I drammi della schiavitù/10. I primi sospetti

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10. I primi sospetti

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X.


I primi sospetti.


Il capitano Alvaez, quando venne portato nella sua cabina, era svenuto e pareva che fosse sul punto di spirare. Quell’accesso di collera e quella sua imprudenza, lo avevano non solo sfinito, ma anche assai aggravato, essendosi repentinamente riaperta la ferita.

Quegli energici e fieri lineamenti erano rimasti ancora contratti per la collera, ma la sua fronte era madida d’un freddo sudore, la sua pelle era diventata livida e, senza il debole respiro che sollevavagli affannosamente il robusto petto, lo si sarebbe scambiato per un morto.

Esteban, che era diventato inquieto e taciturno, si era affrettato a riunire le due labbra della ferita per impedire una maggior perdita di sangue ed a fasciar nuovamente la spalla, ma il capitano non accennava a ritornare in sè.

– È accaduto qualche cosa? – chiese ad un tratto il dottore a Seghira.

– Il padrone si è svegliato bruscamente e mi ha chiesto dove avevate messa la palla che gli avete estratto.

– E poi? – chiese Esteban, corrugando la fronte.

– L’ha levata dal bicchiere e l’ha esaminata attentamente. In quel momento io ho veduto il suo viso alterarsi in modo terribile, tanto che ne ebbi paura.

– Ah!... continua, Seghira.

– In quell’istante nel frapponte echeggiarono le urla dei negri. Il padrone si gettò dal letto, afferrò una pistola, mi pregò di aiutarlo e di condurlo sul ponte. Mi pareva in preda ad una viva eccitazione e le sue membra tremavano.

– Dov’è la palla?

– L’ha lasciata ricadere nel bicchiere.

Esteban s’avvicinò allo sgabello ed estrasse dalla tazza il proiettile, che era aveva ancora le tracce del sangue coagulato e l’osservò con profonda attenzione, pesandolo e ripesandolo or su una mano or su l’altra. [p. 76 modifica]

– Questo calibro non mi è sconosciuto – mormorò. – Che Alvaez sappia da quale pistola è uscita questa disgraziata palla? Vediamo!...

Prese la pistola che poco prima il capitano impugnava, un’arma di grosso calibro e vide, non senza un vivo stupore, che il proiettile si adattava perfettamente. La ruga che solcava la fronte del dottore divenne più profonda ed un legger pallore gli si sparse sul viso.

– Hurtado! – gridò, affacciandosi alla porta della cabina.

Il mastro che in quel momento si trovava a timone, si affrettò ad accorrere alla chiamata del dottore.

– Cosa desiderate, signor Esteban? – chiese.

– Vieni – disse il dottore, spingendolo nella cabina. – Conosci tu questa palla?...

– Per Bacco!... – esclamò il mastro. – È una palla delle nostre pistole.

– Vi sono molte di queste armi a bordo?

– Una dozzina, signor Esteban.

– Chi sono le persone che le adoperano?

– Il capitano ed il secondo.

– Sei certo?

– Certissimo, signor Esteban.

– Credi tu, che sul ponte del London ci fosse qualche uomo armato di pistole di simile calibro?

– Uhm! Dubito molto, poichè le nostre pistole sono di fabbrica brasiliana e quelle armi hanno un calibro speciale.

– Dunque tu escludi che questa palla possa essere partita dal London?

– Escluderlo proprio no, ma che sia molto difficile sì, perchè gl’inglesi hanno delle fabbriche d’armi proprie, senza ricorrere al Brasile, che ne ha poche e assai meschine. Aggiungo che gli equipaggi delle navi da guerra inglesi hanno armi di calibro assai più piccolo.

– Nel momento dell’abbordaggio, chi dei nostri era armato di pistola?...

– Il capitano e il signor Kardec.

– Sei certo?

– Voi sapete che i nostri marinai ordinariamente sono armati di carabina, di sciabole d’abbordaggio e di scuri, ma potrebbe essere che qualcuno, nel momento dell’abbordaggio, si fosse provveduto anche di qualche pistola.

