Il Quadriregio/Libro terzo/XI

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XI. Trattasi della pena dell’ira

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XI. Trattasi della pena dell’ira
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CAPITOLO XI

Trattasi della pena dell'ira.

     Insieme su andammo per la riva
del crudel fiume; e non era ito molto,
ch’io vidi il suo principio, onde deriva.
     Non fu giammai sí gran popul raccolto,
5quanto una gente, ch’io vidi in un piano,
d’anime nude, quando alzai il volto.
     Ognun di loro avea la spada in mano;
tra se medesmi facean la gran guerra,
spargendo i membri in terra e ’l sangue umano.
     10Ancora il cuore il pianto fuor disserra,
quand’io ricordo i colpi delle spade
e ’l sangue vivo, che correa per terra.
     E, quando cosí sparto in terra cade,
trascorre a valle; e questa è la cagione
15che ’l fiume fa di tanta crudeltade.
     Da quella parte, dove il sol si pone,
le Furie volar io vidi veloci,
piú che alla preda mai nessun falcone,
     con spade sanguinose e con gran voci,
20con facce irate e con serpenti in testa,
irsute in alto e tumide e feroci.
     Giammai si mosson venti a piú tempesta,
quando il lor re a loro apre la gabbia,
che li tien chiusi nella gran foresta,
     25quanto le Furie si mosson con rabbia,
cogli occhi accesi e toscosi serpenti,
col fuoco in mano e con rabbiose labbia.

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     E, come a suon di tromba e di stormenti
s’accende a piú furor la gran battaglia,
30cosí facean tra sé le crudel genti.
     Ognun perfora l’altro, smembra e taglia.
Non viddon tanto sangue i miser prati
dell’Affrica, di Troia e di Tessaglia.
     Tutti si son nemici e tutti irati;
35e nullo colpo lor mai fere indarno,
ché son, se non di spade, disarmati.
     Pensando, ancor m’impallido e descarno,
vedendo che del sangue de’ tapini
si facea il fiume vie maggior che l’Arno.
     40Megera poi de’ guelfi e ghibellini
trasse le insegne fuor tutte resperse
di sangue vivo e peli serpentini.
     E l’una contra l’altra andâro avverse,
e tanto sangue su quel pian si sparse,
45che tutta quella terra sen coperse.
     Di questo il fiume vidi maggior farse:
allor le Furie corson come l’oca
dentro in quel fiume nel sangue a bagnarse.
     Ahi, cieca Italia, qual furor t’infoca
50tanto che ’n te medesma ti dividi,
onde convien che manchi e che sie poca?
     Non guardi, o miseranda, che ti guidi
dietro a due nomi strani e falsi e vani?
che per questo ti sfai e i tuoi uccidi?
     55Per questo i tuoi figliol sí come cani
rissano insieme e fan le gran ruine,
e i cittadini fai diventar strani.
     Non sapendo il principio ovvero ’l fine,
l’offesa o il beneficio, prendi parte
60contra li tuoi e cittá pellegrine.
     Pel sangue effuso e per le membra sparte,
li tuoi figlioli a’ mal nati fratelli
e te a Tebe è degno assomigliarte;

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     ché, allora allora nati, fûn ribelli
65tra se medesmi ed uccisonsi inseme,
con dure lance e con crudi coltelli.
     Ma tu se’ peggio che ’l serpentin seme,
ch’elli, in cinque scemati, fên la pace,
e tu la cacci quanto piú ti sceme.
     70Sí come alcun, che, ascoltando, tace
e che attende e mostrasi contento,
udendo il ver ch’agazza e che gli piace,
     cosí stett’io; e poscia piú di cento
corsono addosso ad un con gran corruccio
75e ferito il lasciôn in gran tormento.
     Ed egli, vòlto a me:— Io son Uguccio,
che ressi giá lo popul di Cortona,
tra i quali fui come tra pesci il luccio.
     Cosí ferita è qui la mia persona,
80ché la iustizia, secondo l’offese,
agli offendenti angoscia e pena dona.—
     Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese,
quando in tormenti vidi quel signore,
che vivo fu magnanimo e cortese!
     85Per mitigare alquanto a lui ’l dolore,
diss’io:— Cortona è retta da Francesco,
pregio di casa tua e gran valore.
     Da lui venuto son quaggiú di fresco;
convien che a lui di te novelle io porti,
90se mai di questo inferno quaggiú esco.
     Minerva, che m’ha qui li passi scorti,
di senno ha dato a lui sí gran tesoro,
c’ha i mentali occhi a tutti i casi accorti.
     Il popul cortonese ha buon ristoro
95de’ loro affanni e lieto vive adesso,
subietto all’onde celestine e d’oro.—
     Piú dir volea, se non che un appresso,
che ben di mille colpi era feruto,
e senza gambe e mezzo ’l capo fesso,

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     gridò:— Io fui da te giá conosciuto.—
Perché pe’ colpi io ben nol conoscea,
risposi:— Al mio parer, mai t’ho veduto.—
     Ed egli a me:— So’ il prence d’Alborea,
che, quando nella vita io era vivo,
105fui crudo piú che Silla ovver Medea.
     Di sangue al grande fiume io feci un rivo
sol delle genti nate in Catalogna,
’nanzi ch’io fussi della vita privo.
     Io dirò ’l vero a te e non menzogna:
110ben ventimila ne mandai al sonno,
che desterá la tromba, che non sogna.
     — Iudice mio,— diss’io— signore e donno,
di quel ch’io veggio in te e che mi dici,
gli occhi la doglia testificar ponno.
     115Io mi ricordo de’ gran benefici,
che nella vita lieta a me donasti
con quell’amor, qual è tra veri amici.
     Or che li membri tuoi veggio sí guasti,
io delle pene tue tanto mi doglio,
120che con parol non posso dir che basti.
     Ma una cosa da te saper voglio:
per mancamento di quale vertude
tu diventasti sí senza cordoglio?
     — Quella che, alzando ed abbassando, lude,
125tradimenti— rispose— e lusinghe anco
delle person del mondo, che son Iude,
     nullo stato alto lassano esser franco;
e quanto ha di timore alcuna cosa,
tanto ha d’amore e di clemenza manco.
     130E, se la Signoria non prende a sposa
la Virtú mansueta ovver Clemenza,
è a sé ed anche altrui pericolosa;
     ché, quando ira s’aggiunge alla potenza,
se la vertú benigna non raffrena,
135fa piú ruina, quant’ha piú eccellenza.

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     Sí come Dio, ridendo, rasserena,
e, turbato egli, tornaría in caosse
la terra, il cielo e ciò che frutto mena:
     il gran Nettunno, quando irato fosse,
140turbaría il mare, ed infiaríansi l’onde,
e le nereide ancor serían commosse;
     cosí, le Signorie stando iraconde,
quanto piú alto son, maggior fracasso
e maggior mal convien che ne seconde.
     145Innanzi che di qui tu movi il passo,
sappi: chi spregia altrui, a sé a rispetto,
riputando sé alto ed altrui basso,
     d’ira e di crudeltá viene in effetto;
ché sempre ira invilisce e parvipende,
150se bene hai inteso ciò che Palla ha detto.
     Dall’ira crudeltá nasce e discende,
e voglio che tu sappi da me ancora,
ch’Ira Superbia in sua maestra prende,
     ed ogni vizio scorge ed avvalora.—