Guerino detto il Meschino/Capitolo IV

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Capitolo IV

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CAPITOLO IV.


Il re Astiladoro si muove a far guerra alla città di Costantinopoli,
dove il Meschino fa di molte intraprese.


CCome spesse volte interviene per la superbia, che quelli che hanno torto vogliono avere ragione; così fecero i figliuoli del re Astiladoro, i quali andarono dal padre, e dissergli come essi avevan vinto l’onore, e come l’imperatore non aveva voluto dar loro il prezzo, infin che egli non sapesse chi fosse quel cavaliere che era stato vincitore. Di più dissero come al villano non si doveva dar onore; e così fecero, che il re Astiladoro, il quale era signore della maggior parte della Romania, e per forza teneva la maggior parte della Grecia, udita la bugia, e gonfiato di superbia, si mosse a far guerra alla città di Costantinopoli. Per la qual cosa egli con tutte le sue genti vennero in distruzione di quella città.

La fortuna, che sta sempre apparecchiata a servir quegli che la cercano, chi ad un modo, chi ad un altro, secondo che a lei è in piacere, il più delle volte è contraria alla superbia, e questo perchè la superbia è contraria ad ogni bene, e perchè il superbo non vuole nessuno al pari di sè. Però fu ella cacciata dal cielo, e molti gran signori sono venuti a meno, e annullarono ogni loro [p. 29 modifica]bene, come ora intervenne ad Astiladoro, il aveva quindici figliuoli da portar arme, ed era signore di molte terre e reami. Egli comandava ai confini dell’Ungheria, ed era signor di Polonia e della Bosnia. Macedonia e lo stretto dell’Elesponto o dei Dardanelli ubbidivano a lui, insieme alla Frigia, Britannia, Paflagonia, Galizia, Assiria, ed ai due reami di Panfilia e Sicilia, e stendendosi inoltre suo impero infino ad Antiochia ed al mar di Satalia, ed in Turchia e Trabisonda nell’Asia. Questa era la gran potenza di quel re, il quale per piccola cagione turbò lo Stato suo per la superbia. Senza dimandare ad alcuno ed intendere il vero di quanto dicevano i due suoi figliuoli, e senza consiglio di persone, non aver essi ricevuto l’onore della festa, parve a questi sufficiente ragione di far la guerra all’imperatore. E radunata un oste grande di Turchi, e questi quindici figliuoli, con quindicimila armati cavalcò a Costantinopoli, e quivi pose il campo assediandola con tutta questa forza per terra e per mare. Fra i quindici suoi figliuoli v’erano ancora Torindo e Pinamonte, e con essi quattro re di corona: il vecchio e savio re Albaietro, il re Dolce Brando di Polonia, Astenico re di Paflagonia, e il re Musitar di Sacino in Turchia. Non si può dire lo spavento da cui fu preso l’imperatore a sì terribile nunzio! Egli mandò subito per tutta la Grecia per soccorso, ed ai signori Cristiani nell’Arcipelago, i quali promisero di dargli aiuto, salvo gli abitatori di Candia perchè erano Saraceni1. [p. 30 modifica]Assediata la città di Costantinopoli, il Meschino in quella gran paura si allegrava sperando mostrar la sua possanza in armi, e di vendicare a questo modo gli oltraggi della sua maligna fortuna. E mentre la città era in questa paura per l’imperio che era in tanto pericolo, un giorno andò il Meschino a servir innanzi Elisena, la quale stava molta dolorosa. Egli all’incontro ridevasene come colui che si sentiva di tanto valore da rompere la fronte orgogliosa ai Turchi. Per questo Elisena adirata contro il Meschino, disse: «Per certo tu dèi esser Turco; non ti vergogni, nè ti curi del nostro male, schiavo che tu sei? Che se no, e se tu sei poltrone davvero, togliti a me dinanzi». Per queste parole il Meschino si turbò molto forte, e senza nulla rispondere, si tolse subito dinanzi a lei, e si pensò di voler partire. Poi disse fra sè medesimo: «Quanto mi sarebbe di vergogna abbandonare il mio signore in questa necessità? massime per Alessandro, il quale mi ha fatto franco! Ora mi voglio rendere il merito di quello che egli mi ha fatto»; così egli fermò a non partire, e di non abbandonare mai Alessandro, cui egli molto amava, deliberando ancora di non [p. 31 modifica]armarsi infino che la città fosse in maggior bisogno. Ma soprattutto pensò a scacciare via l’amore che portava ad Elisena, il voltando in maggior odio.

