Il Quadriregio/Libro primo/XII

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XII. Come la dea Minerva racconta all’autore l’eccellenza del suo reame

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XII. Come la dea Minerva racconta all’autore l’eccellenza del suo reame
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CAPITOLO XII

Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame.

     Con miglior labbia poscia a me rivolta
la dea Minerva splendida e serena,
mi disse:— Attento mie parole ascolta.
     Se vuoi lassar Cupido, che ti mena
5tra’ duri scogli dell’aspro deserto
con tanti inganni e con cotanta pena,
     e vuoi salir la strada suso ad erto,
meco venendo all’alto mio reame,
chiuso agli stolti ed alli saggi aperto,
     10io ti farò amar dalle mie dame,
che fanno i lor amanti esser felici,
e te faran beato, se tu l’ame.
     Le ninfe di Diana servitrici,
rispetto a quelle, ti parran villane,
15incolte, indotte, zotiche e mendíci.
     O ben dell’aspre selve, o cose vane,
tanto veloce lo tempo vi toglie,
che come d’ombra nulla ne rimane!
     Non posson contentar l’umane voglie,
20che ’n sé non hanno esistente bontade,
e ’l ciel le logra, mentre sopra voglie.
     E, perché il ciel voltando sempre rade,
quel che fu nuovo riveste l’antico;
però le cose belle si fan lade.
     25E, perché meglio intendi ciò ch’io dico,
vien’ su nel carro mio, che alla ’nsú monta,
tra l’esercito mio saggio e pudico.—

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     Io salsi il carro e nella prima gionta
io dissi:— O dea Minerva alta e benegna,
30del regno tuo alquanto mi racconta.
     E dimmi qual è ’l modo ch’io vi vegna
e dove sta e chi ’l regge e nutríca,
e della sua beltá ancor m’insegna.
     — Al regno mio, del qual vuoi ch’io ti dica
35— rispose quella— e vuoi ch’io ti dimostri,
non vi si può salir senza fatica;
     ché nel cammino stanno sette mostri
con lor satelli ad impedir la strada,
che l’uom non giunga a’ miei beati chiostri.
     40E chi losinga acciò che a lei non vada,
chi fa paura e chi occulta il laccio,
che impacci altrui o che dentro vi cada.
     E s’alcun vince e trapassa ogni impaccio,
lassati i mostri, trova una pianura.
45ove non caldo è mai troppo, né ghiaccio.
     Chi su per l’erbe di quella verzura
s’ingegna sempre di salire avante,
del regno mio poi trova sette mura.
     E ogni muro dall’altro è piú distante
50che cento miglia, e dentro alla sua mèta
un regno tien di ninfe oneste e sante.
     Ed una donna umíle e mansueta,
a chiunque sale, il sacro uscio disserra
benignamente e mai a nullo il vieta.
     55Ma pria conven che l’uom basci la terra:
allora quella ratto apre la porta
e va con lui; se no, ’l cammin egli erra.
     Tra quelli regni dietro a questa scorta
chi entra trova le muse elicone,
60ed ognuna gli applaude e lo conforta.
     Con lieti balli e soavi canzone
il menano a diletto su pel monte,
facendo melodia dolce e consone.

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     Pervengon poi al pegaseo fonte,
65ove i poeti bevon la sacra onda;
e poi d’alloro inghirlandan la fronte.
     All’altro giro, che vieppiú circonda,
va poi chi prega la guida che ’l mene,
e dietro a’ passi suoi sempre seconda.
     70Sette reine, nobili camene,
che dienno alli gran saggi le mamille,
di latte di scienza tanto piene,
     si trovan lí e nitide e tranquille
mostran sette scienze, ovver sett’arti,
75con dolce dire e con soavi stille.
     Altra regina trovi, se ti parti,
che splende quanto il sol nel mezzogiorno,
quando ha li raggi meno obbliqui o sparti.
     Quella regina è tutta intorno intorno
80fulcita d’occhi assai vieppiú che Argo
ed ha del sole il nobil viso adorno.
     Con tutti gli occhi il regno lungo e largo
ella contempla e rende tanta luce,
ché quivi non può ’l viso aver letargo.
     85La scorta saggia altrove anco conduce,
dov’è l’altra regina sí modesta,
ch’ogni costume e senno in lei riluce.
     Fabricio e Scipion nutricò questa.
Ella è che ad ogni troppo pone il freno
90ed è negli atti e nel parlare onesta.
     Altra reina è anco dentro al seno
d’esto mio regno, di tanta fortezza,
che a nulla violenza mai vien meno.
     Né mai menacce, né losinghe apprezza;
95né fortuito caso mai la piega;
né muta faccia a doglia, né a dolcezza:
     il piombo solo è che la vince e spiega
sí come il diamante, e cosí face
di questa dea chi umilmente la prega.

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     100Da questo regno sí alto e capace
la guida sale alla nobile Astrea,
che con Saturno resse il mondo in pace.
     Ma, poiché fu la gente fatta rea
e l’avarizia resse il mondo male,
105ritornò al cielo, ov’ella è fatta dea.
     Al nobil mio reame poi si sale,
ove si trovan tre altre reine,
ognuna in nobiltá a me eguale.
     Con queste tre sí alte e sí divine
110contemplo Dio, che regge l’universo,
principio d’ogni cosa, mezzo e fine.
     Il regno mio è fatto a questo verso,
com’io t’ho detto: or di’ se vuoi venire
o per le selve errando andar disperso.—
     115Io era pronto e giá volea dire:
— Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio
e dietro a’ piedi tuoi sempre vo’ ire.—
     Ma, quando in aer su alzai il ciglio,
vidi Venus, la quale una donzella
120mi mostrò lieta e Cupido suo figlio,
     non vista mai al mio parer sí bella;
e cenno mi facían che su non gisse,
ché fermamente mi darebbon quella.
     E parve che Cupido mi ferisse
125di piombo e d’oro; e con quelle due polse
fece che allora non mi dipartisse.
     Quella del piombo il buon amor mi tolse,
ch’avea d’Ilbina, e con quella dell’oro,
oh lasso me! che a boschi anco mi volse.
     130Per questo non seguii quel sacro coro;
per questo lascia’ io la compagnia,
che mi menava all’alto concistoro.
     Risposi a Palla:— O dea, la possa mia
non si confida e forse non può tanto
135che vinca i mostri e saglia sí gran via.—
     Cosí

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     discesi di quel plaustro santo
e giú nell’aspre selve ritornai
intra le spine e punto d’ogni canto.
     Ratto ch’io giunsi, Venere trovai,
140che mi aspettava in una valle piana,
sí bella quanto si mostrasse mai.
     Di mirto e rose e d’erba ambrosiana
portava su la testa tre corone
e faccia avea di dea e non umana.
     145Ella mi disse:— Or di’: per qual cagione
volevi lasciar me e ’l mio figlio anco
o per Minerva o per muse elicone?
     Se sí poco salendo fosti stanco,
se tu fossi ito per quelle erte vie,
150saresti, andando insú, venuto manco.
     Ma, se verrai nelle contrade mie,
le ninfe del mio regno al tuo desio
saran condescendenti e preste e pie.
     E quella ninfa, ch’io e ’l figliuol mio
155t’abbiam mostrata, ancor te la prometto;
e mezzo e guida a ciò ti sarò io.
     — O Citarea— diss’io,— a te soggetto
sempre son stato ed anco al tuo Cupido,
sperando aver da voi alcun diletto;
     160onde per tue parole mi confido
la bella ninfa aver, che mi mostrasti,
e, ciò sperando, dietro a te mi guido
     per questi lochi sí spinosi e guasti.—