Il Fiore delle Perle/4. La caccia ai fuggiaschi

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4. La caccia ai fuggiaschi

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4.

LA CACCIA AI FUGGIASCHI


Hong, Than-Kiù ed i suoi due fedeli compagni erano scesi precipitosamente sulla via, dove li attendevano, con le rivoltelle in pugno gli otto membri del Giglio d'acqua, i quali ridevano ancora a crepapelle della burla fatta ai due gendarmi.

Stavano per prendere la corsa tutti uniti, per guadagnare i quartieri interni di Binondo dove sapevano di poter trovare degli amici devoti, nel caso che fossero stati costretti a cercare un rifugio, quando videro avanzarsi una pattuglia di guardie civiche, che aveva allora attraversato il ponte del Passig.

Quelle guardie, attirate forse dalle grida dei cinesi e dei tagali, od avvertiti da qualche spagnolo che da lontano aveva assistito alla scena terminata con la peggio dei rappresentanti della forza pubblica, si preparavano a piombare addosso ai fuggiaschi prima che sparissero fra le tortuose e strette stradicciuole del sobborgo.

– Morte di Confucio!... – bestemmiò Hong, vedendole. – Stiamo per venire presi.

– Capo, fuggi con Than-Kiù – dissero i suoi uomini, armando precipitosamente le rivoltelle. – Noi proteggeremo la ritirata.

– Andiamo a cercare rifugio nella casa di Thuang – disse Hong. – Vi aspettiamo colà.

Prese Than-Kiù fra le robuste braccia, e sollevandola come fosse una bambina, si slanciò in una stretta viuzza seguìto da Sheu-Kin e da Pram-Li, e più lontano dai suoi otto amici.

Le guardie, vedendo che quelle persone si erano date alla fuga e credendo di aver da fare con dei ladri o più probabilmente con dei ribelli sbarcati allora da qualche praho noleggiato dal comitato dell'insurrezione, raddoppiarono la corsa, gridando minacciosamente:

– Fermatevi, o facciamo fuoco!

Gli affigliati del Giglio d'acqua, sapendo che le guardie erano armate di sole rivoltelle e che quindi non avrebbero potuto adoperarle che a venti o venticinque passi di distanza, invece di obbedire alla intimazione allungarono la corsa per tenersi fuori di portata dalle palle.

Non avendo la minaccia ottenuto il risultato che le guardie speravano, furono sparati alcuni colpi dietro ai fuggiaschi, non producendo altro che del baccano, ma che poteva però diventare più pericoloso dei proiettili, poiché poteva attirare l'attenzione di altre pattuglie.

– Morte di Confucio!... – esclamò Hong, senza rallentare la corsa. – Se non cessano il fuoco, fra poco avremo alle spalle altri curiosi. Toh!... Lo dicevo io!... Udite!

In una via laterale si udivano accorrere delle altre persone. Erano guardie o dei cittadini in ritardo?

Senza attendere che si mostrassero, Hong voltò l'angolo d'una nuova viuzza, mentre i suoi compagni, che si vedevano stretti da vicino e bersagliati dalle palle, bruciavano risolutamente le cariche delle loro rivoltelle per tentare d'arrestare gl'inseguitori.

La prima pattuglia, dinanzi a quella resistenza inaspettata, aveva rallentata la corsa, ma dalla via laterale ne era sbucata un'altra composta di otto persone, le quali avevano senz'altro aperto il fuoco sui membri del Giglio d'acqua, gettandone a terra due.

Gli altri sei ripresero la fuga a precipizio, raggiungendo Hong che non aveva abbandonata Than-Kiù, quantunque questa lo avesse replicatamente pregato di metterla a terra.

– Capo, – disse uno, – stiamo per venire presi. Abbiamo venti uomini dietro di noi e forse altre pattuglie stanno per giungere.

– Abita qualcuno dei nostri qui? – chiese Hong, lanciando uno sguardo inquieto sulle case vicine.

– No, siamo nel quartiere malese.

– Dove mette questa via?...

– Sulla gettata – disse Pram-Li.

– Allora possiamo ancora essere salvi.

– Le pattuglie ci cacceranno in mare.

– E noi le faremo correre – disse Hong. – Orsù, di galoppo!... Bisogna guadagnare il molo prima che vi giungano i soldati.