– Durante la pugna, sai dov’era il tenente? [p. 77 modifica]

Il mastro pensò alcuni istanti, poi disse:

– Se non m’inganno, mi parve che si trovasse presso la murata proviera di tribordo.

– Dinanzi o dietro il capitano?

– Un po’ indietro, signor Esteban.

– Teneva in pugno una pistola?

– Sì, nella sinistra, ma... perchè queste domande, dottore?... Voi mi fate nascere un terribile sospetto.

Esteban invece di rispondere, gli chiese a bruciapelo:

– Hai tu fiducia in Kardec?... Lo credi un onesto uomo?...

Il mastro lo guardò come se volesse leggergli negli occhi lo scopo di quella interrogazione, poi disse con voce grave:

– In questi tre anni che è a bordo, io l’ho conosciuto per un buon marinaio, audace, valoroso, ma...

– Continua, Hurtado.

– Ho udito delle strane voci correre sul suo conto. Voi sapete che noi lo abbiamo imbarcato sulle coste del Benguela, dove l’avevamo trovato fra i rottami di una nave distrutta da un incrociatore.

– Sì, sullo scafo del Maranhao, del capitano Juan Carvalho.

– A San Paolo di Loanda mi hanno detto che quel Kardec ha fatto il cacciatore d’uomini, e che un tempo ha esercitato anche la pirateria nelle isole Indo-Malesi.

– Ah! Questo ti hanno detto?

– Sì, dottore, ed una sera io l’ho udito dire ad alcuni dei nostri marinai, che se la Guadiana fosse sua, ritornerebbe a corseggiare nell’arcipelago malese e che farebbe in pochi mesi la fortuna di tutti.

– Dunque quell’uomo è capace di tutto?... Anche di assassinare Alvaez per impadronirsi della nave e...

– Sì – mormorò una voce rauca. – Sì!...

Il dottore ed il mastro si volsero bruscamente frenarono a grande stento un grido. Il capitano, pallido ancora, coi lineamenti contratti, gli occhi spaventosamente sbarrati, si era sollevato sulle braccia e stava dinanzi a loro.

– Alvaez! – esclamò il dottore, avvicinandosi al letto e sorreggendo il ferito.

– Ho udito... – mormorò egli con un soffio di voce. – Sì, quell’uomo... è capace di tutto... Esteban... Quella palla... l’ho veduta... è delle nostre... pistole... la conoscerei... fra mille!...

– Non precipitiamo dei giudizi, Alvaez. [p. 78 modifica]

– Sì, è capace di tutto – ripetè il ferito con energia. – La palla... è delle sue... pistole... Sì, Esteban... sì!...

– Non puoi accusarlo, Alvaez, nessuno lo ha veduto far fuoco su di te e la tua ferita può essere stata prodotta da una palla perduta.

– Non... lo... credo... Esteban... Kardec mi aveva... tentato... perchè esercitassi... la pirateria... invece della tratta... e cerca... d’impadronirsi... della mia nave... Vegliate... su di lui...

Poi ebbe un accesso di suprema debolezza e ricadde sul guanciale. Guardò per alcuni istanti Seghira che gli si era avvicinata per sorreggerlo, le sorrise dolcemente, poi chiuse lentamente gli occhi e si assopì.

– Questo sonno gli farà bene – disse il dottore. – Lasciamolo tranquillo, Hurtado, ed andiamo a visitare i feriti; tu, Seghira, veglia su di lui e bada che nessuno, sotto qualsiasi pretesto, si avvicini al suo letto.

– Cosa temete, signor Esteban? – chiese il mastro.

– Qui si respira ormai un’aria poco salubre, Hurtado – disse il dottore, con voce grave. – C’è odore di tradimento sulla Guadiana.

Lasciarono la cabina e salirono in coperta. I loro sguardi cercarono subito il bretone: era seduto a prua, con una sigaretta fra le labbra, cupo, accigliato, pensieroso.

