I moribondi del Palazzo Carignano/XI

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X I moribondi del Palazzo Carignano


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XI.


Il centro. — Sede della consorteria napoletana. — Capo putativo. — Poerio, Mancini, Conforti. — La consorteria. — Pisanelli. Scialoja. — Altri deputati del centro. — Napoletani o no. — La utilità della Camera. — Colpo d’occhio sull’insieme e sulla natura del Parlamento, — Ciò che esso rappresenta e significa in Europa. — Ciò che è all’interno. — Conclusione.


Torino, 25 marzo 1862.


Apriamo la tomba, ma per tirarne fuori i qualche vivi che dentro vi caddero, non per contristare sguardi per spettacolo molesto.

Il centro è il sito più prediletto dei deputati napoletani — di quei principalmente che vanno addimandati la consorteria — e loro affini. Il capo di questo squadrone strisciante sarebbe naturalmente il Poerio — se Poerio avesse capo o coda. Dio ne ha fatto un monumento della fragilità umana: che la mano di Dio sia rispettata! Poerio è una reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto di curiosità egiziana e di appetito ben conservato — perchè la poca forza che resta a questo gran martire si è concentrata nelle mascelle, mascelle potenti, le quali [p. 184 modifica]quando non masticano, lavorano un concettino all’Achillini, onde presentarlo ad una signora. Quanto al cervello, Poerio l’ama meglio à la sauce blanche che nella sua testa. Colpa senza dubbio di quello scellerato di re Borbone, il quale assiderò quest’uomo di Plutarco nelle prigioni di Montesarchio — ovvero di quel burlone di Gladstone, il quale creò questo grand’uomo all’uso di John Bull, come Caracalla creò console il suo cavallo. Infine, colpa di questi o colpa di quegli, l'illustre barone Poerio non luce più, e la capitania del suo partito gli è sfuggita di mano. E’ non è capo che nel suo capo. I Pipino di questo Cilperico sono stati — cosa strana — due diffidenti — Conforti e Mancini — ed una varietà — Scialoia.

Conforti era stato — ed è uomo ad essere ancora, finchè si faranno de’ Ministeri provinciali: Mancini è. Egli ha toccato infine la meta per cui aveva tanto fatto, tutto fatto per arrivare. Egli è ministro. Che il portafogli gli sia leggero — come egli è leggero. Mancini è una parola di caoutchouc, una parola fatto uomo, flessibile, profusa, incolore, dicendo tutto, non dicendo niente, buona alla prosa ed al verso — buona a tutto — giustificando tutto. Ora Mancini è ministro dell’istruzione pubblica, e’ sarebbe domani, con la stessa imperturbabilità, con la stessa capacità, ministro della guerra o della marina — tutto ciò che volete. È una stoffa di cui e’ lascia fare, a volontà, un mantello o un berretto — purchè qualche cosa se ne faccia. Mancini non sa nulla — ma comprende tutto — e se non lo comprende, vi tiene persuaso che l’abbia [p. 185 modifica]compreso — ve ne parlerà per due ore! Mancini è entrato a far parte in un Gabinetto che non dà indizi di lunga vita. Cadranno tutti sul sedere: Mancini solo sui suoi piedi. E’ non farà nulla — eccetto qualche cosa per il signor Oliva e per gli olivi che gli spargono la via di fiori — ma niuno avrà tanto detto di fare, di voler fare, di poter fare, di saper fare, di avere a fare, e di tutte le combinazioni possibili che potete trovare a questo verbo magico — eccetto il preterito passato — ho fatto! Mancini — con un po’ di pratica, diventerà il tipo dei ministri parlamentari — vale a dire, dei ministri minchionatori. Il no, nella sua bocca, sarà una parola introvabile, impossibile a proferire. Sta fresco però chi si addorme sul suo sì, accompagnato e preceduto da un franco sorriso e cementato da una generosa stretta di mano. Che volete? sono le miserie del mestiere. La grande arte di un ministro constituzionale è di saper cacciare le mosche. Ora sfido chi mi trovi qualche cosa di più gaio, di più leggero, di più mobile, di meglio variopinto che Mancini per tenere a distanza per un momento questi insetti petulanti. Un imperatore romano le uccideva: Mancini apre la finestra per lasciarle volar via, o apre la porta onde cacciarle dentro la stanza del suo vicino. Uomo d’ingegno pronto e vivo, di parola facile, di coscienza larga, di carattere compagnevole e non egoista, onesto e liberale, vano ma non puerile, anzi modesto nella vanità, sibarita di buona compagnia, senza fiele e senza rancori; più studioso di parere che di essere, più credulo [p. 186 modifica]che cospiratore, abindolato dai consorti, ma di costoro per ogni verso ripugnante ed in tutto superiore, fresco e roseo come una pasqua, inanellato come un cheruhino di villaggio.... tale è il commendatore Mancini — fra non guari conte del Regno d’Italia. A Mancini mancano due cose per essere ministro: la tempra forte e la pratica. Questa l’avrà presto: quella non mai. Sarà dunque un ministro ad uso del Parlamento, ma non mai un ministro.