Raddoppiando gli sforzi, il drappello, pochi istanti dopo sbucava sul molo, il quale in quel momento era deserto, non essendo le due pattuglie ancora giunte.

Hong con un rapido sguardo ispezionò la sponda e visto che vi erano ancorati parecchi prahos e delle giunche cinesi, attraversò celeremente la gettata, balzò su di un pontile e si slanciò sulla tolda di una tow-mêng che aveva le vele mezze imbrogliate, come se l'equipaggio attendesse l'alba per salpare.

I suoi uomini lo avevano seguìto, senza chiedersi quale strana idea avesse il loro capo per cercare rifugio su quella nave cinese.

Hong lasciò andare Than-Kiù, con un colpo di coltello recise le due gomene che trattenevano a terra la tow-mêng, poi comandò con voce tranquilla:

– Ohe!... Issa!... Un uomo al timone!

– Cosa fai?... – chiese Than-Kiù, stupita.

– Ti sottraggo alle guardie – rispose il cinese, ridendo.

– È tua questa giunca.

– No, ma che importa?...

– Ed il proprietario?...

– Me ne infischio di lui, e poi il Giglio d'acqua paga, e bene.

Intanto i suoi sei uomini e Sheu-Kin, trasformati lì per lì in marinai, avevano alzato le grandi vele di giunchi e Pram-Li, il più abile di tutti nella sua qualità di malese, si era collocato al timone.

La tow-mêng, appena ebbe sentita l'azione del vento sulle vele, cominciò a muoversi, staccandosi dalla riva. Proprio in quel momento gli uomini delle due pattuglie sbucavano sul molo.

Non vedendo più i fuggiaschi, s'arrestarono stupefatti, prorompendo in una serie d'imprecazioni, alle quali tennero dietro domande e risposte.

Carrai!.... Carramba!...

– Dove sono andati quei chiquyos (monelli).

Chiquyos?... Sono presidiarios (galeotti).

– Sono fuggiti quei mozo cocidos (ragazzi vili).

– Ma non saranno mica fuggiti all'inferno!...

– Cerchiamo quei perros (cani) e facciamo pagar cari quei colpi di rivoltella.

Hong ed i suoi compagni continuavano a manovrare per allontanare sempre più la giunca, e non perdevano di vista i soldati.

Ad un tratto pero una guardia indicò ai compagni la tow-mêng, la quale stava per virare di bordo a prora dei prahos che ingombravano la riva.

– Guardate là, camerati!... – gridò. – Forse quei musi color dei limoni ci possono dire qualche cosa.

– Oh, sanno più di qualche cosa – aggiunse una guardia. – Vi erano dei cinesi fra i fuggiaschi e quei coduti celestiali sono sempre pronti ad aiutarsi l'un l'altro.

Le guardie si slanciarono di comune accordo verso la sponda, gridando:

– Ohe!... Della giunca!... Alt!...

Hong salì sulla larga poppa del veliero, chiedendo a voce alta e col cappello in mano:

– Cosa desiderano le signore guardie?...

– Dove vai?... – chiese il capo della pattuglia.

– Alla pesca. Se le signore guardie desiderano acquistare del pesce, m'indichino il loro quartiere e domani sera ne porterò loro e di quello eccellente, poiché io solo so dove si trova il migliore.

– Non è del pesce che cerchiamo, ma dei ribelli che poco fa inseguivamo. Hai veduto degli uomini fuggire?...

– Sì, mi pare d'aver veduto un gruppo di persone attraversare il molo.

– Dove?...

– Laggiù.

– Tu cerchi d'ingannarci, cane d'un cinese!... – urlò il comandante delle pattuglie. – Se gli uomini che inseguivamo fossero fuggiti laggiù si vedrebbero ancora, poiché da quella parte non vi sono vie che conducano nei quartieri interni.

– Allora si saranno nascosti in qualche luogo – rispose Hong, con tutta calma. – Io ed i miei uomini eravamo occupati ad alzare le vele e non potevamo occuparci delle persone che passeggiano sul molo.

– Fuggivano, ti ho detto.

– Sia pure, ma non c'interessavano.

– Tu vuoi burlarti di me.

– No, signor comandante.

– Ritorna a terra, vecchia pelle gialla. Voglio un po' vedere cosa nasconde la tua giunca.

– Delle reti da pesca, signor comandante.