– Veglia su di lui, Hurtado – mormorò il dottore.

– Non lo perderò di vista, signore – rispose il mastro, con voce minacciosa. – Appena m’accorgo di qualche cosa, lo faccio mettere ai ferri.

La Guadiana intanto filava verso l’ovest mantenendo una velocità di quattro nodi all’ora, essendo i venti equatoriali ordinariamente assai deboli. La corrente del Capo, che rasenta la costa africana fino alla Benguela e che giunta a quell’altezza piega verso il nord-ovest per prendere la direzione dell’ovest, aiutava la marcia della nave negriera.

Questa grande corrente è quella che forma il famoso Gulf-Stream. Ha una velocità di oltre un miglio geografico all’ora, ma cresce di mano in mano che si avvicina al golfo del Messico, ed ha una larghezza immensa, specialmente verso il 50° meridiano, dove si divide in due grandi rami: il primo sale verso il golfo ed è il principale; il secondo scende verso la costa brasiliana e si perde nei pressi del grande estuario del Rio della Plata.

Le sue acque, che sono più cupe di quelle dell’oceano, si distinguono nettamente e si vedono pure a muoversi verso l’ovest. [p. 79 modifica]

L’oceano si manteneva deserto, essendo quella porzione dell’Atlantico poco frequentata dai bastimenti. Dopo i due incrociatori, più nessuna altra nave era comparsa sull’orizzonte.

Infatti in quel vasto tratto compreso fra l’Equatore e il 20° parallelo, non si trovano che rade isole, le quali hanno pochi contatti colle genti d’oltre oceano. A Sant’Elena, a San Matteo, a Concezione, a Fernando Noronha ed alle Trinità, ben pochi vascelli approdano, forse due o tre all’anno, essendo quelle isole poco abitate e quasi tutte improduttive.

Alla notte il vento aumentò, accelerando la marcia della Guadiana, la quale aveva fretta di lasciare quei paraggi pericolosi, battuti sovente dagli incrociatori che stazionano a Sant’Elena. L’ufficiale Vasco, che avrebbe voluto già trovarsi al Brasile, fece spiegare gli scopamari ed i coltellacci per aumentare la corsa, non ignorando che quei venti freschi durano poco e che sovente succedono delle calme, che non si rompono per delle settimane intere.

In quella prima notte, il capitano Alvaez ebbe parecchi accessi di delirio. La febbre era sopraggiunta malgrado le cure del dottore, e lo tormentava. Durante gli accessi non parlava che di palle, di tradimenti e di pistole ed il nome di Kardec gli uscì anche parecchie volte dalle labbra contratte, con un’intonazione di profondo odio.

Senza dubbio, ormai gli si era radicato nel cuore il terribile sospetto che il bretone avesse cercato di assassinarlo, per impadronirsi della nave e corseggiare il mare Indo-Malese.

Seghira ed Esteban non lo lasciarono un solo momento e vegliarono presso il suo capezzale fino all’alba. Il ritorno dell’astro diurno parve che portasse un po’ di calma al ferito, poichè dormì tranquillamente parecchie ore e quando si risvegliò, la sua memoria era perfettamente lucida.

– Voi avete passata una brutta notte per me, amici – diss’egli porgendo la mano al dottore ed a Seghira. – Stavo assai male questa notte, me lo ricordo, ma ora mi sento più tranquillo e riposato.

– Non pensare a noi, Alvaez. – disse Esteban. – Ci preme che tu guarisca.

– Sì, Sì, – esclamò Seghira.

– Buona ragazza. – disse il capitano con voce dolce. – Ho fatto bene a condurti con me. Dove siamo, Esteban?

– A duecento miglia dalle coste d’Africa.

– Il vento è fresco, adunque?

– Si mantiene buono. [p. 80 modifica]

– Potessimo evitare le calme e toccare presto le coste del Brasile! Un po’ d’aria natìa mi farebbe bene, ma l’Amazzoni è ancora lontano e... chissà se rivedrò le sue sponde.

