I pescatori di trepang/9. Il naufragio durante l'uragano

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
9. Il naufragio durante l'uragano

../8. Il golfo di Carpentaria ../10. L'uragano IncludiIntestazione 19 settembre 2019 100% Da definire

8. Il golfo di Carpentaria 10. L'uragano
[p. 85 modifica]

CAPO IX.

Il naufragio durante l’uragano



I selvaggi vedendo fuggire la nave, mentre si credevano certi di vederla immobilizzata sul banco, quantunque ormai avessero da cibarsi a esuberanza coi depositi di trepang e coi cadaveri dei disgraziati chinesi, si erano gettati verso la spiaggia e superate le rocce si erano messi a correre lungo la costa urlando ed agitando le armi, sperando forse che il capitano ed i suoi compagni cercassero di riprendere terra.

Fu una corsa però vana, poichè l’Hai-Nam, spinta dal vento che frescava dall’est, filava rapidamente, inoltrandosi nell’ampio golfo di Carpentaria. Le vele gonfie da scoppiare, la spingevano verso il nord-ovest, ed [p. 86 modifica] il capitano la guidava verso il lontano stretto di Torres, per riguadagnare più tardi il mar delle Molucche e quindi l’isola di Timor.

Pareva che, malgrado l’arenamento, la nave non avesse sofferto, poichè si comportava benissimo e s’alzava agilmente sulle onde spumeggianti del golfo, quantunque quei velieri di costruzione chinese siano generalmente assai pesanti.

— Urlate finchè volete, non ci prenderete più, disse Wan-Horn, guardando i selvaggi che rimpicciolivano rapidamente. Vi sfido a seguirci fino allo stretto di Torres.

— Ormai non ci fanno più paura, vecchio Horn, disse Cornelio.

— Lo credo, ma quelle canaglie possono vantarsi di aver fatto delle buone prede. Poveri chinesi!... A quest’ora cucineranno sui carboni, in attesa di venire inghiottiti da quei ributtanti selvaggi, ma la colpa non è nostra. Se non si fossero ubbriacati, forse sarebbero tutti salvi a bordo di questa giunca.

— E riusciremo noi a toccare le coste di Timor?

— E perchè no, signor Cornelio! Siamo solamente in cinque, ma la manovra delle nostre vele non richiede numerose braccia e poi attraversato lo stretto di Torres più nulla avremo da temere, poichè i pericoli non esistono che in quel braccio di mare che è così irto di banchi coralliferi e di bassifondi.

— Purchè non ci sorprenda qualche tempesta! Guarda laggiù, vecchio Horn, non scorgi tu delle nuvole alzarsi all’estremità del golfo?

— È vero, signor Cornelio disse il marinaio, aggrottando la fronte. Soffierà vento forte, questa notte, ma la giunca sembra solida ed ha provato già non poche tempeste.

— Non dico il contrario, ma se nell’arenamento si fosse guastata? Tu sai che le carene di queste navi non sono così robuste come quelle dei velieri costruiti sui cantieri europei.

— Anche questo è vero, signor Cornelio. Tutte le giunche chinesi, siano ts-as-ch’wan ossia grosse navi, o towmeng ossia piccole giunche, o ta-yü-ch’wang che portano un solo albero, sono in generale assai difettose. Si dice anzi che un gran [p. 87 modifica] numero di esse non possono affrontare i pericolosi cicloni che imperversano nei mari della China e che il solo dipartimento marittimo di Canton perde annualmente non meno di diecimila marinai, appunto in causa della cattiva costruzione delle navi chinesi.

— Ciò non è incoraggiante, per l’equipaggio della Hai-Nam.

— La nostra giunca, ve lo dissi già, è una delle migliori e porta una velatura perfetta e molto più maneggiabile delle altre. Vostro zio non avrebbe assunto il comando di una carcassa.

— Ehi, Wan-Horn! gridò in quell’istante il capitano, che si teneva alla ribolla del timone. Non ti sembra che la giunca sia sbandata sul tribordo?...

Il marinaio, sorpreso per quella domanda, lanciò un rapido sguardo sul ponte e s’avvide infatti che era leggermente inclinata a tribordo, mentre avrebbe dovuto esserlo sul babordo, in causa dell’azione delle vele.

— Questa è strana! esclamò. Se vi fosse un carico nella stiva, direi che s’è spostato, ma non abbiamo nemmeno una tonnellata di zavorra.

— Ebbene, Wan-Horn? chiese il capitano.

— Non so spiegare questo fenomeno, signor Wan-Stael rispose il marinaio.

— Si direbbe che la nostra giunca è zoppa, o per lo meno gobba.

— Mi pare però che navighi bene, vecchio mio.

— Infatti tiene il mare a meraviglia, capitano.

— Lascia andare; più tardi spiegheremo da cosa dipenda questo difetto che prima non ho mai osservato. Prendi la ribolla, Horn.

— La rotta? chiese il marinaio, salendo sul cassero.