Conforti, con talune tinte più fosche, riproduce parecchi di questi tratti. Per Conforti la parola non ha altro ufficio che quello cui le attribuiva Talleyrand, dissimulare le proprie idee, o servire il proprio intendimento. Questa parola è fluente, flessibile, ornata, simpatica, talvolta un po’ gonfia. Conforti è certo uno dei migliori oratori della Camera: ma ha il buon gusto di non prodigarsi. Egli è stato ministro a Napoli di Ferdinando II, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele. Non ha lasciato desiderio di rivederlo; ma neppure repulsione, nè la mala fama che contaminò altri. Gli fe’ torto l’agognare a popolarità, prodigando cariche ad immeritevoli: non lo si accusò di nepotismo. Fu leggero, fu largo, fu debole; non perfido, non avido. Egli ha capacità pei tempi ordinati e nelle amministrazioni ordinate; ma non ha mente organica e guardo sereno. È uomo che non si apre volentieri; che non guarda mai in viso nè gli uomini nè le situazioni; sempre un certo fare da chi cospira, da chi diffida, da chi disprezza gli uomini e non crede più in nulla. Ha figura corta [p. 187 modifica]e larga, sguardo torvo, dimenarsi inquieto, sorriso impertinente, aria beffarda. È smemorato, spesso a disegno: è distratto: è piaggiatore, ma con garbo e misura: è ambizioso, ma incapace di bassezze: non è fedele agli amici politici, perchè ha mente politica mobile e cuore politico scettico: vuole complici, non vuole esserlo che a ragione veduta ed a guadagno netto. Conforti ritornerà sulla scena del Ministero. Farà come gli altri. Poi ascenderà, discenderà con flemma ed a tempo. Ha il tatto di non aver pressa. Egli ha un piede nella consorteria: ma lo dissimula bene. Trincia da indipendente. Giustifica tutto con fina prontezza, ha comprensione viva, sottile, logica divagata e dilavata nel profluvio delle parole sonore. Ha attitudine più amministrativa che politica. Se i gesuiti fossero alla moda, Conforti sarebbe un affiliato. È di quegli uomini di cui non si può dire con sicurezza: è questo: sarà questo! Sarà, e bazza a chi tocca.

Se io volessi ora rimestare nella così detta consorteria napoletana, molte miserie e cose non liete dovrei ricordare. L’odio, il disprezzo di Napoli l’ha marchiata, dopo averla veduta alla prova. Io schivo di ripetere. Capo di questa associazione di mutua difesa d’incapacità e di mutua assicurazione di profitti è Pisanelli: soci ordinari, De-Blasis, Capone. Missari, Bonghi, Imbriani, Spaventa, Piria, Caracciolo, De Vincenzi, De Cesare, Leopardi, Ciccone.... ed altri, di cui, come di questi, non è delizioso il parlare. Essi son passati quasi tutti per gli affari a Napoli. Non fecero che [p. 188 modifica]impinguare i loro, non obliando punto sè stessi, considerando la cosa pubblica come affare di famiglia. Un giornale di Napoli accusò taluni di essi di peculato. Si commise un’inchiesta sulla denunzia. Poi La Francesca, che istruiva, fu traslocato, e l’inchiesta rimase sepolta, senza che alcuno degli accusati reclamasse. Se io mi fossi trovato nei panni loro avrei dato fuoco ai quattro angoli del regno onde tirare le cose al netto ed espletare l’inchiesta, il giudizio: quei messeri zittiscono. Della capacità dei consorti è inutile discorrere. Le pruove che la disegnano sono molte, dimandatelo ai Napoletani. Se ne hanno di più recondite, che canti il budget. Io, per poca mente forse, per limitata percezione, non so vederne alcuna, al di sopra di quella trivialissima di toute le monde. Mediocrità, petulanza, alto sentire di se, rimestare senza scrupoli.... ecco la camorra. Ah! respiro che non abbia più a scrivere il nome di costoro.

