Il Quadriregio/Libro terzo/XII

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XII. Trattasi di certi che furono viziosi nell’ira, e si passa a discorrere del vizio della gola

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XII. Trattasi di certi che furono viziosi nell’ira, e si passa a discorrere del vizio della gola
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CAPITOLO XII

Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa
a discorrere del vizio della gola.

     Non medico giammai meglior se trova,
né piú esperto nella medicina
che quel che pria l’infermitá in sé prova.
     Cosí mostrò quell’anima tapina,
5che della crudeltá mi disse il vero;
poscia soggiunse con vera dottrina:
     — Ogni animo in se stesso è molto altèro,
se estima alcuno a sé esser fedele,
e poscia il trova falso e non sincero.
     10Se non è, molto piú si fa crudele:
per questo, Silla dinanzi al senato
morí per l’ira grande e sputò il fele;
     ché, come a te Minerva ha giá ’nsegnato,
contra chi inganna e contra chi dispreggia,
15agevolmente ognun diventa irato.
     Però colui che, lusingando, freggia
con atti e risa e con dolci parole,
e poscia inganna come chi dileggia,
     quel ch’è ingannato, tanto irar si suole
20e tanto incrudelir di quell’inganni,
quanto fidava, e tanto mal gli vuole.
     Per questo posto son tra li tiranni,
che, benché mostrin faccia mansueta,
nascondon lor vendetta sotto a’ panni.
     25Per cotal colpa io venni a questa meta:
i traditori a me fûn la cagione
ch’io diventai crudele e senza pièta.—

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     Domizian mostrommi e poi Nerone
e molti altri tiranni, e nulla staccia
30ha tanti fori, quant’han lor persone.
     Forata e fessa avean tutta la faccia,
ed avean mozzo l’uno e l’altro piede
e dagli omeri suoi ambe le braccia.
     — Tutta questa gran turba, che tu vede,
35la notte— disse— risanan le piaghe;
poi la mattina, quando il giorno riede,
     prendon le spade ovver l’acute daghe;
tra sé fan la battaglia irati e fieri,
sí ch’elli stessi a sé dánno le paghe.—
     40Io stava ad ascoltarlo volentieri,
se non che Palla disse che n’andassi,
però ch’altro vedere era mestieri.
     Per una stretta via vòlse ch’intrassi:
sempre salendo, giunsi su in un balzo,
45ove vendetta della gola fassi.
     Io dirò ’l vero, e forse parrá falzo:
vidi in terra utricelli su in quel giro
ovver vessiche, quando il viso innalzo.
     E, lamentando con molto sospiro,
50gridavano a gran voci:— Omei, omei!—
come persona afflitta e che ha martíro.
     Per ammirazion fermai li piei
dicendo:— Che vessiche o che utricelli
son questi, che tu odi e che tu véi?—
     55E poscia m’appressai a un di quelli
e dissi:— O utricello ovver vessica,
prego, se puoi, che tu a me favelli
     e con aperta voce tu mi dica
chi sète voi, innanzi che su varchi,
60e quale affanno o doglia vi affatica.—
     Rispose come alcun che si rammarchi:
— Stomachi siamo noi e molto offensi,
stomachi siam del troppo cibi carchi;