Un dì Alessandro stava molto malinconico nella sala maggiore del palazzo, perchè non aveva speranza di soccorso. La città era in grande estremità, e non vedeva di potersi difendere, per non esservi stato il tempo necessario a far provvisione. Conciossiachè provasse quindi grandissimo affanno a veder il padre molto addolorato, domandogli licenza di assalire il campo. Il padre credendo che volesse assalire il campo, e fare una semplice scorreria nel terreno dei nemici, quindi tornarsene indietro, gli diede licenza, dicendogli ad una volta: «Ricordati di chi sei figlio, e guardati bene dal tralignare». Alessandro giurò in nome di Cristo, ed armatosi, e fatti anche armare tremila cavalieri, domandò poi al Meschino se voleva andarsene anch’egli; questi rispose che non sentivasi troppo bene. Non altro gli disse Alessandro, perchè l’animo suo era d’aver l’onore della battaglia, temendo, se il Meschino vi andasse, non gli togliesse l’onore. Il Meschino non si armò con intenzione di vedere la città in maggior bisogno, e rimeritare Alessandro di quel che avevagli fatto, acciocchè mai non gli potesse rimproverare che l’avesse francato.

Alessandro che volgeva nell’animo di salvare l’impero e la patria, andò fuori con tremila cavalieri, come di sopra si è detto; fermossi allato della città, e mandò successivamente un suo trombetta al padiglione del re Astiladoro domandando che mandassegli un campione con patto, che se questi vincesse, avrebbe avuta la terra, e se vincesse Alessandro, il re Astiladoro dovesse tornare nel suo paese. Andossi il messo, e giunto al padiglione, parlò ad Astiladoro esponendo la sua ambasciata, presenti i due primi figliuoli di lui. Subito Pinamonte s’inginocchiò dinanzi al padre suo, domandandogli di grazia questa battaglia. Gli altri fratelli altrettanto bramosi di gloria maggior, la volevano per loro, cosicchè nacque contesa fra essi per la preferenza. Il re ritiratosi a consiglio co’ suoi baroni, deliberò che Pinamonte fosse colui che dovesse avere quest’impresa, conciossiachè fosse egli di animo più forte, e avesse nei pericoli maggiore virtù che gli altri. [p. 32 modifica]

Armato Pinamonte venne in campo colla lancia in mano2, e disse gran villania ad Alessandro. Disfidato l’un l’altro, presero entrambi del campo, fortemente si percossero, e poco vantaggio vi fu. In fine ruppe ciascuno la sua lancia, ma pure Alessandro ebbe il peggio. Allora nella città cominciarono gran pianti, ed al pericolo d’Alessandro piansero l’imperatore coll’imperatrice ed Elisena. Rotte le lancie, si mise poi mano alle spade. I due combattitori fecero terribile e sanguinoso assalto uno contro l’altro, in cui Alessandro fu ferito aspramente nella testa e nel braccio sinistro. Essendo dalla molta fatica affannati, presero ciascuno alquanto di riposo, e cominciato il secondo assalto, Pinamonte gettò al primo colpo Alessandro da cavallo, il quale indebolito pel molto sangue sparso si arrese prigione per paura della morte. Pinamonte menatolo al padiglione di suo padre Astiladoro, Alessandro gli s’inginocchiò a’ piedi dinanzi, e facendo egli vista di non lo vedere, tanto stette ginocchioni, che cadde tramortito in terra per la moltitudine del sangue. Pinamonte fece subito portare Alessandro al suo padiglione3 quasi per morto, e fecelo medicare, vergognandosi della villania del padre, cioè di non gli aver mai fatto motto. È bello usar cortesia anche co’ nemici.

Vedendo quelli della città come Alessandro era preso, furono molto dolenti, e l’imperatore ne pianse con acerbissimo cordoglio. Il Meschino mosso a pietà andò a lui, presenti i baroni, e domandogli le armi ed il cavallo che fu giostrato. L’imperatore disse che non le poteva dare, dovendole concedere solo a colui che aveva vinta la giostra. Tutti i baroni promisero allora di pagare essi per il Meschino, se mai si fosse riconosciuto il vincitore, cosicchè il Meschino ebbe le armi ed il [p. 33 modifica]cavallo, senza mettersi nel pericolo di dichiararsi all’imperatore pel vincitore della giostra. Armato e montato a cavallo andando per la piazza senz’elmo in testa, ognuno diceva egli somigliare molto a quello che aveva vinto il torneamento. Messosi quindi l’elmo confortò con assai parole di speranza la gente che si vedeva attorno, e disse a ciascuno: «Pregate Iddio che mi dia grazia di trovare il padre mio; di questa guerra non temete, chè io ho speranza di darvi vittoria». Impugnata la lancia andò verso il campo, dove scontrati pieni di afflizione i cavalieri che andarono con Alessandro, disse loro: «Non vi movete pure un solo a darmi soccorso». E verso l’oste suonò il corno4 domandando battaglia.