– Bah! Sei forte, Alvaez.

– Sì, è vero, Esteban, ma ho dei brutti presentimenti, amico mio. Se giungerò vivo al Brasile, darò un addio all’oceano; questo infame traffico non lo voglio più esercitare. Mi ritirerò a Bahia od a Rio Janeiro, acquisterò una grande possessione e farò il piantatore.

– Ed io? – chiese il dottore, sorridendo.

– Per Bacco!... Verrai con me, mio buon Esteban e...

Volse gli sguardi verso Seghira, che lo fissava cogli occhi scintillanti, come se aspettasse una parola, poi disse con voce commossa:

– E tu verrai, Seghira? Sento che ti voglio bene, povera vittima della schiavitù e voglio farti felice.

– Ah, padrone! – esclamò Seghira.

– No, padrone – disse il negriero. – Per te io sono Alvaez.

– Grazie, signore: la mia vita è vostra.

– Purchè guarisca – disse il negriero, sospirando. – E gli schiavi sono tranquilli?

– Sono calmi, Alvaez – disse Esteban.

– Sai, amico, che voglio tenerli io? Li farò lavorare nella mia piantagione e per loro sarò un padre, anzichè un padrone.

– Ti cambi adunque? – chiese Esteban. – Sono ben contento che tu abbandoni quest’infame mestiere.

– Ed anch’io, sai, Esteban. Ora comprendo quanto è orribile la tratta! Ci voleva questa povera ragazza per aprirmi gli occhi. No, non andrò più a venderli i miei negri ai feroci fazenderos dell’Amazzoni; andremo invece a Bahia. Dirai a Hurtado di cambiare rotta.

– Bisognerà abbandonare la corrente equatoriale o dovremo percorrere un tratto maggiore.

– Perchè, Esteban?

– La corrente porta al capo San Rocco e saremo costretti a ridiscendere poi verso il sud.

– E faremo più presto, Esteban.

– Descriveremo una grande curva, che la velocità della corrente non basterà a compensare.

– Falsa teoria, dottore mio. Non è sempre la via retta che fa guadagnare tempo alle navi. Prima credevo a ciò, ma dopo gli studi di Humboldt, Dove, Buh, Kraemtz e specialmente dell’americano Maury, si è constatato il contrario. [p. 81 modifica]Si rizzava da prua a poppa come un cavallo che s’inalbera sotto lo sperone del cavaliere... (Pag. 94). [p. 83 modifica]

«Non è alla lunghezza della via che le navi a vela devono badare, ma ai venti ed alle correnti delle regioni, che devono percorrere. Accade sovente che per tenere la retta più breve incontrino venti contrari o correnti, che vanno in direzioni opposte, mentre descrivendo delle curve o delle oblique, giungono prima a destinazione. Ti sembrerà una teoria strana, Esteban, ma è vera, poichè io l’ho provata e verificata.

«Quando il capitano Jackson di Baltimora, il 9 febbraio 1848 si decise di tentare la prima prova, seguendo la via indicata da Maury, che era la più lunga, ma la meglio battuta dai venti favorevoli, le genti di mare risero assai, ma ventiquattro giorni dopo la nave americana toccava l’Equatore mentre prima le navi ne impiegavano comunemente quarantuno.

– È stato un bel successo.

– Che ha rovesciato le vecchie teorie. Ora, basandosi sulle carte di Maury, i velieri percorrono delle vie più lunghe, ma giungono a destinazione molto prima. Le navi che un tempo impiegavano centottanta giorni per andare dai porti americani dell’est a quelli dell’ovest, doppiando il capo Horn, oggi non ne impiegano che centotrentacinque, se tengono conto dei venti favorevoli e delle correnti; quelle che dai porti dell’Inghilterra andavano in Australia, non vi giungevano prima di quattro mesi ed ora non impiegano che novantasei o cento giorni. Lascia adunque, che la Guadiana segua la corrente equatoriale, e toccheremo il Brasile prima delle navi che attraversano direttamente l’Atlantico se... io vi giungerò!