I suicidi di Parigi/Episodio terzo/XII

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Episodio terzo - XII. Il colpo di grazia

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Le feste del principe di Lavandall erano le più ricercate di Parigi, a causa della scelta squisita dei suoi invitati, la ricchezza e sopratutto l’eleganza che vi regnavano. I balli delle Tuileries erano deserti, se coincidevano con quelli del principe. L’aristocrazia del Faubourg, che non andava dal re, si pigiava nei saloni del diplomatico russo. Se si parlava di una bella dama, questa quistione inevitabile era posta: - È dessa una delle fate dell’hôtel di Lavandall? Un artista, un autore, che vi era invitato, mostrava la lettera del principe come un poeta mostra una lettera di Victor Hugo. Era un diploma che dava delle ali. Essere stato al ballo del principe, costituiva una patente di nobiltà. Si era sicuri incontrare in quel salone tutto quanto Parigi possedeva di legittimamente illustre. Si contavano le intrusioni come una verruca sul viso di una ballerina. Questa spia di grande nobiltà ecclissava il re! Quando Vitaliana vi giunse, le sale ridondavano di gente. Il principe le andò incontro e le offerse il braccio per condurla nel salone principale. Il dottore di Nubo era probabilmente all’agguato del duca di Balbek, perchè, vedendolo, lo seguì lentamente fino a che non l’ebbe ridotto nel vano di un balcone. E’ gli disse un motto in italiano. Il duca rispose con un segno di testa e sguizzò in mezzo ai capannelli risplendenti di diamanti, di cordoni e di crachats. Vitaliana proiettò il suo sguardo comprensivo nelle sale ch’ella traversò, ed infine, in mezzo ad un gruppo di attachés e di altri giovani gentiluomini alla moda, scorse il conte di Alleux. Adriano arrossì. Vitaliana impallidì. Ma dessa continuò il suo andare, quasi avesse percorso la via sacra dei trionfatori. Adriano non si mosse, avvegnachè si volgesse per nascondere l’itto di quello sguardo, che andava ad impiantarsi nel suo cuore. Il nugolo di quei giovanotti si sciolse, e presero tutti a svolazzare intorno a Vitaliana, chi per salutarla, chi per invitarla a danzare. L’era un bagliore, alla lettera, quell’insieme di bellezze, di fiori, di pietre preziose. Si vedevano dei flotti di gaze e di luccicamenti ondulare come i flutti ad ogni movimento, traversare come un vapore, scintillare come il mare, in quelle notti di luna piena quando questa si culla, la state, nel golfo addormentato di Bengala. Vi si respirava due profumi divini: quello della donna e quello della giovinezza. Ogni salone era un mazzetto che rideva e cantava in mille spanti. Vitaliana si staccava su quella bianchezza, iridata di tutti i fuochi dell’opala, come un fiocco di bianca nuvola sopra un cielo imporporato dagli ultimi baci del sole. Pertanto, ella non aveva che una toilette di donzella: dei festoni di gaze grigio perla, rilevati da ciuffi di brughiera bianca, e dei fiori nei capelli. Ella non aveva neppur udito suo marito - il quale accusava Froment Maurice di mancar di parola per la nuova montatura dei suoi diamanti! Quel seno nudo, quel collo senza ornamenti, quella fronte alta e pura scintillavano sotto quegli sguardi assetati. Si sarebbe detto che quel petto e quel collo si fossero impregnati delle perle e dei diamanti assenti. Ella avanzava come un cigno sur un lago, e lo stormo dei giovanotti farfallava intorno a lei. Il più sollecito a farsi presentare dal principe di Lavandall fu lord Warland. Egli le disse immediatamente: - Dare I beg the favour, madame, to dance the first waltzer with you? - With great