– Accosta alla riva.

– È impossibile. Sono atteso dai compagni presso l'isola e sono già in ritardo. Se non mi vedono partiranno soli ed io perderò una bella pesca. Buona notte, signor comandante!... Domani sera, se vorrete del pesce, vi aspetto qui.

– Ah!... Vecchia pelle! – urlò il comandante. – Tu ci burli!... Fuoco su quel furfante!...

– Sono un povero cinese inoffensivo! – strillò Hong.

Le guardie scaricarono alcune rivoltelle, più coll'intenzione di spaventare che di far male, poiché ormai la giunca era fuori di portata.

– Sono morto!... – urlò il capo del Giglio d'acqua, lasciandosi cadere dietro al bordo.

Però quasi subito raggiunse, camminando dietro la murata, Pram-Li, dicendogli, con uno scoppio di risa:

– Manovra sempre al largo e non occuparti dei loro spari. Bisogna rappresentare bene la commedia con costoro.

I suoi compagni, che già si erano immaginati che il loro capo fosse più vivo di prima, si misero a correre pel ponte fingendosi spaventati, ma nessuno toccò le scotte, sicché la tow-mêng, che già prendeva il vento in pieno, filò rapidamente al largo, lasciando le guardie con un palmo di naso.

– Si screditano – disse il furbo cinese, rialzandosi. – Bestemmiano come pagani, ma io me ne rido di costoro per ora. Ehi, Pram-Li, governa diritto l'isola di Corregidor. Saranno ben bravi se mi strapperanno Than-Kiù.

– E non ci daranno la caccia?... – chiese la giovanetta.

– È probabile, – rispose Hong, – però quando vorranno abbordarci noi saremo in pieno mare e li riceveremo come si meritano. Vedo un cannone a prora della tow-mêng e l'adopereremo.

– E dove vuoi condurmi?...

– Fuori della baia per ora.

– Ritornerai poi.

– Non lo so – rispose il cinese evasivamente.

– Sarei ben felice che tu mi seguissi, Hong.

Il cinese trasalì e guardò la giovanetta come se avesse voluto investigare il pensiero di lei, poi mormorò:

– Felice!... Lo sarò io?...

– Cosa vuoi dire, Hong? – chiese Than-Kiù, con sorpresa.

– Lo so io... ed un giorno lo saprai forse anche tu.

Poi cambiando bruscamente tono, aggiunse:

– Sarebbe meglio che io mi allontanassi, dopo quanto è accaduto questa notte per salvarti dalle mani degli spagnoli. Se tornassi a terra non tarderebbero ad arrestarmi, come arresteranno più tardi i poveri marinai che montano questa giunca. Bah!... Essi se la caveranno come potranno. Ma... possibile che non vi sia alcuno a bordo?... Che siano scesi tutti a terra per andare ad ubriacarsi con un barile di sam-sciù?...

– No – disse una voce. – Niente sam-sciù questa sera, ma molto sonno invece, dovendo partire all'alba.

Il capo del Giglio d'acqua si era voltato verso il boccaporto di prora da cui era uscita quella voce e vide sbucare un uomo tarchiato, con larghe spalle, braccia piuttosto corte e muscolose, con una faccia angolosa, più bruna che giallastra, adorna di un paio di baffi pendenti assai lunghi.

Quello sconosciuto, un cinese senza dubbio, a giudicarlo dalle vesti che indossava, poteva avere sessant'anni. Ciò non ostante doveva possedere ancora un vigore straordinario.

– Toh!... – esclamò Hong, senza perdere niente della sua calma abituale. – Pare che si siano finalmente accorti che la tow-mêng ha lasciato il molo.

– E si sono anche accorti che a bordo del loro legno si sono imbarcati degl'intrusi – aggiunse il vecchio cinese, avanzandosi verso Hong coi pugni chiusi. – Spero di sapere chi vi avrà dato il permesso di prendere il largo senza che io abbia dato il comando.

– Ah!... – esclamò Hong. – Pare che noi abbiamo da fare col capitano. Tanto meglio.

– O tanto peggio?... – chiese il padrone della giunca, inarcando le braccia. – Qui comando io!... M'intendi?...

– Ti comprendo benissimo.

– Ebbene?...

– Vuoi dire?... – chiese il capo del Giglio d'acqua, flemmaticamente.