— Nord-nord-ovest, dritto all’isola Wessel. Uhm! Il tempo si abbuia ed avremo mar grosso fra poche ore.

— L’ho notato anch’io, signor Wan-Stael. Se il vento raddoppierà, prenderemo terzaruoli.

I due lupi di mare non s’ingannavano.

All’estremità meridionale del golfo di Carpentaria s’accumulavano rapidamente delle masse di vapori di tinta oscura, ma coi margini color del rame e si distendevano pel cielo, minacciando di coprirlo fino agli estremi limiti dell’orizzonte. [p. 88 modifica]

Da quella direzione soffiavano, ad intervalli, delle folate di vento caldo provenienti senza dubbio dalle ardenti regioni del continente e forse da quel grande deserto di pietre che occupa buona parte di quella grande terra.

Anche il mare cominciava ad agitarsi e le sue onde perdevano la loro brillante tinta azzurra, diventando giallo-sporche e si coprivano di spuma.

Alle sette di sera, mentre il sole radeva già l’orizzonte, verso il sud cominciarono a rullare i primi tuoni e qualche lampo guizzò in mezzo alle masse vaporose. Il vento quasi subito accrebbe di violenza, fischiando fra il sartiame e l’alberatura della nave, sollevando delle forti ondate le quali si cozzavano fra di loro con cupi muggiti.

— Brutta notte, disse il capitano a Cornelio e ad Hans che osservavano l’avanzarsi delle nubi. Fortunatamente il golfo di Carpentaria è ampio e non ha dei banchi pericolosi che intorno alle isole Edward Pellew ed i frangenti e le scogliere corallifere dello stretto di Torres sono assai lontane.

— Prendiamo terzaruoli, zio?

— Sarà cosa prudente il farlo. Aiutatemi, giovanotti, ed anche tu, Lu-Hang.

Le rande, che avevano uno sviluppo notevolissimo, potevano sbandare la giunca al punto da farle imbarcare acqua sul tribordo, se la loro superficie non veniva diminuita ed il vento aumentava.

Il capitano ed Hans s’affrettarono a prendere terzaruoli sulla vela di trinchetto e Cornelio ed il chinese su quella di maestra. Questa manovra che consiste nell’abbassare il picco, ossia il pennone superiore, dopo d’aver imbrogliate le due vele triangolari superiori, chiamate contro-rande, e nell’annodare delle cordicelle, diminuendo la superficie delle vele inferiori di una metà o di un terzo, fu tosto eseguita, malgrado le furiose scosse che subiva la giunca ed i soffi impetuosi del vento.

La nave, che era fortemente inclinata sul tribordo, si raddrizzò alquanto, ma subito ricadde mentre nella stiva si udiva un sordo muggito.

— Cos’è? chiese il capitano, stupito ed inquieto. Avete udito voi?

— Sì disse Cornelio, che tendeva gli orecchi. Ho udito [p. 89 modifica] uno strano fragore. Che ci sia qualcuno nella stiva? Forse dei selvaggi nascosti?

— Non è possibile; li avremmo veduti, quando abbiamo levata la zavorra.

Ad un tratto si battè la fronte ed impallidì.

— Gran Dio! mormorò.

— Cos’hai, zio? chiesero Hans e Cornelio.

— Wan-Horn! gridò invece il capitano. Ti sembra che la giunca si sia abbassata?

— Cosa volete dire, signore? chiese il vecchio marinaio.

— La sua immersione è sempre uguale a poppa?

Wan-Horn si curvò sul coronamento del cassero e guardò giù. Un grido gli sfuggì.

— Capitano! esclamò. Noi andiamo lentamente a picco! La poppa si è immersa di un mezzo metro da oggi; l’acqua ha coperto tutto il timone e rade l’orlo inferiore del quadro!

— Hans, Cornelio, Lu-Hang, nella stiva! gridò il capitano, con voce rotta. Triste fatalità che pesa su noi!...

Scesero tutti e quattro a precipizio nella stiva, col cuore stretto da un’angoscia inesprimibile, le fronti imperlate d’un freddo sudore. Sfuggiti ai denti degli antropofaghi mentre già si credevano salvi, stavano ora per venire inghiottiti dai flutti del golfo di Carpentaria, e nel momento in cui la tempesta stava per assalirli!...

Giunti in fondo alla scala, s’arrestarono. Wan-Stael, che era dinanzi a tutti, aveva messo un piede in acqua.

— Un lume!... diss’egli.

Lu-Hang, che era l’ultimo, risalì in coperta, scese nel quadro di poppa e ritornò con una lanterna accesa.

— La stiva è inondata! esclamarono Hans e Cornelio, impallidendo.

Infatti la stiva della giunca era coperta d’acqua, la quale si precipitava ora verso babordo ed ora verso tribordo con sordi e paurosi muggiti, frangendosi contro i puntali e contro i piedi degli alberi di trinchetto e di maestra. Come era entrata?... Si era aperta una via d’acqua in causa della cattiva costruzione della nave o qualche madiere si era spezzato durante l’arenamento?...

