Il Re dell'Aria/Parte prima/7. Il Re dell'Aria

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CAPITOLO VII.

Il Re dell’aria.

Lo Sparviero era realmente una macchina meravigliosa, di una perfezione inaudita, sbalorditiva, che aveva sciolto l’arduo problema della navigazione aerea che da tanti anni turbava le menti degli scienziati.

Non era già un aerostato, poichè il gas non ci aveva nulla a che fare, bensì una vera macchina volante, una specie di uccellaccio che fendeva arditamente l’aria colla sicurezza di un condor della Cordigliera americana o di un’aquila europea od africana.

Consisteva in un fuso, non più lungo di dieci metri, con una circonferenza di cinque nella parte centrale, costruito in un metallo quasi argenteo, probabilmente alluminio, nel cui centro era collocato uno strano motore, che non era mosso nè dal carbone, nè dal petrolio, nè da alcun olio o essenza minerale, poichè non aveva alcuna ciminiera, nè si sentiva alcun odore.

Ai suoi fianchi, mosse da quel motore misterioso, che funzionava [p. 74 modifica] senza produrre il più lieve rumore, agivano due immense ali, simili a quelle dei pippistrelli, con un’armatura d’acciaio e la membrana composta invece da una spessa seta o da qualche altro tessuto che le rassomigliava.

Un po’ al di sotto del fuso che serviva di ponte e anche di abitazione, si estendevano a destra ed a sinistra tre piani orizzontali, posti l’uno sotto all’altro, lunghi ciascuno una diecina di metri, con una leggiera armatura di alluminio ricoperta di grossa stoffa, lontani quasi un metro e vuoti nel mezzo e che dovevano, presumibilmente, agire come gli aquiloni e mantenere l’intero apparecchio sollevato.

Non era però tutto. Sulla punta prodiera del fuso, un’elica immensa, che girava vertiginosamente, pareva che dovesse aiutare il movimento delle ali, mentre a poppa si scorgevano due piccole ali che dovevano certamente servire per dare la direzione all’aereo-treno.

— Ecco la nostra macchina volante da me ideata e da Ranzoff modificata e costruita, — disse Wassili al fratello. — Come vedi, nulla di più semplice ed insieme nulla di più meraviglioso, mio caro Boris. Con questa noi potremo compiere delle imprese stupefacenti e, se vorremo, dichiarare la guerra non solamente a tutte le navi che quel furfante di nostro cugino lancia attraverso il mondo, bensì anche alla Russia intera all’occorrenza.

— Questo aereo-treno è sorprendente, — rispose Boris, che sembrava stupìto al più alto grado.

— Un vero capolavoro, mio caro. Ha costato a me ed a Ranzoff cinque anni di lavoro, ma noi siamo pienamente riusciti nel nostro intento.

— Non mi aspettavo una simile sorpresa.

— Noi abbiamo semplicemente sciolto il problema della navigazione aerea.

— Ma chi vi dà la forza motrice?

— L’aria liquida.

— L’aria liquida! — esclamò Boris.

— Una forza scoperta da Tripler e che un giorno, se bene applicata, porterà una vera rivoluzione nel mondo.

Pensa, mio caro, che l’aria liquida ha circa cento volte il potere espansivo del vapore e che essa comincia a produrre la sua forza nel medesimo istante in cui viene esposta all’aria esterna.

Per ottenere il vapore è necessario che l’acqua raggiunga una temperatura di 212° Fahreneith, ossia che se l’acqua che entra nella [p. 75 modifica] caldaia ha 50° di calore, se ne devono immettere in essa altri 162° prima che possa fornire una libbra di pressione.

L’aria liquida invece ne dà venti.

Valendoci dunque noi, io e Ranzoff, degli studi fatti dal Tripler e da altri valenti scienziati, specialmente dall’Estergren, il quale ha già applicata l’aria liquida a molti sorprendenti congegni, abbiamo costruito un motore, d’una solidità a tutta prova e d’una leggerezza straordinaria, il quale ci fornisce ad esuberanza la forza che ci era necessaria per far agire le ali e l’elica prodiera.

Come vedi, una cosa semplicissima.

— Sì, per voi, — disse Boris, sorridendo.

