Guerino detto il Meschino/Capitolo IX

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Capitolo IX

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CAPITOLO IX.


Come il Meschino si partì di Media, e arrivò nel campo del re Pacifero.


Brandisio presa che ebbe la corona, e compite le nozze colla bella donna Aminadam, il Meschino stette a Media ancora due mesi, poi deliberò di seguire suo viaggio. Ma avanti che si partisse fece battezzare Aminadam, riducendo così tutto il popolo alla fede cristiana. Richiese guide che lo conducessero agli Alberi del Sole per ritrovar la sua generazione, e poichè la regina gli ebbe dati due uomini, i quali erano stati per tutta l’India e sapevano tutti i linguaggi del mondo, prese commiato dalla corte, e al partir suo fu gran pianto. Partito, e trapassate montagne, e scorse città e paesi, pervenne in Persia in un reame che ha nome Parchinas Mauricia, soggetto ad un re chiamato Pacifero. Questi paesi sono più sotto il segno di Scorpione, e questo reame è il più lontano regno di Persia. Entrati nella prima città del regno per nome Solita, videro molta gente di strane maniere, rispetto agli altri paesi che avevano essi veduti, ed avevano carnagion negra, ed erano grandi, e molto guardavano per maraviglia il Meschino. Esso e i due Mediani, che aveva per guide, furono presentati dinanzi al re Pacifero, il quale vedendo il Meschino sì bello, domandò se egli era maschio o [p. 87 modifica]femmina. Il Meschino molto se ne vergognò, e rispose esser uomo1. Il re Pacifero fece assai maraviglie della bellezza di lui, lo che al Meschino dispiacque all’estremo. Quale sventura era serbata a lui, che era onest’uomo, presso questo brutto re di bruttissima città!

Questa gente sono uomini più che di comune statura, negri e ruvidi, molto lussuriosi e d’ogni vizio di lussuria cupidi. Sono rotti principalmente a quel vizio che è contra i cieli e l’umana natura, testimoni Sodoma e Gomorra che tanto furono in dispiacere alla divina potenza, pel qual peccato mandò Dio il diluvio sopra la terra, e non per altra cagione, peccato che cominciò Caino contra Dio, la cui setta andò perfino al tempo di Sodoma e Gomorra.

Per questo peccato convien che il mondo sia distrutto per via di fuoco, perchè in altra forma non si potrebbe purgare, conciossiachè la frigidezza non abbia più di quattro gradi di freddura, e il fuoco cinque ne abbia di caldezza; e fu per quel minor grado che Noè campò nell’arca; ma nel dì del giudizio l’acqua distruggerà tutto il fuoco, e non rimarrà nessuna cosa sopra la terra. [p. 88 modifica]

Or essendo il Meschino dinanzi a Pacifero re di questa provincia, dove non piove mai, nè bagnasi la terra fuorchè alcuna volta di rugiada, fu richiesto da lui chi egli fosse, quello che andava facendo, e come era in quella provincia arrivato. Risposero i Mediani prima, ma poichè il Meschino seppe che il re sapeva Greco e Turco, parlò egli a lui, e gli raccontò la maggior parte dei fatti suoi, cui non volle il re credere dicendo, che non poteva essere. Nullameno comandò che fosse dato al Meschino una ricca stanza, facendolo in corte alloggiare. Giunti a sera sedettero sopra un tappeto, come fanno i sarti a cucire, ed erano sei a mangiare in un piattello grande di peltro, e mentre che cenavasi, il re voleva tirar colle mani il Meschino a peccare. Il Meschino si adirò, facendo assai brutto viso. Il re per questo non seguì più innanzi, e alla mattina, acciocchè non si partisse, l’andò a visitare, e menollo in sala disarmato. In questo mezzo fece togliere tutte l’arme co’ cavalli a lui e a’ due Mediani. Poscia, secondo quanto aveva ordinato, giunsero in sala molti armati ed una figliuola del paese molto bella, la quale comandò al Meschino che sposasse. Egli non la voleva, ma tanto lo pregarono i due Mediani, mostrandogli che altro modo non v’era pel loro scampo, per lo che egli consentì, però mal volentieri. Il re che si avvide del suo mal animo, la notte seguente che il Meschino dormiva con colei, fu preso nel letto, e messo in prigione separatamente egli e i due Mediani. Ma eglino seppero così ben parlare, che l’altro giorno ne furono tratti, e stettero in corte per vedere quanto fosse per succedere al Meschino.