pleasure, milord - rispose Vitaliana con un sorriso. Lord Warland sembrò straordinariamente rapito di trovare quell’incantevole duchessa che gli rispondeva nella sola lingua conosciuta da lui, o, piuttosto, che egli osasse parlare. Si lanciò allora a tutto galoppo nella conversazione, cui milord ci permetterà di tradurre in italiano - in italiano, così infelice per la conversazione! - Scusatemi, signora, se l’è una indiscrezione. Siete voi nata in Francia o in Inghilterra? - In Francia, milord, a Parigi stessa, a tre numeri da questo hôtel. - Allora, madama, o io sono forzato a credere alla metempsicosi, ovvero voi avete smarrita la via venendo dal cielo. - Come ciò, milord? - Eh! Dio vi aveva inviata dall’altro lato della Manica, Il raggio di sole che vi portava vi trasbordò sul suolo di Francia. - Come io non posso supporvi capace di commettere dei concettini, debbo protestare, milord, contro il vostro invadimento britannico. Guardate dunque intorno a voi. - Sì: l’è pieno di bellezze europee. Voi... voi siete una transfuga dal cielo - o dal mio paese. - Voi credete dunque, milord, che le bellezze europee sono una mercanzia di scarto, cui Dio lascia cadere sul continente, riserbando per l’Isola la prima scelta - assolutamente come voi fate per i vostri prodotti dell’India? - Sensate, madama. Io aveva sempre creduto che il fiore valesse meno del diamante. Voi venite stassera a confondere i diamanti e li umiliate col fiore. Ecco ciò che è la mercanzia di scarto e di prima scelta! - Decisamente, milord, voi nascondete un poeta sotto la pelle di un gran signore... Bisogna disdoppiarvi: il cumulo è interdetto. - Io non domanderei nulla di meglio, se potessi acchiappar nel vestiario una maschera più confortevole. - Ah! gli è forse vero. Nella fretta, milord, voi vi siete azzimato di una figura un zinzino a l’azzardo. Ma, supponete che io mi sia una fata che potessi sbrogliarvi: quale sarebbe la maschera che voi preferireste fra questi cascantelli che ci circondano? - Vorrei potar dire: quella che voi scegliereste, madama! Ma, come la vostra scelta è fatta, io vi do il campione del mio desio. Gli è quel giovanotto femminino e pensieroso, che vi contemplava di sotto quell’arco di porta incontro a noi. - Come! quella fanciulla mancata, che à dei mustacchelli a crocco? Ve lo accordo, milord. Gli è il conte di Alleux, mio cugino... e non vi felicito del vostro gusto. - Perchè mo’, madama? - Perchè se un uomo, per isventura, è destinato ad essere... come dire ciò? - Ad essere un aborto, per esempio. - Milord, voi siete troppo duro per voi stesso. - Continuate, madama. - Ebbene, allora val meglio essere un aborto maschio che femmina. In quel momento, Adriano, vedendosi sotto lo sguardo di sua cugina e del suo cavaliere, si avvicinò per salutare Vitaliana. Questa fece un leggiero saluto con molta gravità, senza rispondere; ma le labbra di lei tremarono come sotto il brivido di un bacio invisibile. Lord Warland l’osservava, e disse: - Non importa, madama, io preferisco l’aborto femminile che voi disdegnate. - Davvero, milord, voi siete poco ambizioso - rispose Vitaliana sollecitamente, volgendo le spalle a suo cugino, che s’allontanò lento lento, senza aggiungere sillaba. Il waltzer ricominciò. Lord Warland e Vitaliana scomparvero nel turbine. - Il waltzer fa comprendere ciò che è la donna - disse milord: esso fa della vertigine un piacere di dei. - Anche quando quella donna pesa una tonnellata e mezzo, come madamigella di Paray, che balla con mio cugino? Quel povero Adriano respira come una foca. - Siete voi ben sicura che egli ansi, madama? Io credo