Dal campo ne corse subilo fama a Pinamonte, il quale domandò ad Alessandro: «Chi è questo cavaliere che domanda battaglia?» Cui egli rispose: — Io non so chi sia, se non fosse il Meschino», e ricordatosi Alessandro del Meschino prese alcuna speranza nella sua desolazione, e lodò Iddio. In questo mezzo Torindo, che era il maggior figliuolo di Astiladoro, disse al padre di volere egli stesso andare contro il cavaliere; ed avutone da lui licenza, armatosi, andò al campo, dove appena giunto, da villano non salutò pieno di orgoglio principesco il Meschino, al contrario minacciollo, e domandò chi egli era. Ma raccostatosi a lui più davvicino lo riconobbe per quello che egli aveva veduto servire dinanzi ad Elisena, per il che motteggiatolo aspramente, dissegli: «Va e torna indietro, che io non combatterei con uno di vile condizione per la vita». Il Meschino a queste parole restò come morto, ma fattosi animo rispose a quel superbo: «Non pare che io sia vile, come tu mi fai, però guardati da me come da inimico mortale. — Per tutta Costantinopoli, l’altro riprese, io teco non combatterei, prima perchè tu fosti schiavo, e poi perchè tu non sei cavaliere. — Bene, risposegli [p. 34 modifica]il Meschino anco più francamente, se tu prometti di aspettarmi qui finch’io vada nella città a farmi cavaliere, tornerò; se poi non sarò cavaliere non tornerò a combattere e manderottelo a dire». Torindo promise e giurò d’aspettarlo tanto che potesse esser fatto cavaliere.

Pertanto il Meschino tornò correndo nella città, e appena i cittadini lo videro tornare si facevano beffe di lui, dicendo che egli era fuggito per paura di combattere con quel Turco. Anche i cavalieri che erano fuori del campo ad aspettar il successo di quella animosa disfida, cominciarono a venirsene via, veggendo il Meschino ritornare, ed essi stessi arrossirono dalla vergogna, che un Cristiano avesse mostrata viltà contra un Turco.

Il Meschino venuto al palazzo raccontò all’imperatore la cagione perchè era tornato, e l’imperatore con una lunga cerimonia il fece in quel giorno stesso cavaliere. Giurò di difendere a prezzo del suo sangue l’onore della religione e della cavalleria, e portando al collo la spada benedetta dal sacerdote, s’inginocchiò umilmente a’ piedi dell’imperatore, il quale lo rivestì delle armi e dei diversi segni della cavalleria. Presentò al Meschino gli speroni, il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le manopole, e il cinse della spada. Anche la Regina gli donò una sopravveste lavorata di seta e d’oro, e molto preziosa. E l’imperatore alzatosi poi dalla sua seggiola che colà servivagli per trono, prese dalle mani dell’addobbato5 la spada, e diedegli con essa tre colpi sulla spalla, dicendo queste parole: Nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, io ti fo [p. 35 modifica]cavaliere: sii valente, coraggioso e leale. I baroni anch’essi coll’imperatore raccolti in una cappelletta del palazzo per questa sacra funzione, gli diedero il caschetto, lo scudo e la lancia. In questo egli ginocchione a terra orava molto ferventemente, e colle mani giunte verso l’altare. Vedendosi poi così armato si sentì come una nuova virtù infusa nel cuore, e dopo ascoltati i saggi precetti del sacerdote, e promesso un’altra volta di conservare l’onor della Santa Fede, di proteggere le vedove, gli orfani e qualunque gemeva nell’oppressione, e di star pronto ad armarsi in difesa delle dame, le quali non avessero mai a patire oltraggio nella fortuna e nell’onore, di non dire male di esse, nè che male altri dica permettere, queste e tali altre cose avendo promesso di fare, ricevette la santa benedizione, e si dispose a partire subito pel campo. Ma prima Elisena gli voleva donare una ghirlanda di perle, ed egli non la volle, dicendole con amaro rimprovero, che egli era un povero schiavo, e nemmeno sapeva di cui fosse figliuolo. Elisena cominciò allora a sentir il peso della sua colpa, e ne pianse a calde lagrime, sperando quando che fosse, che il Meschino ritornasse al primiero amore. Il Meschino intanto montato a cavallo, ed accompagnato da tutti i cavalieri, si mosse contro il nemico. Essendo egli poco dilungato dalla sua gente, ficcò la lancia in terra, e guardando verso il cielo pregò Dio che gli desse grazia ch’ei potesse ritrovare suo padre e la sua generazione. Aggiunse nella sua preghiera, che se il padre teneva altra fede che quella di Gesù Cristo, non lo chiamerebbe mai per padre, se non si battezzasse, e che egli mai non terrebbe altra fede che quella del Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Pregò ancora che Iddio gli desse vittoria, acciocchè egli meritasse ad Alessandro il servigio ricevuto. Dopo questo pio ricoglimento in sè stesso, pieno di fidanza nel cielo impugnò la lancia, e andò coraggiosamente verso Torindo, il quale era lì ad aspettarlo armato di tutto punto. Appena egli lo vide tornare, che disse: «Sarebbe costui quegli che vinse la giostra?» Tanto era il valore che animava Guerino in quel primo momento di vita!