Due parole sole per Pisanelli — il capo di fila. Questi ha svegliata più collera degli altri — forse perchè l’opinione che avevasi di lui era più considerevole. Infatti, Pisanelli passava per uomo istrutto; per parlatore enfatico, sì, ma facile, colorito ed elegante; per carattere sostenuto, per disinteressato ed alla cosa pubblica atto, e delle cose politiche intelligente. Messo a prova, il disinganno fu completo. Alla Camera ha parlato due volte o tre, ma da avvocato, con un’enfasi drammatica ed un periodo cadenzato a schiantar l’anima; parole sesquipedali ed assenza completa d’idee. Fe’ da ministro a Napoli: popolò gli uffici di [p. 189 modifica]parenti, di amici, di amici dei parenti e parenti degli amici; mostrò fiacchezza, presunzione, assenza di cognizioni, mancanza di tatto e d’imparzialità; velleità, non determinazione, flessibilità muliebre, vanità, non attitudine; brancolò, afferrò per sè.... di cui restagli adesso la cattedra di dritto constituzionale nell’Università di Napoli. Ho letta la sua Prolusione: una miseria di luoghi comuni, di roba vecchia, di spasimi, d’entusiasmo e di piaggerie. Non voglio aggiunger altro. Pisanelli aveva la stoffa per essere un uomo distinto, se non un uomo di genio; la parola facile, la mente svelta, la persona attraente, il carattere ameno e pieghevole. Un’ambizione precoce eccessiva, avida, ha tutto precipitato. Napoli, al suo ritorno dal Parlamento, lo salutò di un indegno chiarivari. Gli studenti non lo amano nè lo stimano. I liberali lo respingono; i conservatori ne diffidano; i consorti non lo risparmiano. Ritirandosi per un tempo dalla vita pubblica, facendo pelle nuova, consolidandosi di studi serj per insegnare ciò che ha debito, rinunziando con fermezza agli affari, Pisanelli potria ancora riabilitarsi e brillare fra i primi nei futuri Parlamenti italiani. E’ non è corrotto, e vale assai meglio della sua fama. Cosa singolare! se Pisanelli avesse avuti nemici che lo avessero aspreggiato, forse avrebbe rimbalzato e si sarebbe risollevato. Egli non svegliò collera: destò indifferenza, disdegno, pietà — un’atmosfera tiepidissima di favore o di rancore l’ha mollificato e stemperato.

Quanto a Scialoja, me ne sbrigo con poche [p. 190 modifica]parole. Nessuno gli contesta capacità ed abilità. Egli parla bene, scrive bene, pensa bene nelle cose economiche, senza lampi di genio però: riduce, coordina, riassume ciò che altri scrissero, trovarono, pensarono. È scaltro in grappare le cifre; sa parare e ferire; dissimulare il lato debole di una posizione; far dei muri di cartone dipinti sì che sembrano proprio un macigno. Dietro le sue esposizioni, il tesoro è proprio un tesoro. Non cura i risparmi, spende, s’impania, s’imbraga nella burocrazia. Ha mente più analitica che sintetica. Saprebbe ordinare, non fondere e creare. Scialoia è l’uomo che, dopo Pisanelli, si è più distinto per nipotismo a Napoli, e contro di lui si grida più che la croce. Gli si rimproverano modi alteri, dispotici: lo si dice presuntuoso. Di ciò io non so, che lo rinvenni modesto e cortese tutte le poche volte che mi ebbi a trattare con lui. Ha figura acuta, sorriso beffardo e maligno, lo sguardo penetrante, ed un insieme che significa scaltrezza, investigazione, vita gaia e scetticismo incorreggibile. È rotto agli affari; ma assapora meglio la rutina, che non ha voglia e mente ad organizzare semplificando — come mi par disposto l’attuale ministro Sella. Scialoia è stato ministro — o qualche cosa di simile — e lo sarà ancora. Ma non sarà nè per apportare risparmi nei bilanci, nè per togliere abusi, nè per cangiar stile e metodo; si tiri avanti come pel passato — ecco tutto.

