Il Quadriregio/Libro terzo/XIII

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XIII. Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XIII. Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola
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CAPITOLO XIII

Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola.

     Io stava ad ammirar cogli occhi attenti,
quando Palla mi disse:— Ché non miri
del vizio della gola i gran tormenti?—
     Allor mirai; e giammai li martíri
5dir non potrei con questo parlar brieve,
a’ quai conduce Bacco, e li sospiri,
     non per colpa del vin che si riceve
(che utile è da sé e ben conforta,
se temperatamente altrui lo beve),
     10ma perché la fortezza, ch’è giá morta,
par che susciti alquanto nel presente:
però la gente matta e non accorta
     a questo mira; ed anco che splendente
entra e soave, e non sguardan li matti
15che ’l troppo morde, poi, piú che serpente.
     Quindi son gli occhi rossi e i nervi attratti,
il furor cieco, rabido e rubesto,
e di scimia canini e porcini atti.
     Quando Minerva m’ebbe detto questo,
20vidi una donna tutta brutta ed unta,
e col volto lascivo e disonesto,
     ch’avea la vesta stracciata e consunta,
e di cane e di porco avea due grugni
e lingua a spada armata su la punta
     25e le man fure ed artigliose l’ugni,
e, come fa ’l leon, quando divora,
mangiava il pasto, ch’avea tra li pugni.

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     O tu, che qui contempli la signora
— disse a me un,— che regge questo loco,
30sobvieni al gran dolor, il qual m’accora.
     Alla mia lingua, ch’arde come foco,
un poco d’acqua con la man mi dona,
che tanto incendio in lei rifreddi un poco.—
     Ed io fra me:— Quest’è quella persona,
35che non sobvenne a Lazzaro mendíco,
sí come Luca nel Vagniel ragiona.—
     Ed io risposi a lui:— Tu sai, amico,
che Abraam, a cui chiedesti l’acque,
rispose a te, sí come anch’io ti dico:
     40— Lazzaro giá alla tua porta giacque
infermo e nudo, e chiedeva mercede;
e di lui mai in te piatá non nacque.
     Dio vuol che chi abbundò e non ne diede
al povero di Dio, quando ne chiese,
45egli non n’abbia qui, quando ne chiede.—
     Ahi, quanto si scornò, quando m’intese!
E dicea seco com’uom che borbotta:
— Io mi credea che fussi piú cortese.—
     Ed io lo addomandai e dissi allotta:
50— Perché la lingua qui ha maggior pena
che gli altri membri, e piú è incesa e cotta?—
     Rispose:— Nella mensa lauta e piena
Cerere e Bacco fan le teste calde;
la lingua allor nel van parlar si sfrena
     55con motti lerci e con parol ribalde;
e, mentre il buon Falerno i cor fa lieti,
balestra le iattanze ardite e balde.
     Allor s’apre il serrame alli secreti:
sempre mal tace la mensa satolla,
60se i mangiator virtú non fa star cheti.
     Quivi si sparla che fama si tolla,
quivi la lingua dá le gran percosse
e strazia l’altrui vita, rode e ingolla.

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     Per questo noi abbiam le lingue rosse
65d’ardente foco e abbiamole puntute,
come di spada ognuna armata fosse.
     Se vuoi saper dell’anime perdute,
che stanno qui pel vizio della gola,
che solo in general forse hai vedute,
     70qui stanno li scolar di monna Ciuola;
tra’ quali è Ciaffo, e fu di Camollía,
che piú degli altri usava quella scola.
     Egli anche dice che si bevería
del vino il laco, quando egli s’approccia,
75se non che tosto se ne fugge via;
     e dice che, a la bocca se la doccia
di Fontebranda avesse e fusse Greco,
la bevería sin all’ultima goccia.
     E molti altri compagni son qui meco,
80tra’ quali è la brigata spendereccia
che fe’ del molto avere il grande spreco.
     Chi spreca, quando egli ha la bionda treccia,
degno è che, quando giunge al capo cano,
venga di povertá sino alla feccia.
     85Da Leonina infino a Laterano
stanno anche meco mille ghiottoncelli,
e dicono che gli uomin di quel piano
     prendon per paternostri i fegatelli,
l’aman per tempo in cambio della Chiesa,
90corrono alle taverne ed ai bordelli.—
     Io l’ascoltava colla mente attesa,
quando Palla mi fe’ del partir cenno;
onde n’andai per la via da noi presa.
     Cinquanta passi e men da noi si fenno,
95ch’ella mi disse per farmi ben dotto:
— Contra golositá fa’ ch’abbi senno.
     Sappi che gola è appetito ghiotto
d’aver diletto in pasto e sí bramoso,
che vince la ragion e tienla sotto.