ch’egli nasconda un sospiro sotto un anelito - ciò che arriva sempre quando si valsa all’intenzione di un’altra. Vitaliana non rispose. Si rimisero a valsare. Quando si fermarono per riposare, lord Warland dimandò: - Andrete voi al ballo dell’ambasciatore d’Inghilterra, martedì prossimo, duchessa? - Non credete voi dunque, milord - rispose Vitaliana ridendo - ch’ei sarebbe una imprudenza per una transfuga? - Oh! perdono, madama: vi si celebrerebbe, al contrario, il ritorno della figliuola smarrita. - Io penso, milord, che non ò, per il momento, alcuna voglia di ritornare. - State in guardia, duchessa. Se lord Palmerston vi vede mai, egli sarebbe capace di dichiarare la guerra alla Francia. - Bravo! non abbiamo noi M. Guizot, milord, che sarebbe capace di pagarvi delle indennità? - Le indennità ànno del buono, madama, ed alcuno non fa loro il muso. E voi vedrete, madama, che vostro cugino, dopo avere volteggiato con una balena, vorrà volare con un’allodola, e verrà ad invitarvi. Indennità! - Il conte di Alleux non è poi tanto Inglese in fatto d’indennità, milord - rispose Vitaliana slanciandosi di nuovo. Quando lord Warland l’ebbe ricondotta ad un canapè, un gruppo di giovanotti si avvicinò a Vitaliana per invitarla. Adriano non lasciò il suo posto. Sembrava anzi che avesse scelto un alto, fra due giri di walzer, per andare a salutare sua cugina, onde compiere un dovere verso di lei agli occhi del mondo, ma evitare le spieghe. Ciò non impedì che Vitaliana si lasciasse fascinare da tutte le provocazioni della festa. Tutto ciò che vi era di più elegante per nascita, distinzione, grazia, svolazzò intorno a lei. Le donne, esse stesse, si sentivano disarmate in presenza di quella figura, la quale aveva tutte le seduzioni dell’adolescenza e non uno dei provocamenti della donna che à morsicato al frutto della vita. Vitaliana, che aveva di ordinario poco spirito, si elettrizzava in mezzo a quel battibecco scintillante di sguardi bramosi, di motti squisiti ed aguzzati a punta d’oro, di lumi, di profumi, di bagliori, di gioie; in quella mischia di spalle nude, di petti alitanti, di occhi avidi, di gazes fiammeggianti - che nel turbinio della danza sembrano ali - ; di quella musica che scoppiettava come lo champagne e dava le stesse prismatiche ebbrezze. Ella ballò un po’ per sè stessa, molto per gli altri. Imperocchè si è implacabili, in un ballo, per le belle signorine. Bisogna ch’elleno espiino la divinità della bellezza, e che, la pelle madida, la respirazione fiaccata, i piedi ammaccati, le loro penne di angelo gualcite, le facciano infine invidiare l’abbandono della fanciulla brutta e scartata. Quel folleggiamento durò fino alle due del mattino, quando il principe di Lavandall venne a rilevare Vitaliana - dandole il braccio per passeggiare nei saloni, nella stufa illuminata di tratto in tratto con fuochi elettrici. Il principe la introdusse in seguito, per farla respirare un po’ in disparte, in un piccolo boudoir, la di cui porta era chiusa, e dove quattro persone giuocavano. Il duca di Balbek non ballava quasi più, eccetto il quadrille offiziale, a cui non poteva sottrarsi. Non essendo parlatore, essendo confinato, per ragione di Stato, alla tratta delle bellezze mature della diplomazia e della Corte, non gli restava altra risorsa nelle serate, ove le convenienze lo chiamavano, che quella del giuoco. Il giuoco, del resto, lo attirava; perocchè egli era costruito per le forti emozioni anzi che per le delicate. Da qualche tempo, d’altronde, il giuoco era divenuto uno degli articoli del suo bilancio di reddito, e, malgrado le variazioni