Tra i membri del centro, che sornuotano e che non appartengono alla società del Dio Crepito napoletana, io disegno il Baracco, Garofalo, [p. 191 modifica]Agudio, Pessina, Torre, Compagni. Tra i non napoletani si distinguono il Castelli, il Gadda, il Briganti-Bellini, il Cappino, il Sanguinetti, che sta sempre sulla breccia, se non sempre con successo sempre con audacia; il Marliani, che è, uno dei deputati i più distinti del Parlamento per esperienza, per finezza di tatto, per concetto politico opportuno, per scienza di cose e di uomini, che parla di rado, ma sempre con felice a proposito, e sempre per dire cose non ordinarie; il Torreggiani, che è valente economista e usa di ciò che sa con parsimonia, con gusto, con opportunità.

Ora che mi sia permesso di nominare al desert un certo numero di deputati che io sarei per addimanciare le utilità della Camera, e che non ho potuto cacciare qua e là nei compartimenti del mio lavoro, onde non alterarne l’economia ed il disegno. — Non mi ricordo più se taluni di essi li abbia di già nominati. Il pleonasma però non nuoce. La schiera è numerosa, ed i loro nomi debbono essere familiari ai lettori delle tornate della Camera.

Segnalo innanzi tutto i miei vicini. Castagnola, spirito sodo e positivo, che ha la parola sicura ed autorevole ogni qualvolta si parli di cose di mare e di commercio, ed in generale in tutte le quistioni amministrative; Bertea, che va tra i campioni pel piemontesismo e tra i partigiani del terzo partito, mente calma, senza passione ma tenace; Castellano, che quest’anno ha emigrato dalla destra alla sinistra e vi ha tenuto [p. 192 modifica]distintissimo posto, sempre all’avanguardia, e sovente battendosi nella confezione delle nuove leggi di finanza. Questo giovane, che non manca di abilità, di sagacia, di comprendere da che parte del pane stia il burro, che ha i mezzi di pervenire, perverrà certo. Segnalo altresì il signor Giovanni Ricci, il quale non passerà guari sarà un distintissimo ministro della marina d’Italia, avvegnacchè Bixio, dimandato un giorno dal Gallenga a chi confiderebbe quest’importantissimo portafogli, se la scelta stesse in lui, rispondesse che lo darebbe al Monti. Ed in vero, Monti e Ricci sono ambo espertissimi nelle cose di mare, ed il loro voto è di somma autorità — senza parlare dell’onorabilità del carattere che è a niuno seconda. Tra gl’ingegneri civili e militari, avendo, credo, già ricordato il colonnello Pescetto, ho l’obbligo di nominare il maggiore Conti, il signor Ranco, che oltre la sperienza della sua professione, mostrava in una discussione alla Camera, del decimo d’imposta sui trasporti per le strade ferrate, distintissima sagacia parlamentare e finezza di dire. Vi aggiungo pure gl’ingegneri Biancheri e Mongenet, quegli, del terzo partito, questi del centro. Tra gli economisti distintissimi della Camera, che non mancano mai di prendere la parola quando trattasi di affari che abbiano attinenza a questa scienza, credo di non aver già parlato del Cini, nè del Nisco, nè del Saracco, nè dell’Oytana, nè del De-Luca. Credo di avere altresì obliati l’ardente vecchio e veterano di tutte le guerre per la [p. 193 modifica]libertà, combattute nei due mondi, il generale Avezzana. Nè aver parlato del bravo ex parroco di Sorrento, canonico Maresca, all’aspetto, ai modi, alla riserva, al parlar untuoso, alla pinguedine, alla placidezza vescovile. Nè aver segnalato il Brioschi, segretario generale dell’istruzione pubblica, mente capace, amministrativa, ma senza audacia. Nè aver toccato del San Donato, oratore aggressivo e pittoresco, uno dei paladini del terzo partito. Nè del conte Borromeo — Minghetti in scorcio — il quale ha di futuro ministro l’incesso e la speranza. Nè del distintissimo giovane Pietro Mazza, spirito arguto, parola facile, intelligenza viva ed ornata; nè dell’Ugoni, nè del Trezzi, nè di Ara, nè del Monticelli, nè del Tonello, nè del Sanna-Sanna, che non ha guari così elegantemente e profondamente discorreva della sua Sardegna; nè del Plutino, che parla una lingua impossibile, con un accento impossibile, ma che fissa spesso l’attenzione della Camera sulle cose che dice; carattere insaissiable, che fa delle evoluzioni da beduino, che non si sa mai se è contro o in favore di un Ministero, ma che è sempre un campione ad oltranza degli interessi della Calabria. Credo pure di avere obliato il Lissoni, il Fiorenzi, il Silvestrelli, che in mezzo a noi è l’immagine di Roma che protesta e dice: anch’io vi sono! — il Luzzi, ardente mostra del carattere marchegiano, brusco, audace, positivo. Se ne ho già parlato, ricordo tre distintissimi giureconsulti della Camera, Mari, Regnoli e Panattoni, che non mancano mai al loro compito, e [p. 194 modifica]sovente con grande distinzione di modi e di scienza. Poi ricordo due napoletani, anzi tre, il cui nome e la cui parola risuona sovente nella Camera, e sempre udita con simpatia rimarcata, vo’ dire l’originale Mandoi-Albanese, l’enfatico ed accademico Minervini, dalla frase rotonda, dall’idea a marchio sempre scientifico, troppo cerimonioso ed intrepido in mezzo alle impazienze della stanchezza, e Lazzaro — che finirà per conquistare il suo posto quando avrà acquistato più calma, e la foga delle idee o dell’affetto non lo mutilerà. Aggiungo Leardi, istruttissimo giovane; Bottero, che, tutti sapete, ha figura da canonico, ma canonico come Swift e Rabelais. Infine, il silenzioso Cosenz ed il ministro della guerra, generale Petitti — il quale è un diminutivo del generale Lamarmora: come questi cocciuto, ma non avendo, come questi, antipatie e repugnanze a priori.