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     ché Dio ne fece, se tu ben il pensi,
65nel corpo umano, ed anco la Natura,
che ’l cibo a’ membri per noi si dispensi.
     E l’uomo ha fatto di noi sepoltura
a tutti gli animali: il troppo e spesso
fa generare in noi ogni bruttura.
     70In noi si sepelisce arrosto e lesso;
e, quando nostra voglia è piena e sfasta,
s’adduce il terzo, il quarto e ’l quinto messo.
     Con savoretti or questo or quel si tasta;
per dilettar la gola e la sua porta,
75aggrava noi gridanti:— Oimè, che basta!—
     Però ’l mal cresce, e la vita s’accorta;
ché, perché ’l cibo in noi non ben si cuoce,
si manda a’ membri crudo e non conforta.
     La quantitá del vin, che tanto nòce,
80si corrompe pel troppo; e quinci è ’l grido
delle incurabil doglie e di lor croce.
     L’animal bruto a Cerere e a Cupido
non acconsente e non prende acqua o ésca,
se no’ al bisogno, ed anco non fa nido.
     85E, benché a noi ed a natura incresca,
il miser’uomo intana dentro al petto
ciò ch’anda o vola o che nel mar si pesca.—
     Io stava ad ascoltar con gran diletto,
quando Palla mi disse:— Volta il viso.—
90Ond’io ’l voltai, sí come a me fu detto.
     E, risguardando ben con l’occhio fiso
per l’aer tenebroso e quasi opaco,
io vidi cosa, che spesso n’ho riso.
     D’un’acqua fresca vidi un ampio laco,
95ed un altro di vin, ch’era sí grande,
che maggior mai nol chiedería briaco.
     Intorno a questi eran tutte vivande,
ed anco vini eletti v’eran tutti,
che bevitor ovver ghiotton domande.

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     100Di sopra appresso avean tutti que’ frutti,
che mai fûnno in giardino ovver reame
o da Natura fusson mai produtti.
     Lí stavan genti dolorose e grame,
che per brama del pasto maggior pianti
105facean che ’l tristo, in cui entrò la fame.
     Prostrati in su li liti tutti quanti,
quando assetiti voglion prender l’onde,
e l’acqua e ’l vino a lor fuggon dinanti.
     In questo i pomi con le verdi fronde
110si fletton giuso sotto le lor ciglia
alle bocche affamate e sitibonde.
     L’uva s’abbassa bianca e la vermiglia,
sí che tocca la bocca a loro o quasi;
poi si ritrânno, e mai nessun ne piglia.
     115Cosí scornati e delusi rimasi,
mirano al cibo su le mense posto
e dell’ottimo vin pien tutti i vasi.
     Se, per prendere il lesso ovver l’arrosto
ovver il vino, alcun le man distende,
120da sua presenza si fuggon tantosto.
     In mezzo all’acqua, che ’l laco comprende,
Tantalo vidi stare insin al labbro;
e mai dell’acqua ovver de’ frutti prende.
     Sí grande sete mai non ebbe fabbro,
125né giovin ch’abbia la febbre terzana,
che fa la lingua e lo palato scabbro,
     quant’egli ha sete in mezzo alla fontana,
quando vuol bere e l’acqua da lui fugge,
sí che sua spene sempre torna vana.
     130E, perché egli niente ne sugge,
spesso sbaviglia e batte i denti a vòto,
ché di fame e di sete si destrugge.
     Cosí privato di cibo e di poto
sta tra li frutti con bramosa voglia
135ed assetito dentro l’acqua a noto.

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     O tu, che sali sú di soglia in soglia
— disse uno a me,— nel mondo, onde tu vieni,
a questa, che tu vedi, è simil doglia?
     Ché alcun tra gli ampi campi e cofan pieni
140bramoso sta e fame non si tolle,
ché l’avarizia el tien con duri freni.
     Ver è che dá di morso alle cipolle
spesso spesso messere Buonagiunta,
ricco pisan; ma non che si sattolle.—
     145Ancora al detto suo fe’ questa giunta:
— Tra molti cibi sta la voglia magra,
acciò che dal dolor non sia trapunta;
     ché ’l mal del fianco, febbre e la podagra,
perché del cibo troppo non s’imbocchi,
150menaccia con la doglia acuta ed agra.
     Ma certo non fu’ io di quegli sciocchi:
io son Pier tosco, che dissi:— Addio, lume,
ch’i’ ho piú caro il vin, che non ho gli occhi.
     Il medico dicea:— Bevi del fiume,
155ché, se tu bevi mai rinchiuso in botte,
convien che ’n te il vedere si consume.
     Del buon liquore, che al lor padre Lotte
fecer le figlie, io bevvi un grosso vaso,
dicendo:— O giorno, addio, ch’io vo di notte.—
     160Quel poco lume, che m’era rimaso,
ché l’altro m’avea tolto la taverna,
ecclipsò tutto calando in occaso:
     però sto qui ed ho la sete eterna.—