Il Quadriregio/Libro primo/XIII

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XIII. Come l’autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale gli rende ragione di molti fenomeni

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XIII. Come l’autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale gli rende ragione di molti fenomeni
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CAPITOLO XIII

Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura,
la quale gli rende ragione di molti fenomeni.

     Appena eravamo iti un miglio e mezzo,
ch’io vidi in una valle una donzella
sotto una quercia, che si stava al rezzo.
     Io andai a lei e dissi:— O ninfa bella,
5di qual reame se’? O dolce dama,
deh, fammi cortesia di tua favella,
     e dimmi il nome tuo come si chiama.
Cosí soletta senza compagnia
aspetti tu alcun, che forse t’ama?—
     10Ella si volse e riverenzia pria
fece alla dea; e poi cosí rispose
alle parol della domanda mia.
     — Del van Cupido saette amorose
giammai sentii; ed egli mi dispiace
15e suoi costumi e sue caduche cose.
     Dall’alto regno, che a Vulcan soggiace,
son io venuta all’ombra a mio diletto,
ché starsi al fresco alle sue ninfe piace.
     Se vuoi saper come il mio nome è detto,
20Taura son chiamata e qui dimoro
a questo orezzo e nullo amante aspetto.
     E spesso l’altre ninfe del mio coro
vengono qui e vanno quinci a spasso
con vestimenti e con corone d’oro.
     25Ma tu chi se’ e dove movi il passo?—
Ed io risposi:— L’amor m’ha condutto
per questo loco faticoso e lasso.

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     Chi sono e donde vengo a dirti il tutto
sarebbe lungo: io gusto ora l’amaro,
30sperando di fatica dolce frutto.
     Se la dea assente, io prego, fammi chiaro:
o ninfa bella, volentier domando,
perché io so poco e domandando imparo.
     Però, mentr’io sto teco dimorando,
35dimmi del regno, che Vulcan nutríca
sotto il suo freno e sotto il suo comando.
     Il tuo dolce parlare anche mi dica
del loco ov’egli sta, s’egli ti done
che piú dell’altre ninfe a lui sie amica.
     40Cupido giá del regno di Iunone
assai mi disse con suo parlar breve,
e della grandin disse la cagione
     e delle nubi e pioggia e della neve
e delli tuoni, e disse del baleno,
45ch’anco a’ giganti è timoroso e greve.
     Ma non mi disse ben espresso e appieno
come si fa la sube e la cometa
e la stella che corre e poi vien meno.—
     Allor la ninfa con la vista lieta
50rispose:— In pria conven che le parole,
le qua’ disse Cupido, io ti ripeta.
     Ciò, che non scalda il foco ovvero il sole,
conven che da sé venga in gran freddezza,
come natura e filosòfia vuole.
     55Però nell’aer sopra a tanta altezza,
dove non scalda il raggio che ’nsú riede,
e ove il foco non scalda a piú bassezza,
     sta ’l regno freddo che Iunon possede:
li duo vapori, acquatico e terrestro,
60lí si fan nube, sí come si vede.
     E ’l vapor terreo e secco è da sé presto
ad accendersi ratto, purché senta
l’umido intorno, a sé opposto e molesto.

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     Sì come la calcina, che diventa
65focosa all’acqua e fuor manda il calore,
che prima parea fredda e quasi spenta;
     cosí levato ’nsú il doppio vapore,
l’acquatico si stringe e quindi piove,
perché quivi è compresso dal freddore.
     70Il terreo allor si aduna e si commove
dentro alla nube, e quel moto l’accende:
è la fiamma rinchiusa in stretto, dove
     con grave tuon la densa nube fende,
e spesse volte la saetta scaccia
75col balenar, che subito risplende;
     il balenar vien subito alla faccia;
ché presto l’occhio può veder la luce,
se opaco o grande spazio non l’impaccia.
     Ma ’l tuon, che seco il balenar produce,
80l’orecchia dalla lunga nol può udire,
se l’aer seco a lui non lo conduce.
     E ben che ’l foco sia atto a salire,
niente meno ingiú la nube spande,
che ’l freddo denso insú non lassa ire.
     85Or, se saper tu vuoi quel che domande,
dirò pria della stella, che nel cielo
permuta loco e par correndo ell’ande.
     Se ’l vapor terreo passa l’aer gielo,
sottile e secco è ad ardere disposto
90piú che la stoppa a lume di candelo.
     Quand’egli vien lassú, dove sta posto
il regno di Vulcan, l’accende il foco
nel primo capo, e la fiamma tantosto
     per lui trascorre e non a poco a poco,
95ma ratto e presto; e la fiamma corrente
pare una stella che tramuti loco.
     E fa un fregio sú chiaro e lucente
per la via che trascorre, ed in un tratto
poscia vien meno e non appar niente.