Se di tutti avessi voluto dire, ed a lungo, non me la sarei sbrigata sì presto. Ogni individuo del nostro Parlamento ha una storia, è una figura — ed avrebbe di giustizia dimandata una pagina. Ma nè io li conosco tutti, nè tutti ebbero finora il tempo di mostrarsi sotto il vero loro punto di luce. Ogni giorno io scopro là un carattere, qui un pubblicista e talvolta un uomo di Stato, altrove un oratore, più oltre un valente economista, ed ancora degli uomini pratici, culti, utili, che portarono, ciascuno dal lato suo, la pietra per elevare la piramide che chiamasi Italia una, e ne formano la vita, il pensiero, la gloria. Specialità infinite, maniere squisite, intelligenze vaste ed [p. 195 modifica]audaci, scienziati.... Presi ad uno ad uno i deputati del Parlamento italiano sono quanto l’Italia ha di eletto fra i suoi figli più eletti — ed a niuno dei membri degli altri Parlamenti, europei secondi. Anzi i nostri han la modestia in più. — Avvicinateli negli Uffici, nei ritrovi, nelle riunioni eventuali.... ogni nuova conoscenza è una deliziosa sorpresa — sorpresa tanto più profonda quando siamo a ricordarci che tempi ebbimo a traversare, dal 1815 in poi, e che governi!

Se io fossi di natura men selvaggia e meno obliosa, avrei forse raddoppiate le pagine di questo libro, ed augumentatone l’interesse. Ma la mia ritrosia non so vincere, e non ho sfiorato che i profili di chi conobbi, di chi lambii, in passando, un bricciolo di conversare. Quindi, il mio libro è incompleto. E ne domando scusa a coloro di cui tacqui e di cui avrei dovuto favellare, ed a coloro di cui mi sbrigai con una frase, la più corta possibile, e perciò talvolta monotona. Ho scritto però senza malignità ed a seconda dettava dentro la mia coscienza.