— Poi abbiamo un’altra macchina che Ranzoff, durante il mio esilio nelle miniere d’Algasithal, ha fatto costruire nelle officine dell’Estergren, la quale ci fornisce l’aria necessaria, con una spesa quasi minima ed in tale quantità da averne sempre ad esuberanza, perchè in una sola ora ce ne fornisce tanta da bastarci per una settimana.

Ma non è ancora tutto qui, fratello. L’aria liquida di cui noi ci siamo serviti, ci rende ben altri ed importanti servigi.

È troppo caldo? Noi mettiamo in azione i nostri ventilatori ed otteniamo nelle nostre piccole, ma comode cabine, una temperatura anche polare, se ci fa comodo.

Abbiamo da conservare delle provviste? Le mettiamo nelle celle refrigeranti e le facciamo gelare, dimodochè noi possiamo mangiare pesci pescati anche sei mesi fa, frutta raccolte sotto i tropici o nelle regioni equatoriali, o un bisonte ucciso nelle praterie del Far-West.

Vi sono nemici che vogliono inquietarci? Spariamo il nostro piccolo pezzo caricato ad aria liquida, che ci permette di lanciare, senza il più piccolo pericolo, un obice conico con un chilogrammo di dinamite.

Vogliamo far saltare un gruppo di case, un castello, una fortezza o una nave? Non facciamo altro che immergere un pezzo di lana nella nostra aria liquida ed ecco che, infiammandosi, esplode colla terribile violenza del cotone fulminante.

— Anche una nave hai detto? — chiese Boris con voce terribile.

— Sì.

— Ecco la nostra vendetta. —

Wassili si era rizzato dinanzi al fratello, colle braccia strettamente incrociate sul largo petto, gli occhi scintillanti, i lineamenti del viso alterati. [p. 76 modifica]

— Sì, la nostra vendetta, — disse con voce cupa. — Nessuna nave che porta la bandiera di Teriosky sfuggirà ai nostri colpi.

Sai che da venti navi che aveva prima del nostro esilio ora ne ha cinquanta? E sai tu con quali denari quel miserabile le ha acquistate? Coi nostri, perchè tutta la nostra fortuna ci è stata confiscata a vantaggio di quel miserabile che aveva liberato l’Impero di due nikilisti pericolosi come noi, che congiuravano contro la vita dello Czar. Comprendi, fratello? Ti ha rapita la figlia e ci ha spogliati perfino dell’ultimo rublo! —

Una specie di ruggito era uscito dalle labbra contratte dell’ex-comandante della Pobieda.

Una voce, quella del capitano dello Sparviero, si fece udire in quel momento dietro a Boris.

— Calmatevi, signore. Io sono qui per vendicarvi e noi siamo i re dell’aria.

Voi riavrete un giorno vostra figlia ed a nostra volta ridurremo il barone di Teriosky nella più completa miseria, poichè non gli lasceremo nemmeno un albero delle sue cinquanta navi.

Delle ricchezze perdute non vi preoccupate. Nelle mie corse attraverso il mondo ho scoperto ciò che tanti altri invano cercavano da anni e anni, e, se lo desiderate, daremo a vostra figlia, come dote, un fiume d’oro.

Andate a riposarvi, signori. Domani, quando vi sveglierete, fileremo colla velocità delle rondini, al di sopra della Siberia.

Liwitz, conduci questi signori nelle cabine che ho loro assegnate. —

Il macchinista, che pareva fosse il personaggio più importante e più necessario a bordo dell’aereo-treno, staccò una lampadina che era sospesa alla murata e precedette i due russi nell’interno del fuso.

Una corsìa lo attraversava da prora a poppa, così stretta da permettere a malapena il passaggio ad un uomo corpulento, essendo lo spazio limitatissimo.

A destra ed a sinistra s’aprivano sei piccole porte le quali mettevano in altrettante cabinette contenenti un lettuccio, un tavolino ed un servizio di toeletta, illuminate da lampadine sospese al soffitto.

Liwitz introdusse i due russi in due cabine, una attigua all’altra, augurò loro la buona notte e risalì in coperta.