– Che se non ti spieghi ti getterò in acqua!... – urlò il vecchio, esasperato da quella calma ironica.

– Per Fo e Confucio! – gridò Hong. – Si direbbe che tu sei un compare degli spagnoli. In tal caso sarai tu che noi getteremo in acqua.

– Io?... A me, marinai!...

I sei membri del Giglio d'acqua, udendo del fracasso nella camera di prora, con un insieme meraviglioso si erano schierati dinanzi al boccaporto con le rivoltelle in pugno, mentre Hong puntava la sua sul petto del vecchio, dicendogli:

– Adagio, mio caro, noi non siamo né pirati, né bricconi che vogliono fare una passeggiata di piacere in mare, bensì oneste persone, cinesi come te e che non ti faranno male alcuno se starai tranquillo. Se perderai una giornata te la pagheremo e se la tua giunca verrà fracassata da qualche palla di cannone, te ne acquisteremo un'altra. Vuoi ora sapere chi sono io?... Sono uno dei capi della potente associazione del Giglio d'acqua.

Il capitano della tow-mêng, udendo le ultime parole di Hong, era caduto in ginocchio dinanzi al capo, dicendo:

– Sono anch'io un affigliato del Giglio d'acqua e del Lotus bianco ed un buon patriota. Potevi ben dirmelo prima e t'avrei subito obbedito. Dove vuoi che ti conduca?... La mia giunca ed i miei uomini sono a tua disposizione.

– Per ora cerchiamo di sfuggire ad un inseguimento.

– Chi ti minaccia?...

– Gli spagnoli, o meglio le guardie civiche che volevano impadronirsi di questa giovanetta, della sorella di Hang-Tu.

– Dell'eroe degli uomini gialli! – esclamò il vecchio cinese, scoprendosi rispettosamente dinanzi a Than-Kiù.

– Sì, esse volevano arrestarla per poi fucilarla forse.

– Noi la salveremo – disse il capitano. – Nella camera di prora vi sono quindici uomini risoluti e nella stiva ho delle armi in abbondanza.

– Grazie – disse Than-Kiù.

– Tu hai delle armi? – chiese Hong.

– Ho quattro casse di fucili, sei di munizioni ed una di granate che dovevo consegnare ad una banda d'insorti che m'attendono alla punta di Luzon.

– Benissimo: intanto le proveremo noi, se gli spagnoli vorranno darci la caccia.

– Ce la danno di già – disse Pram-Li, che stava sempre al timone. – Guarda verso il molo.

Hong, il vecchio cinese e Than-Kiù guardarono nella direzione indicata e videro scivolare sul mare, che la luna illuminava come fosse d'argento fuso, due masse nere ed allungate le quali spiccavano nettamente sulla bianca gettata di Binondo.

Quantunque la giunca si trovasse a mezzo miglio di distanza, i due cinesi e Than-Kiù s'accorsero che quelle due scialuppe, poiché erano tali, portavano un buon numero di remiganti e parecchi soldati armati di fucili.

Uscite dal ginepraio di barche, di giunche, di prahos, di padewakan e di navi che ingombravano il molo, avevano preso rapidamente il largo, puntando sulla tow-mêng.

– Non c'è da ingannarsi – disse Hong. – Si preparano a darci la caccia per impedirci di lasciare la baia. Corre bene la tua giunca?...

– È una veliera veloce – rispose il vecchio cinese.

– Credi che usciremo in mare prima che ci raggiungano?... Sono risoluto a dare battaglia alle due scialuppe, ma fuori di portata dei cannoni del forte di Corregidor. In pieno mare non le temo.

– Il vento è buono e non ci raggiungeranno prima di tre ore.

– Chiama allora i tuoi uomini in coperta e fa' aprire le casse delle armi.

Poi volgendosi verso Than-Kiù:

– Un combattimento in mare non t'inquieta, è vero, mia valorosa?

– Ne ho provato uno dinanzi a Malabon e quello era ben più tremendo, poiché avevamo contro di noi una intera flottiglia di cannoniere – rispose la giovanetta. – Non tremare per me, Hong.

– Il buon sangue non mente e tu hai sangue d'eroi nelle vene. Ah!... Ci danno la caccia?... La vedremo, signore guardie. Invece di regalarvi del pesce vi darò del piombo e delle granate.