Presi in massa intanto quegli individui sì vari, sì diversi, sì completi, sì scelti, formano un insieme che sembra una grande dissonanza al primo audito, al primo colpo d’occhio. Ma poscia, quando si compara, quando si rapprossima, quando si conosce il tuono e si è fatto l’occhio allo scintillìo di tanta mobilità di luce, si vede che il Parlamento italiano è un corpo perfettamente organizzato, all’organismo forte, ai legami potenti, agli organi [p. 196 modifica]diversi vigorosamente sviluppati, e di cui la varietà forma l’unità. Vi è in esso un sistema di compensazione continuo; di completamento provvidenziale — in cui Ricasoli completa Ratazzi, il marchese di Cavour completa Ferrari, Mellana completa Mancini, Brofferio completa Buoncompagni, Ondes completa Levi, Crispi il Paternostro ed io il Chiaves, e Conforti il Mordini. Cento antitesi danno la grande tesi dell’unità nazionale — espressa in questo teorema che chiamasi Parlamento. I partiti sono vivi, gl’interessi pronunziati, le passioni esigenti, le titubanze legittime, le impazienze logiche.... la ragione del clima, della latitudine, del sole, del suolo scoppia per tutto. Ma, nell’urto, nasce quella temperatura media che si vede poi regnare di ordinario nell’atmosfera delle nostre discussioni. A gruppi, ti sembrano divoratori, sovvertitori; riuniti, ti stupisce la loro calma, la prudenza, la moderazione. E prova ne sia l’amministrazione Ricasoli e l’attuale.

Nelle sale, un Ministero non ha un’ora di vita: nell’aula delle sedute, esso ha sempre una maggioranza che stupefà. Solo questi elementi centrifugi diventano centripeti nel contatto, perchè là si stabilisce una corrente di compensazioni che smussa ogni angolosità; la volontà domina l’istinto, il calcolo tempera la passione, l’interesse soprasta all’idea, l’opportunità fa tacere il principio, la prudenza mette la musoliera alla foga. Ed è ciò che chiamasi coalizione, o connubi — ed è ciò che, mentre attesta il gran senso pratico che hanno in politica gl’Italiani, rende importante ed [p. 197 modifica]effimere le loro amministrazioni. Un Gabinetto non può contare sull’indomani, perchè gl’interessi si muovono e variano, mentre i partiti, i principii, le idee, gl’ideali permangono. Noi non avremo mai i lunghi ministeri di Walpole e di Pitt, di sir Robert-Peel, di Palmerstori, di Guizot. Questi rappresentavano un corpo completo; poi un embrione che si fa uomo, che cangia, che cresce, che si dilata, che acquista varietà di vita a misura che ne viene rigogliosa l’esuberanza. Il conte di Cavour e la sua dittatura fu possibile perchè ebbe a fare con un Piemonte, Stato di già omogeneo e completo. Oggi anch’esso, malgrado la sua mutabilità di forma, di metodo e di mezzi d’azione, egli stesso subirebbe le leggi di instabilità e di varietà che presiedono alla formazione della nazione. Le forze vive cangiano. E queste forze vive sono i vari elementi che si osservano, si mischiano, si urtano, si compenetrano, combacciano, si respingono, si amalgamano nel Parlamento.

Ogni Parlamento nuovo è un sostrato completo che forma la scorza del consolidamento nazionale. Esso è un’epoca — un’epoca intera con tutte le sue fasi, le sue facce, i suoi portati, i suoi prodotti. Questo sostrato consolidato, quest’epoca finita — la natura viva che si rinnovelia addimenta altro, entra in altra crisi, in altra formazione. Quindi altri elementi, altre forze, altri agenti. L’attuale Parlamento ha finito il suo tempo. La fase della nostra storia, che lo rese indispensabile e legittimo, è cangiata. Esso non ha più presa, [p. 198 modifica]non ha più eco, non più ragion d’essere. Non risponde ad alcun bisogno, non soddisfa più le esigenze dei tempi. Quindi deve ritirarsi. Quindi lo si vede oscillare, brancolare. La sua sève è esaurita. L’Italia d’oggidì non è più quella dell’anno scorso. Un mondo nuovo è nato. Altri interessi sgruppati, altri nuovi sorti ed esigenti. La corrente elettrica tra il popolo ed i suoi mandatari è rotta. Bisogna ristabilirla. Nuove elezioni sono indispensabili. Però questo Parlamento fece il suo compito, e largamente. Esso lascia un marchio.