Wan-Stael, pallido per l’emozione, colla fronte aggrottata, [p. 90 modifica] gettava sguardi disperati a tribordo, a babordo, a prua ed a poppa, cercando, ma invano, di scoprire l’apertura.

— Ebbene, zio? chiese Cornelio, possiamo ancora salvare la nave?

— È impossibile! rispose Wan-Stael, facendo un gesto di rabbia. È troppo tardi!

— Abbiamo una pompa a bordo.

— E qui vi sono ormai duecento botti d’acqua.

— Se si potesse turare la falla?

— La vedi tu?... E noi non ci siamo accorti prima di questo nuovo disastro!...

— Possiamo cercarla; non vi è che un metro d’acqua per ora e...

— Zitto!...

Il capitano si era curvato verso l’acqua, tendendo gli orecchi. Verso poppa si udiva come un sordo mormorìo che pareva prodotto dall’irrompere d’una violenta corrente.

— È là!... diss’egli. Scendi, Lu-Hang.

— Sotto il quadro di poppa? chiese il chinese, sbarazzandosi della hen-pu (larga casacca dalle ampie maniche) e dei keu-ku (specie di calzoni usati dai pescatori, pure assai larghi e che formano sul ventre una doppia piega).

— Sì, all’estremità del paramezzale, verso babordo.

Il pescatore s’immerse e si diresse verso poppa, portando seco la lanterna. Lo si vide curvarsi, immergendo il braccio destro, poi ritornare correndo, malgrado le ondate che si precipitavano da una estremità all’altra della stiva.

— Capitano, diss’egli, con accento di terrore. Qualcuno ci ha traditi.

— Cosa vuoi dire?

— Che la nave è stata, come dite voi, sabordata.

— Forata da qualcuno?

— Sì, capitano, ed ho sentito sotto la mano una scure ancora infissa nel legno.

— Ma chi vuoi che sia stato a fare quel foro?

— Il selvaggio, signore.

— Ah!... Il miserabile!... gridò Wan-Stael. Sì, ora comprendo: quell’infame dopo d’aver reciso le catene delle ancore, ha sabordata la giunca per impedirci di fuggire. È vasta l’apertura? [p. 91 modifica] [p. 93 modifica]

— Le onde devono averla ingrandita, poichè ha un diametro di mezzo metro.

— Allora siamo perduti. La nostra pompa non riuscirà a vincere l’acqua che entra.

Risalì in coperta. Le tenebre erano allora calate, ed il golfo di Carpentaria offriva uno spettacolo pauroso.

Larghe ondate, colle creste coperte di candida spuma, salivano dal sud con lunghi muggiti, frangendosi impetuosamente contro i fianchi della giunca, la quale si sollevava penosamente, scricchiolando.

Il vento non più frenato, urlava su tutti i toni, strideva attraverso al sartiame, fischiava fra i boscelli delle manovre correnti, ruggiva fra le vele che sbatteva in tutti i sensi, non avendo una direzione costante, e laggiù, verso le coste della Terra d’Arnheim e quelle di Torres, lampeggiava e tuonava.

Frequenti colpi di mare, superando le murate, si rompevano sulla coperta della nave, correndo all’impazzata verso prua o verso poppa e sfuggendo, col fragore di una cateratta, attraverso gli ombrinali1 di tribordo e di babordo.

Il vecchio Horn, quantunque rimasto solo in coperta, affrontava serenamente e senza impallidire l’uragano. Ritto sul cassero, coi capelli e la lunga barba bianca arruffati dal vento, colle mani strette attorno alla ribolla del timone, guidava intrepidamente l’affondante nave.

— Wan-Horn disse il capitano, raggiungendolo. La giunca ci affonda sotto i piedi.

— Con questa tempesta che ci assale?

— Il selvaggio l’ha sabordata e l’acqua entra come un torrente.

— Ah!... La canaglia! Cosa volete fare, signore? Se la costa fosse vicina si potrebbe tentare di raggiungerla e spingere la giunca sui banchi.

— La terra di Torres è a cento miglia da noi e la giunca, fra un’ora, s’immergerà negli abissi del golfo.

— Non ci sarebbe il tempo necessario per costruire una zattera? [p. 94 modifica]

— Con queste onde? Anche se il tempo ci fosse, tale costruzione sarebbe assolutamente impossibile.

— Volete tentare la sorte colla scialuppa? Resisterà alla tempesta?

— Con l’aiuto di Dio, speriamo di vincere anche questa terribile prova.

— Miserabile selvaggio!

— I rimpianti sono inutili, Horn: bisogna agire prima che la nave ci affondi sotto i piedi.

— Non dimenticate le armi; chissà dove approderemo!...

— Saranno le prime a essere imbarcate. Cornelio, Hans, Lu-Hang, seguitemi!...




Note

  1. Fori aperti nei parapetti della navi, a fior della coperta, per lo scolo dell’acqua.