Giunto l’uno in faccia dell’altro, Torindo non istette a domandarlo di nulla, ma disfidollo, ed ambi presero del campo, insieme si azzuffarono, e gran colpi si diedero. Torindo ruppe la lancia e [p. 36 modifica]cadde in terra crudelmente ferito dal Meschino, il quale così ferito lo mandò dentro a Costantinopoli prigione.

Tornò al campo a domandar battaglia. Come Pinamonte seppe che Torindo era prigione, e sentì a suonare il corno, domandò le sue armi. — Chi mai potrà esser quel cavaliere che fa di tante prodezze nel campo di tuo padre?» richiese egli da capo ad Alessandro. Cui egli: — Se non è il Meschino, io non so chi sia, e se è lui, egli è il più franco uomo del mondo». Pinamonte andato al padiglione del padre confortollo, e montato a cavallo venne con sua licenza contro il Meschino. Giunto a lui, disse: — Dio ti confonda, o miscredente, tu hai rotto il patto d’Alessandro, il quale promise, se egli perdesse, di darci la città». A cui il Meschino: — Taci là, maledica lingua; Alessandro non può obbligare quel che non è suo, come tu stesso senza licenza di tuo padre; e se Alessandro avesse fatto quel che non doveva fare, non sarebbe più egli l’erede, ma io». Pinamonte lo domandò chi era, e chi avevalo fatto cavaliere, ed egli si dichiarò pel Meschino, perciocchè fu subito da Pinamonte conosciuto, questi ricordandosi d’averlo veduto servire ad Elisena. Domandò quindi se egli fosse colui che vinse la giostra. — Io non sono a te soggetto, dissegli allora il Meschino, ch’io ti abbia a dire i miei segreti; prendi del campo e guardati». Presero allora ambidue del campo, e dieronsi dei gran colpi. La lancia di Pinamonte spezzatasi, il Meschino gli passò mezza la sua lancia di dietro, e morto lo abbattè da cavallo. Rottasi anche la sua lancia nel cadere, andò subito per un’altra, e tornato nel campo suonò nuovamente il corno domandando battaglia.

Arresto il filo del mio racconto per dire il gran dolore che fu nel campo de’ Turchi per la morte di Pinamonte, e la grande allegrezza e speranza del Meschino che fu nella città. Elisena diceva verso il cielo: «Piacesse a Dio che il Meschino fosse mio marito, oh! sì, sono sicura che, lui vincendo, mio padre me lo darà per marito». Ma il pensiero le era fallato, dovendosi essa ricordar ancora di avergli detto tanta villania, per cui l’amore era rivolto in odio.

L’imperatore usci dalla città con circa seimila cavalieri ad ammirare l’intrepidezza di quel cavaliere sul campo di battaglia, ed ognuno salutandolo diceva fra sè: «Egli è quello certamente che vinse la giostra». Il re Astiladoro all’incontro, quando vide il [p. T5 modifica]Il Meschino ebbe finalmente le armi. [p. 37 modifica]suo figliuolo morto sul campo, si dette delle mani sul volto, e quasi disperò.