In Italia esso esprime l’unità; fuori, l’unità e la rivoluzione. Il Parlamento è il cuore che palpita ed indica in Europa che l’Italia una vive, pensa, parla, vuole, ed è pronta ad agire. Se il Parlamento italiano non esistesse, l’Italia una, per l’Europa, sarebbe un’utopia, un sogno, e forse un attentato da cospiratori. Tanti individui, convenuti da tutti i punti d’Italia, con tante passioni, idee, precedenti, interessi diversi, sedere insieme, intendersi, formare una maggioranza ed una minoranza, esprimere concetti identici, desiderii comuni, scopo unico, stupisce, atterrisce l’Europa. Questa cominciò dalla meraviglia, anzi dall’incredulità, oggi subentra in lei l’agitazione, la paura. Ed è perciò che le ostilità contro l’unità italiana, da sei o otto mesi in qua raddoppiano in tutta l’Europa. Oggi, uditelo nell’Assemblea francese, noi siamo la rivoluzione — il long Parliament che aspetta il suo Cromwell. Per l’Europa l’Italia si concentra in due fuochi: nel Parlamento — un’incognita da [p. 199 modifica]cui la crudeltà dei tempi può tirar fuori Dio sa che — ed in Garibaldi — non l’uomo della logica, della ragione, della convenienza, ma del destino — forza selvaggia di una natura concentrata per quattro secoli — l’Italia! Il Parlamento è per l’Europa un vulcano, una negazione terribile, delle basi cui essa credeva riposare. Il Parlamento ha attestato il suo dritto su Roma e su Venezia. Ed a Venezia e’ rappresenta la negazione dell’Impero; a Roma, quella del papato — vale a dire, il rovesciamento, del dritto che per quattordici secoli servì di ritmo alla vita di Europa. La terribile Convenzione, in paragone a questa placida, moderata, flemmatica nostra assemblea, fu un’assemblea di fanciullette. Essa non concepì un cataclisma così completo della società europea — fu difesa, non aggressione. E noi aggrediamo. La tenace temperanza stessa, la pazienza, la ipocrisia del nostro Parlamento sconvolge l’animo delle potenze. I furori duran poco, l’entusiasmo si calma, l’ebbrietà svapora; la tranquilla fede, la perseveranza intemerata nostra, la calma dell’insieme nello scoppio e nei bagliori delle varietà che minacciano, che sfidano, che protestano, che s’impazientano, che si mostran pronte a fare, ed impellono ad agire, gittano nei gabinetti europei un turbamento indefinibile. Essi veggono un fantasima che leva il capo e sormonta la cima delle Alpi, e si domandano: che vuole costui in definitivo? dove andrà? E lo spettro di Roma — delle due Rome forse — di quella di Cesare e di quella di Gregorio VII — sembra risorgere minaccioso. [p. 200 modifica]

Sopprimete il Parlamento — questo crogiuolo della vita italiana — e l’Italia scompare, ed il fantasma si dilegua. Finchè questa sintesi di sette antichi Stati — sta in piedi, si presenta all’avanguardia, va compatta, sta soda, confidente, concorde, si attesta, attesta i suoi diritti, tien testa ai rifiuti, alle minacce, alle negazioni, alla lotta, ed incede, ed avanza, e non si arresta mai, e non trasmoda, e non perde nè la dignità, nè la calma, ed ha fede, ed è inesorabile o clemente a seconda le vicessitudini e le circostanze, e non si subordina a chicchessia; finchè questa sintesi della nazione italiana, dico, fa udire la sua voce in mezzo all’Europa che ascolta e ne spia ogni movimento, l’Italia non corre pericolo. Essa è in via di formazione: si completerà.