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     100S’è naturale, non è mai vizioso;
e vizioso si fa, se sfrena tanto,
che a Dio ed a ragion vada a ritroso.
     Questo appetito può sfrenar nel quanto:
in troppo prender pasto, in troppo stare
105a mensa, in troppi cibi, in buffe e canto.
     Nel quale ancora questo può peccare,
quando non fame l’appetito sveglia
ovver bisogno, ma sol dilettare.
     Ahi, come è dur sí ben guidar la breglia
110tra ’l quanto e ’l qual nel pasto, ch’uom non cada,
se molta vertú attenta non ci veglia!
     Ché questo passo ognun convien che guada
del prender pasto; ma servar misura
è forte, se vertú ben non vi bada.
     115Quand’altri sfrena sí, che troppo cura,
perché con dilicanza s’apparecchi,
costui pecca nel qual ed epicura.
     Non in un modo i cibi, ma in parecchi,
non per bisogno ’i cuoce e s’affatica:
120però Natura fa che raro invecchi.
     Ahi, gola miseranda! ché la mica
col favor della fame ha piú diletto
che le molte vivande, e me’ notríca.
     Mira colui che quivi sta a rimpetto.—
125Ed io sguardai, e ben due passi e piue
aveva il collo lungo sopra il petto.
     — Colui desiderò ’l collo di grue
— disse a me Palla,— a dar piú dilettanza
alla sua gola, il cibo andando ingiue.
     130Or l’ha sí lungo, ch’ogni struzzo avanza;
e la sua gola sempre di sete arde,
né mai di poter bere egli ha speranza.
     Nel tempo ancor si pecca, se ben guarde:
in questo peccan le persone stolte,
135ch’al pasto sempre lor par esser tarde.

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     Non due fiate il dí, ma vieppiú volte
il poto e ’l cibo da questi si prende,
come le bestie fan, che son disciolte.
     Nel modo d’usar cibi anco s’offende,
140ch’alcuno è scostumato, alcun ghiottone,
alcun le braccia su la mensa stende.
     Anche è vorace alcun come lione;
ed alcun su nel cibo soffia il fiato,
alcun per fretta va incontra ’l boccone.—
     145Quando Minerva questo ebbe parlato,
quell’Epicur col collo di cicogna
rispose e disse con lungo palato:
     — Ancor detto non t’ha ciò che bisogna,
ché non t’ha detto le cinque figliuole,
150perché nomarle forse si vergogna.
     La prima figlia, che saper si vòle,
è Immondizia del cibo, che guasto
corromper in lo stomaco si suole;
     ché, quando ha troppo vin con troppo pasto,
155perché cuocer nol può, fuor per la bocca
corrotto esala e fa al naso contrasto,
     e sopra erutta e sotto quello scocca,
il qual balestra come traditore,
che apposta alle calcagne, e ’l naso tocca.
     160La seconda figliola è vie peggiore,
Ebetudo, di mente inferma e mesta,
che toglie all’intelletto ogni valore.
     La terza ha nome brutta e trista Festa,
di buffonie e di giuochi; e questa è quella
165che al Batista giá tagliò la testa.
     La quarta è quella che troppo favella.
La quinta è truffe ed opere scurrile:
questa in la lingua porta la fiammella,
     e nullo è vizio piú che questo vile.—