inevitabili, era ancora molto produttivo. In ogni caso, avesse egli avuto ripugnanza per le carte, il conte di Nubo, suo medico, si sarebbe addato a vincerla. Perocchè, non appena il duca compariva in un casino od in un salone, il dottore sollecitava a metter su una tavola da whist, e peggio ancora. Infatti, abbiamo visto che di Nubo lo attendeva. L’ambasciatore d’Inghilterra e l’ambasciatore di Prussia - che gustavano anche essi considerevolmente una partita di whist - non dimandavano meglio che cedere all’invito del principe di Lavandall, il quale, per divertire i suoi ospiti, andava incontro alle loro inclinazioni. Ora, come lord Westmoreland era miopissimo, ed il conte di Tonningen era soggetto a distrazioni, il principe Lavandall fece preparare il loro tavolo verde in un salottino particolare, ove, la porta chiusa, i giuocatori non sarebbero stati distolti dai curiosi che fan di ordinario galleria intorno alle tavole a whist. Eccoli dunque istallati, il duca di Balbek giuocando con l’ambasciatore di Prussia, ed il dottore avendo per partener quello d’Inghilterra. Il duca ed il dottore giuocavano così in certi saloni, perchè, alla fine della serata, liquidavano tra loro benefizi e perdite. Al club, al contrario, erano sempre partener. La sorte si era mostrata neutra. Le partite si erano succedute e moltiplicate, ma con poca differenza dalle due parti. Le perdite si equilibravano quasi. - Gli assalti di sala d’armi son belli - diceva il dottore forbendo i suoi occhiali - ma, è d’uopo convenirne, gli occhi si stancano a seguire quelle punte di fioretto che cercano inesorabilmente il vostro petto. - Gli è vero! - sclamò lord Westmoreland, nettando a sua volta le sue lenti. - Se respirassimo un istante dopo questa partita - riprese il dottore, con quella famigliarità comoda che i medici pigliano dovunque naturalmente. - Possiamo cessare, dottore, se siete stanco - interloquì Balbek. - Si riposa pure - replicò il dottore - cangiando di occupazione. Un giro di pharaon ci rinfrancherebbe altrettanto. Che ne dite voi, milord? Ciò vi va, signor conte? - Perfettamente - risposero i due ambasciadori. - E voi, signor duca, gradite voi la proposta? Or, come la proposta era di già stata gradita tre giorni innanzi, il duca di Balbek non l’oppugnò. In fatti si andava a cangiar di giuoco, quando il principe di Lavandall entrò. E, poco dopo, il conte di Kormoff ed il principe di Storkine venivano a prendere da lui commiato, partendo entrambi il dì seguente per le Russie. - Non potreste voi, signori, aspettare ancora un quarto d’ora? Avrei una piccola commissione a darvi per madama di Nesselrode. Ma bisogna che io comunichi innanzi tutto a milord Westmoreland ed al signor conte di Tonningen un dispaccio che mi àn rimesso or ora, dalla parte di M. Guizot. Come voi lo troverete probabilmente pure in rientrando, mi sollecito a comunicarvelo qui. - Sì, sì - dissero i due ambasciadori. - Son desolato, signor duca e signor dottore, d’interrompere la vostra partita per cinque minuti. Ma, se voi il permettete, signori, spero che M. di Kormoff ed il signor principe di Storkine vorranno farmi il piacere di tener le carte per cinque minuti. - Io prego anzi uno di quei signori di occupare il mio posto definitivamente - disse lord Westmoreland. Io mi ritiro, dopo. - Ed io pure - soggiunse il conte prussiano. E sarei grato a quegli di quei signori che vorrà rimpiazzarmi. - Con piacere - risposero i due signori russi. I tre diplomatici uscirono. - Solo - continuò il conte Kormoff con un certo imbarazzo - io sono un detestabile giuocatore di whist, ed imporrò una rude pazienza