Quindi è mestieri non colpire il prestigio che esercita ed ha il Parlamento. Esso è l’arca santa della nazione. Resterà, quando ministri e re non saranno più. Esso è la nazione — vale a dire l’immortalità. Perocchè l’Italia, che si credeva morta, squartata e sbranata come era in sette membra — l’Italia si è trovata viva, quando Este, Lorena, Borboni, Asburgo non sono stati più, non sono più. Anatema a chi bestemmia contro il Parlamento, ed al Parlamento, esso stesso, se contamina la sua dignità! L’insignificanza, la bruttura stessa di qualcuna delle sue membra non alterano la vita e la nobiltà del corpo. Il corpo, si rinnova nella giovinezza eterna della nazione.

L’esistenza del Parlamento all’interno è il faro su cui si poggiano e riposano gli occhi di tutte [p. 201 modifica]le provincie: esso è la sua fede, la sua coscienza. L’Italia sente che è una — e come tale pensa, ordina, obbedisce, agisce. L’antica geografia, che palpita forse ancora nei brani dei vecchi interessi, diviene un solecismo politico dal momento che si ode la voce che parla dalla tribuna italiana. Toscana, Sicilia, Napoli, Lombardia, non sono più che un nome, ed in questo battesimo — la rappresentanza italiana — tanti nomi che non ne fanno più ch’uno — l’Italia. L’irradiazione della forza nazionale qui si concentra, e parte di qui. Cuore e cervello, dal Parlamento sgorga la vita, la volontà, il pensiero e la coscienza, la forza, la fede; procede da tutti, ed è tutto. Esso è la legge.

Conchiudo. L’attuale Parlamento non sarà forse più quando questo libro verrà a luce, o gli sopravivrà di poco. Non importa. Il libro resta egualmente. Le roi est mort, vive le roi! Gli uomini che compongono l’attuale Assemblea, pochi tranne, ritorneranno ritemperati di vita nuova. Le elezioni saranno per essi una trasfusione di sangue. Oggi già ha avuto luogo nel suo seno uno spostamento significantissimo. La maggioranza del conte di Cavour, dislocata dal barone Ricasoli, è dissipata affatto dalla presenza del commendatore Ratazzi. I partiti han cangiato tempra, se non scopo; perocchè la loro composizione è adulterata, ed alterata. Nuovi interessi sorgono, e con essi nuovi elementi di attività e di azione. I colonnelli divengono generali, ed i generali passano ai veterani. In questo momento tutto fermenta come in una caldaja che bolle: tutto ruota ed ha la vertigine. [p. 202 modifica]Domani, quando le nuove elezioni avranno impresso un movimento regolare a questo agitarsi, aperta o indicata la via che ha uscita e mette capo ad un fine, tutto si arranga, tutto si assetta e l’ordine ricomincia, e con l’ordine viene la forza, l’autorità, la fede. Sciogliere la Camera attuale è una necessità: l’armonia fra i suoi membri è rotta. Fra le sue parti non vi sono più punti di contatto: tutti son punti ed angoli. Ciò però non altera punto la maestà del Parlamento. — I suoi membri variano, il suo spirito resta. Possono avversare lo scioglimento taluni, che temono non più ritornare. Coloro che hanno la coscienza ferma, coloro che sentono di rappresentare il paese, non sè stessi ed i loro fini, costoro anelano anzi di trovarsi in contatto con i loro mandanti. Essi vanno a ricevere una parola d’ordine che loro servirà di bussola.

La missione del Parlamento non è tanto legislativa ed amministrativa. Al punto in cui si trova l’Italia, essa è affatto politica, è sovranamente nazionale. Il Parlamento è il simbolo visibile dell’unità d’Italia, parlando, agendo così. Il resto è secondario. Questa espressione esso ha in Europa: questo scopo esso debbo avere per l’Italia. La missione legislativa verrà poi — quando non vi saranno più in Europa increduli che l’Italia sia. Il Parlamento italiano sarà forse un giorno chiamato a prove più ardue ancora di fede, di forza, di audacia, di patriotismo. Che gl’Italiani ricordino, ciò quando verranno a mettere i loro bullettini nell’urna — alle prossime elezioni. Io non voglio [p. 203 modifica]spiegarmi di modo categorico. L’Italia deve sapere che essa è in lotta, e sola contro tutta l’Europa. Chi lotta ha bisogno di lottatori dovunque, sul campo di battaglia come al Parlamento, nella diplomazia come nella chiesa.

Con questo intendimento, avanti con Dio.






FINE.