al capo VII del libro V: «Chi vuole e desidera di pervenire alla gloriosa corona et onore della vittoria, et diventare valenti et coraggiosi: in prima se exercita et usa di ferire et percuotere ad certi segni et poste a ciò ordinati di giostrare e di correre, ecc.». Du Cange attribuisce i tornei ai Francesi, e particolarmente a Gioffredo II, signore di Prulì, il quale li inventò l’anno 1061. Foncemagne fa ascendere l’origine de’ tornei verso la metà del secolo IX, e attribuisce ai Francesi l’onore d’averli istituiti, prendendo argomento dalla stessa parola derivata dal verbo tourner; altri infine vollero darne la gloria ai Tedeschi. Non si sa il tempo in cui li abbia avuti l’Italia. Di essi si parla in Italia fin dall’anno 1115 da Lorenzo Vernense nel suo poema de Bello Ballearico. Nel 1158 i Cremonesi sfidarono i Piacentini al certame che ora volgarmente chiamano turneimento. Ma fu soprattutto nel seguente che furono essi in uso in Italia, quando cioè Carlo I, conte di Provenza, conquistò Napoli e Sicilia co’ loro dominii. Principi e baroni adottarono tutti simili giuochi, e li facevano con gran magnificenza. E Dante ne parla come di cosa fatta universale nel principio del XIV secolo

    ... e vidi gir gualdane
    Ferir torneamenti, e correr giostra.

    Così in Italia come altrove furono da lungo tempo in uso i finti combattimenti di due o più cavalieri vegnenti gli uni contro gli altri, onde la differenza accennata di sopra fra giostra e torneo. Mi piace qui di osservare, che strettamente parlando, a nessun’altra nazione fuorchè ai Greci ed agli antichi Romani potrà attribuirsi l’onore della prima idea di siffatti spettacoli. Tutta la questione si riduce a stabilire fra qual gente ed a qual tempo sieno stati da principio praticati nel medio evo. E se cosa difficile riesce da una parte il determinare precisamente questo punto, non è per altro certo che Carlomagno recò da Francia in Italia lo spirito e gli usi della cavalleria, e che la Tavola Rotonda, specie di giuoco di armi come le giostre ed i tornei, è tanto antica, al dire dì Foncemagne, quanto il più antico ordine di cavalleria?
    Non solo ne’ tornei e nelle giostre si esercitavano i cavalieri a que’ tempi, ma in più altri giuochi di cui lungo sarebbe il dare partitamente la descrizione, come le Armi a outrance, ossia all’ultimo sangue, il Passo d’armi, il Carosello, la Quintana, la Corsa dell’anello, la Corsa delle teste, il Bagordare. Quello però che era il più famigliare, dicevasi Corte bandita, di cui si è più sopra discorso. Il padre Menestrier e Muratori parlarono a lungo di questi e degli altri pubblici spettacoli, che utile cosa sarà a consultare insieme a Bettinelli del Risorgimento Italiano, e al dottor Giulio Ferrario nella Storia ed analisi degli antichi romanzi di cavalleria.
    Conchiuderò notando che questi spettacoli erano principalmente praticati quando un principe o barone menava moglie, o quando era ammesso al cingolo militare. Lungo sarebbe il far minuto ragguaglio della magnificenza con cui i tornei venivano celebrati. Basti il dire che le dame erano generalmente l’anima di questi combattimenti, e che i cavalieri non terminavano mai alcuna giostra senza fare a loro onore un’altra giostra detta il colpo o la Lancia delle Dame. Alle dame apparteneva talvolta giudicare il premio al vincitore, il quale per soprappiù ne acquistava la stima e l’amore.