al mio partener. - Ma, in questo caso - osservò il dottore - noi potremmo giuocare il giuoco che vi piacerà più, signori. Non siamo già condannati al whist forzato, che io sappia. Che ne dite voi, signor duca? - Sono agli ordini del signor conte di Kormoff e del suo amico. - Il principe di Storkine - fece il conte, presentando il suo compatriotta. Si salutarono e si assidero. - Giuochiamo allora un giuoco che anche le donne ed i fanciulli conoscono e non disdegnano: il baccarat. La proposizione vi disgrada, signori? - proseguì il dottore sorridendo. - Niente affatto - risposero i tre altri signori, sorridendo del pari. Il dottore allungò la mano ad una tavola e vi prese 10 mazzi di carte, cui aprì ed ammonticchiò sulla tavola. Il giuoco cominciò. Si era al più vivo delle poste quando la porta del gabinetto si aprì dolcemente ed il principe di Lavandall v’introdusse Vitaliana, onde sottrarla agli inviti che la avevano di già stanca. Il principe, appoggiando al suo braccio la giovane donna, si collocò dietro al duca di Balbek, il quale non si accorse forse neppure della presenza di sua moglie - talmente il demonio del giuoco lo trasportava in quel momento. D’altronde, il suo giro di pigliar la mano arrivava. La fortuna gli aveva di già sorriso, perchè aveva innanzi a sè un mucchietto assai spesso di marche, d’oro e di polizze da banco. Prese le carte. - Si dice, signori, che, al club di Mosca sopratutto, si giuoca molto al lanzichenecco - chiese il dottore ai due Russi. È vero? Mentre il principe ed il conte rispondevano volgendosi verso il dottore, il duca di Balbek prendeva le carte - soffiandosi previamente il naso. Vitaliana, però, che aveva gli occhi sopra di suo marito - al pari del principe di Lavandall, probabilmente - rimarcò qualche cosa cui non comprese. Perocchè, volgendosi al principe, le dimandò a voce bassa: - Che fa egli dunque? Il principe di Lavandall scostò Vitaliana, rinculando verso la porta del gabinetto. Lo aprì, uscì, lo chiuse a chiave dietro a lui, e trascinò Vitaliana in una stanza appartata. - Voi avete dimandato, duchessa - mormorò il principe a voce bassa: che fa egli dunque? - Sì - rispose Vitaliana, commossa dell’aria che prendeva il diplomatico russo. - Ebbene, duchessa, vostro marito ruba. - Signore! - gridò Vitaliana, tremando di tutte le sue membra come se fosse entrata in un bagno gelato. - Vostro marito ruba al giuoco - replicò il principe con delle lagrime nella voce. Ma abbiate calma, madama, silenzio! Partite. Io vado ad impedire uno scandalo ed un clamore forse. Vitaliana fuggì verso la porta, tremando di più in più, trascinando il principe. Questi fece chiamare la carrozza del duca di Balbek ed accompagnò la duchessa fino allo sportello, susurrandole all’orecchio: - Per l’amor di Dio, signora duchessa, silenzio con chiunque - sopra tutto con vostro marito. Io accomoderò la cosa ed avrò l’onore di presentarmi da voi domani, per comunicarvi il resto. Vitaliana fuggì, ringraziando il principe, degli occhi bruciati - perchè vi sono delle lagrime che rientrano ed appiccano il fuoco al cuore. Ella andò a cercare asilo nel suo appartamento, chiudendosi a chiave. Il principe di Lavandall ritornò al piccolo salone, giusto al momento in cui una scena delle più tragiche cominciava. Il duca aveva una fortuna insolente. Aveva passato dieci o dodici volte, ed un monticello considerevole di luigi, di viglietti di banca, di gettoni, denunziava il suo successo. La vena continuava. Il vento gonfiava tutte le vele del suo naviglio conquistatore. Non restava più un soldo nè avanti nè in tasca dei suoi avversari.