Intanto la figliuola del re Pacifero era già tanto innamorata del Meschino, che ella per amore di lui moriva, conciossiachè l’avesse veduto così bello. Per la qual cosa mandò a cercare secretamente dei due Mediani, cui dimandò della condizione del Meschino. Essi lo lodarono molto, dicendo le prodezze da lui fatte in Media, e come egli era figliuolo della ventura, e come perciò a suo riguardo erano da temere gli Dei, i quali comandano rispetto ed ospitalità al cavaliere che va errando in cerca d’onore, e che ha fatto sua patria il mondo. Per questo la figliuola del re più s’innamorò della sua persona sentendone la nobiltà, e disse a que’ due Mediani che ogni dì andasser da lei, perchè amava di ascoltar le tante maraviglie di quell’uomo. Essa poi andò da sua madre, cui richiese [p. 89 modifica]piangendo il Meschino per marito, ed impegnolla a far tanto con suo padre che glielo desse. Erano due giorni e più che il Meschino stava rinchiuso in prigione senza nulla mangiare e bere, e forse anche colà sarebbe perito se nessuna persona si fosse adoperata in suo soccorso. Ma che non fa l’amore? Il re che aveva saputo i desiderii della figliuola, rispose esser contento di quell’amore, e diede a lei la chiave della prigione col patto che non ne lo cavasse fuori, ma solo che gli desse da mangiare, ed essa stessa lo custodisse. Imperocchè molto temeva, che come fosse fuori di prigione non se n’andasse. Ella così promise di fare. Prese le chiavi, andò subito alla prigione dove era il franco Meschino, il quale credette morir dalla fame. Avuto da lei di che mangiare e bere, ringraziò Dio e la Madonna, e mangiò. Mentre mangiava, la figliuola del re dicevagli parole d’amore, che egli non intendeva, per il che essa, che ardeva d’amore, si partì adirata da lui, e tornossi alla sua camera chiamando in soccorso gli Dei.

La mattina dopo piena di tanto affanno, che più non poteva essere, mandò cercando i Mediani, e disse loro quanto le era intervenuto col Meschino. Essi le risposero: «O nobil donna, egli non vi doveva intendere. Menate un di noi con voi, e vedrete in effetto che egli non vi intese». Perciò ella menò uno di loro con sè alla prigione, il quale fosse l’interprete fra l’uno e l’altra. Venuti alla prigione, essa diceva al Meschino il gran bene che gli voleva. Il Meschino le rispondeva in suo linguaggio che poco amore portava a lei. Ma l’interprete faceva credere alla donna il contrario, dicendo poi al Meschino che se non consentiva egli era alla morte, chè altrimenti non uscirebbe di prigione, ma fuori che fosse, avrebbe potuto pigliarsi qualche buon partito. A questo modo tanto fece, che lo voltò d’opinione, persuadendolo a consentir di star con lei. Allora l’interprete disse alla donna che il Meschino voleva fare tutto il volere di lei, ma che avrebbe voluto uscire di prigione, e sapere quel che è del suo cavallo e delle sue armi. Essa rispose che lo caverebbe in corto tempo di prigione, e che le armi e il cavallo erano salvi. Finalmente il Mediano si partì ridendo e dicendo per ultimo al Meschino: «Compisci ora la faccenda!»

Come fu partito il Mediano, il Meschino che aveva ben mangiato e bevuto, si tratteneva con lei tutto giocondo e sollazzandosi, e [p. 90 modifica]presero ambidue insieme gran dimestichezza. Chi potrà dire le carezze e i godimenti, massime della fanciulla, cotanto bramosa d’amore? Dopo questo la si partì, e tornò allegra alla sua camera e doppiamente infiammata d’amore. Ella seguiva a visitarlo due volte al giorno con buone vivande e quindi con abbracciamenti. Così perdette il Meschino la sua verginità per campar la vita.