Ora proseguendo, il Meschino suonato che ebbe il corno, subito si armarono Manacor, e Falisar, ed Antiforte, tutti tre figliuoli dello stesso re Astiladoro, e dopo confortato il padre di moltissima speranza, corsero al campo contro il Meschino. Il Meschino vedendosi contro questi tre Turchi, da principio alquanto dubitò, poi prese cuore, e rivolto uno sguardo al cielo, impugnò la lancia e deliberò di andare contra tutti tre, pregando Dio che gli desse vittoria. In quel mentre i Turchi si fermarono vergognandosi di andare tutti contra uno. Venutogli contro pel primo Manacor, lo abbattè, e presolo prigione: «Tu sei vinto, gli disse il Meschino. — Sì, rispose Manacor, quando saranno abbattuti gli altri due miei compagni, che così ci siamo giurati. — Per mia fe’, soggiunse l’altro ridendo, tu hai ragione». Poi gli venne contra Falisar, che il Meschino battè aspramente per modo, che appena si potè levare. Allora si mosse Antiforte, cui si ruppe la lancia e fu per cadere. Ma per suo peggio rimase a cavallo, per cui tratta ambidue la spada cominciarono la battaglia.

Antiforte cominciò a temere; tanto gli parve il Meschino di feroce aspetto! E fatti insieme due colpi, il Meschino gli aveva spezzato l’elmo. Al terzo colpo lo partì fin al collo, cosicchè l’avversario morto cadde in terra. Gli altri due abbattuti e vinti furono menati dentro a Costantinopoli prigioni a grande allegrezza della città, e nell’oste nemica fu il contrario.

Non si potrebbe dire l’onore e la festa che fu fatta al Meschino. Quando egli si disarmava, l’imperatore gli si gettò a pie’ ginocchione piangendo. Il Meschino lo levò su, e baciò i piedi all’imperatore, dicendo: «Signore, non fate. Voi inginocchiarvi a me vostro vassallo, mi fate vergogna. Questo che io ho fatto, ho fatto solamente per devozione a voi e per amore d’Alessandro». L’imperatore baciò molte volte il Meschino, il quale pregollo caldamente che fosse fatto onore ai prigioni per Alessandro. In questo giunse l’imperatrice ed Elisena, a cui l’amore uscia per gli occhi rivolti al Meschino e pieni dell’espressione di tutta l’anima. Egli all’incontro niente le disse, nè diè alcun segno di affettuosa corrispondenza a lei, che odiò dal momento che essa aveva per lui [p. 38 modifica]dimostrato lo sprezzo veramente indegno. Da quel giorno non potè più soffrire a guardarla, e gli riuscì di tanta molestia la sola sua presenza, che fors’anco si sarebbe di colà partito, se non fosse stata l’amicizia che il legava ad Alessandro.