Di un tratto, la mano del conte di Kormoff, a destra, e quella del principe di Storkine, a sinistra, afferrarono i due polsi del duca di Balbek e, levandosi, i due personaggi gridarono di una medesima voce:

- Signore, voi rubate!

Il duca di Balbek restò pietrificato. I suoi polsi non battevano più. La sua voce si estinse. Solo, il suo labbro inferiore tremolò.

- Noi abbiamo cominciato con dieci giuochi di carte. Ora andremo a contare quanti ve ne sono colà, poi a frugarvi. Se ci siamo ingannati, noi siamo a vostra disposizione per dimandarvi scusa o darvi soddisfazione dell’insulto.

Il duca di Balbek tacevasi sempre.

Lo sguardo del principe di Lavandall pietrificava a sua volta il dottore di Nubo, e gl’impediva di far un segno, un gesto, un moto che potesse salvare il suo complice, o piuttosto la sua vittima.

Imperciocchè era desso che aveva consigliato quell’infamia al duca di Balbek, e Tob, che aveva visto costui preparare la carte, aveva poscia dato l’allarme.

Il principe di Storkine andava a procedere alla verifica delle carte, quando il duca, ritrovando infine la parola, balbutì di una voce estinta:

- L’è inutile, signori. Che mi volete voi?

- Come! - gridò il conte di Kormoff.

Il principe di Lavandall s’interpose, interrompendolo, e disse:

- Adagio. Il più insultato qui, sono io. Mi occorre una riparazione eclatante. Scegliete, signore, - aggiunse egli, indirizzandosi a Balbek con piglio altero: O io apro questa porta e convoco tutti qui, per constatare che l’ambasciatore di Commodo V ruba al giuoco, o fo chiamare la polizia e vi consegno alla giustizia; o voi andrete a scrivere qui - e noi la firmeremo tutti - una dichiarazione, che voi avete rubato al giuoco in casa mia.

Un momento di silenzio seguì questa sentenza omicida.

Tutti gli sguardi s’inchiodarono sul viso cadaverico del disgraziato, cui i due pugni di ferro dei signori Russi tenevano ribadito sulla sua sedia.

E’ disse, in fine, di una voce cavernosa:

- Se scrivo, che uso farete della mia dichiarazione?

- La conserverò, per restituirvela forse, quando sarete corretto.

E dicendo ciò, il principe metteva innanzi al duca un foglio di carta ed un calamaio; ed i due Russi lasciavano le sue mani libere.

Il duca conservò ancora il silenzio per qualche istante, poi ghermì una penna e di una voce ferma sclamò:

- Dettate.

- Vi è là una pistola, signore, se preferite bruciarvi le cervella nel giardino, innanzi a noi.

- Dettate dunque! - gridò il duca con collera.

Lavandall dettò, Balbek scrisse:

"Io dichiaro, in presenza dei sottoscritti, di aver rubato al giuoco in casa del principe di Lavandall, oggi," ecc., ecc.

- Firmate.

- L’è fatto.

- Firmiamo a nostra volta.

Tutti firmarono.

Lavandall prese la scritta ed uscì con i suoi amici.

Il dottore restò, impiedi, all’altra estremità della tavola, silenzioso, freddo, calmo, increspando quasi il suo sembiante di una smorfia che somigliava ad un sorriso.

Il duca pareva inchiodato alla sua sedia, gli occhi devaricati, accoccati a quella somma di 50 o 60 mila franchi innanzi a lui, senza vederla.

Di botto poi, come se si svegliasse di soprassalto, ei balzò in piedi, e volle fuggire, senza toccar nulla.

- E Morella! - sclamò il dottore.

Ciò fu come una parola magica. Il duca si precipitò sul danaro, lo tuffò nelle sue tasche e fuggì correndo.

Egli errò tutta la notte, a piedi, nelle strade di Parigi. Alle otto del mattino, si trovò innanzi l’uscio di Morella.

Il duca portava la mano al bottone del campanello, quando il dottore di Nubo, uscendo dalla carrozza, gli si avvicinò e gli disse:

- Entriamo.