Il terzo giorno la damigella avendo pur voglia di cavare il Meschino di prigione, comecchè fosse molto pregata dai due Mediani e similmente da lui, andò dal padre accompagnata dalla madre, e inginocchiata a’ suoi piedi glielo dimandò per marito. Questo re non avendo altro erede consentì che la figliuola se l’avesse per marito, e comandò che il Meschino fosse tolto dalla prigione, e menato a lui dinanzi. Là condotto il Meschino, fecelo il re giurare sopra i sacri libri di Maometto, ed egli con sacramento toccato il libro disse: «Questo sacramento è così reale come la fede di questo profeta». Il re Pacifero lo fece allora capitano generale di tutta la sua gente, poichè egli doveva esser re dopo la sua morte.

Il Meschino stette tre mesi in corte da che era uscito di prigione, e sempre con seco i due Mediani, i quali dicevangli la via che avevano a fare per fuggire di là. Pensò intanto che a fine di partire conveniva mostrar di fuora quello che non aveva dentro, e tener così l’animo suo celato, molte essendo le insidie delle corti.

Un giorno che il Meschino trovavasi tutto solo, chiamò a sè i due Mediani, e disse loro: «Carissimi fratelli, per amor della regina Aminadam, per l’onore ed utilità che io feci al vostro regno, vi prego a cavarmi di questi luoghi, giacchè a tutto costo mi voglio partire». I Mediani gli risposero che avevano a camminare dieci giornate prima di essere in sicuro, e che per via non si sarebbe trovata acqua buona da bere, nè abitazione, sicchè conveniva portar seco loro vettovaglia di pane e tutto quel che bisognava da vivere per loro e pei cavalli. Il Meschino li assicurò dicendo: «Lasciate far a me, che ordinerò secretamente cavalli carichi d’otri d’acqua e biada, e carne salata cotta. Al qual fine tolse egli cavalli di corte molto grandi e forti a durar fatica. E perchè le porte della città non si serravano mai, si partirono nella mezzanotte tutti e tre e non più, prendendo il cammino verso l’India.

Quando il dì fu schiarito, fu trovato il Meschino non essere [p. T11 modifica]Perdè allora la sua verginità. [p. 91 modifica]nella camera. La donna piena di gelosia vedendosi ingannata per le parole, poichè avendo avuto sospetto, avrebbe fatto far buona guardia, ebbe troppo più dispetto, e fecelo sapere al re, il quale lo fece cercare per ogni dove. Nè si trovando subito, il re si armò con cento cavalieri, i quali in fretta montarono a cavallo con lui, e con dietro le vettovaglie misersi a seguitarlo. La terra intanto di Parchinas, di cui Pacifero era re, era in gran dolore, ma sopra tutti era dolorata la gentil damigella, la quale rimase gravida d’un figliuolo maschio, che ebbe nome Pelione, il quale fu di maggior possanza che non il padre, e fece molte battaglie con molti baroni, e specialmente co’ suoi fratelli a Taranto, come la storia dirà seguendo.

Il Guerino cavalcò il primo giorno ed il secondo per modo che poco dormì. Dopo gran tratto di viaggio si mise a dormire in su la mezzanotte. Chiamato dai due Mediani, cavalcarono fino all’ora di terza, secondo il lor giudizio verso austro, e non avendo sentiero nè via, camminarono sopra le campagne fino a tanto che una delle guide si voltò, e vide venir il re Pacifero innanzi a molti armati, per cui gridarono al Meschino: «Siamo morti!» Il Guerino disse: — Per che cagione?» Disse il Mediano: — Ecco il re Pacifero con molta gente». Rispose il Guerino: — Non temete, imperocchè il re Pacifero non ha ora le mie armi in sua libertà, anzi le ho indosso io, e sono molto allegro di averlo in queste parti per vendicarmi di tanto oltraggio quanto ei mi ha fatto. Camminate più oltre con le some nostre, e voi verrete a lato al monte per la pianura, e là troveremci». Allora il Guerino si preparò colla lancia in mano, e l’elmo in testa, ed imbracciò lo scudo.