[p. 68 modifica]E se 'l vapor è di materia fatto
       che sia grossa e viscosa e sulfuresca,
       non atta a consumarsi molto ratto,
       quando ha passata la contrada fresca,
       va su infin che l'aer caldo trova,
 105   e lá s'accende come a fiamma l'ésca.
       E pare un trave acceso che si mova:
       questo è la sube, e spesso ha la figura
       o di colonna o di altra cosa nova.
       E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura,
 110   è grosso e secco e molto denso e spesso
       e di materia a consumarsi dura,
       quando egli giunge sú al foco appresso,
       s'accende quella parte che 'n pria monta,
       e quella fiamma scende giú per esso
 115   in quella parte che non è ancor gionta,
       ma sta giú verso l'aere distesa
       lunga e nelle sue parti ben congionta.
       Allor la parte ch'è nel foco accesa,
       pare una stella, e l'altra la sua chioma,
 120   cioè la parte nell'aer distesa.
       E però questa «cometa» si noma,
       quasi «comata», e chi ben questo mira,
       dato fu a lei il suo proprio idioma.
       Se saper vuoi perché il sol non tira
 125   piú 'nsú 'l detto vapor, poiché è focoso,
       ma secondando il primo moto gira,
       sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo
       nel proprio loco, come hai giá udito,
       e, se si parte quindi, va a ritroso.
 130   E però quel vapor, quando è ignito,
       sta dentro fermo presso a quella spera,
       la quale è d'ogni lieve il proprio sito.
       E sappi ancor che tanto la lumiera
       dura della cometa e tanto è vista,
135 quanto dura il vapor e sua matèra; [p. 69 modifica]

     ché mai la fiamma può veder la vista
o la luce del foco per se sola,
s’ella non è con altro corpo mista.—
     Tacette poscia dopo esta parola;
140ond’io a lei risposi:— Ammiro alquanto
come s’accende il vapor che ’nsú vola.
     Ed anco ammiro come può esser tanto,
che se ne faccia vento e pioggia ancora
e l’altre cose dette nel tuo canto.—
     145Sub brevitá questo rispose allora:
— Pensa del cibo dentro al corpo umano,
quando è indigesto e quando egli evapóra:
     il qual, quando è cacciato fuor dell’ano,
s’infiammeria come trita vernice,
150se si scontrasse in acceso vulcano.
     Cosí il vapor, che sú ’l mio canto dice,
s’infiamma giunto nell’aere acceso
e d’ogni impressione è la radice.—
     Cupido, quando a questo io stava atteso,
155venía per l’aere quasi uccel veloce
colle saette in mano e l’arco teso.
     — O Taura— chiamò ad alta voce,—
tu proverai che piú ’l mio foco infiamma
che quel del tuo Vulcano, e che piú coce.
     160Ei l’ha provato, e sallo la mia mamma.—
Cosí dicendo, un colpo tal gli porse
col dardo acceso di sacrata fiamma,
     che trapassolla e insino a me trascorse;
e tanto m’infiammò quella saetta,
165ch’io grida’ aiuto, e l’Amor non soccorse.
     Taura bella, di dolor costretta,
gridò al ciel:— Vulcano, ora m’aita,
e del crudele Amor fammi vendetta.—
     E, detto questo, cadé tramortita.