Il Dio dei viventi/XIX

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Parte XIX

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Nei giorni seguenti Zebedeo ebbe molto da fare per lo sgombero e il riattamento della tettoia: uno dei servi del povero Basilio e anche Rosa tutt’ora stordita sebbene avesse bevuto un’acqua contro lo spavento preparata dalla fattucchiera, aiutavano i muratori.

A Bellia non veniva permesso neppure di avvicinarsi: Rosa stessa, che esagerava sempre i suoi sentimenti, avvertiva il padrone se il giovane accennava a fare qualche cosa.

E Bellia scrollava le spalle e si metteva a sedere accanto alla porta di cucina con la mano sostenuta da una fascia legata al collo, triste, preoccupato, non per il male, ma per la sua forzata inazione. Di tanto in tanto la madre o la vecchia gli mettevano un impacco sulla mano che cominciava a venire in suppurazione, ed egli lasciava fare inerte con negli occhi già [p. 92 modifica]così freschi e vivi un’espressione di indifferenza; e pareva che le sue palpebre si appassissero come petali di gardenia. Anche la bocca era violacea e arida: una lieve peluria gli cresceva sopra il labbro e sulle gote ed egli non se la radeva più, non solo, ma quando la madre gli diede i denari perchè andasse dal barbiere disse con dispetto:

— Non li voglio. Voglio lasciarmi crescere la barba finchè vivo.

Il dottore era la sola persona che riusciva a scuoterlo e confortarlo sebbene non si pronunciasse mai chiaramente circa la natura e la durata del male.

Ecco che entra dopo aver picchiato forte col bastone sul portoncino aperto per avvertire che viene; la serva fa di tutto per avvicinarsi, lo guarda alle spalle, sul collo, arrossisce, istintivamente si erge sul busto e dondola i fianchi per farsi notare da lui.

Anche Zebedeo e le donne gli vanno incontro e mentre la madre lo guarda con fede e speranza zia Annia l’osserva fredda [p. 93 modifica]diffidente e non gli rivolge mai per prima la parola. Bellia s’irrita per tutta quell’accolta di persone intorno a lui; abbandona la mano all’esame rapido del dottore e prova un gusto crudele se la mano ha peggiorato.

Un giorno disse freddamente:

— Se verrà la cancrena bisognerà tagliarla.

— Tu sei pazzo — gridò il padre.

— Perchè ti metti in mente queste scempiaggini?

— Ma io non ho paura di nulla: tanto, da campare ce n’ho.

E tornò a sedersi accanto all’uscio di cucina, tirando calci alle galline e ai gatti che tentavano di passargli davanti.

Neppure Ladrone il buon cane di guardia col quale erano amici da tanti anni riusciva più ad avere la sua simpatia: invano gli si aggirava intorno scodinzolando, guardandolo con occhi dolci e lucenti, invano tentava di leccargli la mano sana: egli lo scacciava col piede, voleva star solo col suo male e col suo pensiero [p. 94 modifica]segreto: un pensiero che egli non voleva rivelare intero neppure a sè stesso.

Così un’afa pesante e un’ombra grigia gravavano sulla casa un giorno tanto serena.

La stessa figura di zia Annia vi portava qualche cosa di estraneo, di misterioso; era come l’ombra lunga del morto rimasta lì a ricordare che un’iniquità era stata compiuta, che Dio forse voleva punire la famiglia avida col male del figlio, con le disgrazie che accadevano: perchè alla caduta della tettoia erano succeduti altri guai; l’afta s’era sviluppata nel bestiame lasciato dal povero Basilio, e già due vacche erano morte: altro bestiame era stato rubato.