Quando il re Pacifero fu appresso a lui una balestrata, un suo famiglio, il quale era di Arabia, dissegli: «O signore, io vedo questo nostro nemico che si ferma ad aspettarti. Per Maometto non è di andare a lui, perchè i cavalieri Arabi, Persiani, Greci, Turchi, rare volte si videro aspettarsi l’un l’altro, se non si sentono forti, e si dice che molti altri cavalieri greci e francesi, che vanno a questo modo cercando la lor ventura, per cinquanta altri non fuggirebbero. Non hai teco compagnia, ed io temo che non ti dia la morte. Ma se pur gli vuoi andare [p. 92 modifica]addosso, aspetta la nostra gente che sia con te». Rispose il re a queste parole: — Per Maometto! se fossero dieci come lui, non starei d’andargli addosso;» e messosi lo scudo al petto, e la lancia impugnata, venne contra i Mediani, avendo seco otto e non più de’ suoi. Gli altri venivan dietro a quattro e a sei, secondo che eran meglio a cavallo. Il re e i suoi pochi essendo appresso al Guerino, questi si mise la lancia sopra la coscia, e drizzò verso loro il cavallo. In questo l’Arabo si fermò, e gridò ad alta voce, dicendo: «O signore, io vedo l’atto di quel cavaliero. Per Dio! torna indietro, ch’egli ti darà la morte». Il re Pacifero si fece beffe di lui, e con gran grida dette de’ piedi al cavallo. Il Guerino allora si raccomandò a Dio, e fattosi il segno della croce, spronò il cavallo e gli venne incontro. Percosse il re, e il re percosse lui, e le armi del Guerino sostennero, ma quelle del re fallirono, per la qual cosa il Guerino gli passò lo scudo e tutta la spalla sinistra, rimanendogli dentro nella spalla il tronco della lancia. Il re, presa la spada, si mise fra gli altri combattendo tutti contra il Meschino, ma egli alcuni ne uccise, gli altri fugò e disperse, e vedendo che il re Pacifero per la ferita non poteva troppo guidare il cavallo, sdegnoso gli andò addosso gridando: «O traditore, che tanto vitupero volevi usare contro di me, è giunto il tempo di vendicarmi. Se tu m’avessi fatto onore, ti camperei, ma tu in vece mi hai fatto vituperio, dunque muori!» E dettegli un colpo sopra la testa, che lo partì fino al collo, e come l’ebbe morto, prese il cavallo di lui che era molto meglio del suo, montatolo e tolta una lancia dei famigli del re, andò dietro a’ due Mediani. In questo mezzo l’Arabo, che fuggiva, scontrando le genti, loro diceva triste novelle del re, e piangendo, esclamava: «Che pazzia è questa, che noi ci siamo messi a seguitare i figliuoli degli Dei?» Vedendo poi da lungi partire il Meschino, andarono per il corpo del re, lo presero e portarono alla città, dove con gran pianto fu seppellito.

Passati otto mesi, la figliuola partorì un figliuolo maschio, cui pose nome Pelione di Parchinas, il quale fu molto franco cavaliere e della persona grande. Il Meschino all’incontro, dopo cavalcato cinque giornate senza impedimento, entrò nel regno Tabiano, e giunse alle terre abitate.



Note

  1. Pacifero non sa se maschio o femmina egli sia, e dalle guide sel fe’ dichiarare.

         «Al Meschin, che l’intese s’invermiglia
    La faccia d’onestissima vergogna,
    E disse, alzando verso lui le ciglia:
    Io maschio son, poi che dirtel bisogna.
    Il re di sua beltà si maraviglia,
    E già di brutto vizio seco agogna
    Di tentare il Meschino, e nel palagio
    Stanza fe’ dargli, ove stesse con agio.
         E poi la sera vuolse, ch’egli andasse
    A cena seco ecc. . . . . . . . . .
    Ma quel lussurioso ed indiscreto,
    Senza aspettar, che più il Meschin cenasse,
    Per man il piglia, e con atto inquieto
    Lo sfrenato desir gli fa palese,
    Onde il Meschin di collera s’accese».

    Pacifero allora promette di non far più di simili atti, ma se ne vendica facendogli sposare per forza una sua figliuola. A questo modo racconta quest’avventura la gentilissima nostra Tullia d’Aragona che sparse il suo poema di sì bei colori, di così vaghe tinte, e di tanta verità, che in certi punti la diresti non inferiore al Furioso dell’Ariosto. Ne riprodurremo di tanto in tanto qualche framento per far conoscere il merito di questa insigne sacerdotessa delle muse, che a’ molti suoi versi volle unire un poema tolto dai più vantati romanzi della cavalleria, e che per lo stile e per la tessitura Crescimbeni paragona in qualche modo all’Odissea d’Omero.