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  1. Questo re Astiladoro co’ suoi figliuoli ed altri, tutti nomi storpiati ed introdotti ad arte dietro qualche tradizione popolare di quei tempi, in cui il nostro Andrea scriveva la sua leggenda, mostrano almeno a qual segno di potenza fossero già allora pervenuti i Maomettani, e quante innumerevoli terre abbracciasse il dominio loro. — Dall’anno 622, 16 luglio dell’era cristiana, tempo in cui ebbe il suo principio l’Egira dei Mussulmani venendo ad Othman primo imperatore turco, trovasi, che malgrado le continue divisioni delle Sette, e le dissensioni di venti successivi califfi, dominavano essi già nella Persia, nella Siria e nelle vicinanze di Costantinopoli, e quindi traversato l’Egitto e le arene dell’Affrica, e passati per le isole del Mediterraneo avevano già invasa la Spagna, di là penetrato fin nella Francia. I Turchi fatti nel nono secolo seguaci di Maometto vengono a secondare gli sforzi de’ Musulmani in Europa. Crociate e penitenze non fanno che il santo sepolcro non cada in potere agl’Infedeli. L’Europa è attonita in faccia all’intrepido Arabo, che alcuno suppose troppo immeritamente abbrutito in un serraglio di vendute. Appena dopo il 300, la Nicomedia, la Natolia e l’Elesponto colla Tracia e la Romania, cadevano sotto la soggezione del Turco. Amurat stabilisce la sua sede in Adrianopoli, prende la città di Seres, e soggioga il despota della Servia e l’Albania. Bajazet Primo sparge il terrore lungo il Danubio, ed occupa tutta la Valachia. Invano gli s’oppone Sigismondo re d’Ungheria con centomila armati: Bajazet ha proclamato l’esterminio dei miscredenti, e trionfa. Si succedono l’uno all’altro Solimano e Moussa, ma toccava al primo Maometto di vedersi a’ piedi domandando perdono, e supplicando protezione principi e re; ed al secondo Amurat di godere coll’insolenza del più forte alla vista di Costantino Paleologo, che ginocchione davanti a lui domanda l’assenso al trono. La sconfitta degli Ungaresi e del prode Unniade lo confortò nell’ultim’ora dell’esistenza. Ecco ora sul trono Maometto II. Costantino si lamenta della fortezza che egli fa innalzare sullo stretto dei Dardanelli, ma il Turco non sente, le voci dell’imperatore sono soffocate fra le lancie dei giannizzeri che lo straziano vivo, e là dove dispiegavasi all’aria trionfalmente il Labaro, sorge ora la mezzaluna.... Maometto II entrò in Santa Sofia nel 29 maggio del 1453. — Tutte queste imprese di una nazione indurita nel mestier della guerra, ma che pure aveva dolcezze e piaceri, lettere ed arti, incivilimento e virtù, non avranno suscitato in quel secolo tanto entusiasmo da volerne chi parlare o chi scrivere? Come quindi ricercare la ragione in tanta confusione di nomi, di fatti e di azioni singolarmente? Il popolo del medio evo si creò anch’esso la sua mitologia, improntata del vero carattere del tempo. I romanzieri poi non fecero che tradurla in iscritto. Ma non è l’individuo, non è un semplice fatto circoscritto a luogo e tempo che per essi si possa e si debba riconoscere; è la storia di un’epoca, la storia di una nazione personificata talvolta in un nome finto o reale, o sotto finti aspetti considerato, che si può apprendere da ciascuno di essi insieme a molte cognizioni e molte nuove e sicure verità intorno all’umano incivilimento.
  2. Lo scudo e la lancia erano le principali armi di cui usavano i cavalieri. Essa era molto grossa e lunga, onde diveniva pressochè inutile e di grave incomodo combattendosi da vicino. La lancia era dai Francesi chiamata bois (legno); troncone, tronco, antenna, asta, da noi Italiani. Dicevasi bordone o bordonaccia quando era bucata. Nelle crociate si ornò di una banderuola, l’impugnatura vi si fece verso il 1300, e cominciò ad essere più grossa e più corta circa la metà del XIV secolo.
  3. I Romani usavano di formare i loro padiglioni di pelli. Furono essi in uso nel medio evo, e si conducevano per le stazioni di guerra, ma non si trova di che panno fossero, se non che Giovanni Villani ne accenna di fatti di pannolino. I Latini li chiamavano tentoria, tabernacula, tendae, papiliones; e trabacche gli Italiani, tende e padiglioni.
  4. Suonavasi anche il corno dagli stessi cavalieri armati per invitare altri alla pugna: presso l’Ariosto Ruggiero sfida Mandricardo alla battaglia suonando il corno:

    «L’animoso Ruggier, che mostrar vuole
    Che con ragion la bella aquila porta;
    Per non udir più d’atti e di parole
    Dilazion, ma far la lite corta;
    Dove circonda il popol lo steccato,
    Sonando il corno s’appresenta armato».

  5. Nell’Islanda, Scandia e Sassonia il verbo at dubba, dubban' significa crear qualcheduno cavaliere. Così Giorgio Hickesio nella sua grammatica franco-tedesca. Presso noi Italiani questa parola è antichissima, e significa l’arredo, l’addobbamento, l’abbigliamento del cavaliere, lo stesso che corredo nella Toscana, onde anche cavalieri di corredo. — Molte erano le cerimonie che si usavano nel creare i cavalieri, ed un’idea se ne può avere in parte dalla suddetta descrizione; tuttavia di esse, come di tutte le superstizioni che portava seco quest’ordine, mi toccherà altre volte di parlare più a lungo. Giovi ora lo accennare solamente quanto il Sacchetti ne scrisse: «In quattro modi sono fatti cavalieri, cioè: cavalieri bagnati, cavalieri di corredo, cavalieri di scudo e cavalieri d’armi. I cavalieri Bagnati si fanno con grandissime cerimonie, e conviene che sieno lavati di ogni vizio. Cavalieri di Corredo sono quelli che con la veste verdebruna, o con la dorata, prendono la cavalleria. Cavalieri di Scudo son quelli che sono fatti cavalieri o da’ popoli o da’ signori, e vanno a pigliare la cavalleria armati e con la barbuta in testa. Cavalieri d’Arme sono quelli che nel principio delle battaglie si fanno cavalieri».