Il capitano passeggiava, fumando un sigaro, scambiando, di quando in quando, qualche parola con uno dei sei marinai che stava seduto dietro alla macchina per regolare la velocità dell’aereo-treno. [p. 77 modifica]

— I vostri ordini, signore, — disse Liwitz.

— Per questa notte ci penseremo noi, — disse il capitano. — Domani tu ci darai la massima velocità.

Mi preme di giungere a Pietroburgo e rivedere i nostri vecchi amici, quell’originale Rokoff ed il suo simpatico amico Fedoro.

Sono certo che avranno delle preziose informazioni da darci sul barone di Teriosky.

— Posso spingere lo Sparviero a cento chilometri all’ora, signore.

— Non ti domando di più. Va a riposarti ora, mio bravo ragazzo. Hai faticato abbastanza e devi essere stanco.

— Non dico di no. —

Il capitano lo congedò con un gesto piuttosto brusco, poi riprese la passeggiata, fermandosi sul castello di prora, dinanzi al piccolo pezzo d’artiglieria.

In fondo al tenebroso orizzonte brillavano alcuni punti luminosi, che sembravano lucciole vaganti sul mare, che ora comparivano ed ora scomparivano, offuscati forse dalla neve che con una simile notte doveva cadere abbondantissima sulle estreme coste della Siberia orientale.

— Quei fanali rischiarano senza dubbio Alessandrowks, — mormorò il capitano. — Siamo sulla buona rotta. —

Ritornò verso poppa, prese, passando presso la macchina, un pesante mantello di feltro quasi impermeabile, gettandoselo sulle spalle, poi si curvò sulla bussola che era illuminata per di sotto, osservandola attentamente.

— Benissimo, — mormorò poi, sedendosi su uno sgabello e riaccendendo il sigaro che aveva lasciato spegnere. — Faremo una prima punta verso il Baikal, una seconda su Tomsk.

Non si sa mai. Sulla Wladimirka1 si può sempre incontrare qualche colonna di politici da liberare. —

Si avvolse strettamente il mantello attorno al corpo, alzò il cappuccio foderato di pelo e parve s’immergesse in profondi pensieri.

Lo Sparviero, guidato dal marinaio di guardia, continuava intanto la sua corsa fulminea, con un rombo sonoro.

Il fuso attraversava lo spazio colla sicurezza d’un condor, volando fra fitte nuvole di nevischio. Di quando in quando qualche raffica violentissima e freddissima lo investiva, facendolo deviare ed inchinandolo verso babordo, ma subito riprendeva il suo equilibrio e la sua [p. 78 modifica] rotta, rimorchiato energicamente dalla grande elica prodiera e spinto poderosamente dalle due immense ali.

Lo stretto di Tartaria era stato superato ed ora il magnifico e meraviglioso treno-aereo filava sulle sconfinate pianure siberiane, movendo velocemente verso la gigantesca catena degli Jablonovoi, che separa la provincia dell’Amur da quella della Transbaicalia e d’Irkutsk. Quando i primi albori ruppero le tenebre, lo stretto di Tartaria non era più visibile. Sotto lo Sparviero non si vedevano che pianure coperte di neve, interrotte qua e là da foreste di pini, di abeti e di betulle, da qualche minuscolo villaggio formato di miserabili isbe e da qualche grosso corso d’acqua, ormai quasi interamente gelato.

Nevicava ancora e il freddo era intensissimo. Già, tutta la provincia dell’Amur è freddissima nell’inverno e ben poco ha da invidiare alle spiagge settentrionali della Siberia lambite dall’oceano Artico.

Il capitano, che durante il resto della notte non si era mai allontanato dalla bussola, stava per riprendere la sua passeggiata in attesa d’una buona tazza di the, quando Wassili e Boris comparvero sul piccolo ponte, anche essi avvolti in pesanti mantelli foderati internamente di pelo.

— Già scomparso il mare? — chiese il primo, dopo una vigorosa stretta di mano.

— Tu sai che lo Sparviero fila come una rondine marina, — rispose il capitano, offrendo ai due russi alcune sigarette. — Corriamo verso le montagne Jablonovoi.

Io spero di superarle dopo il mezzodì.

— Questa macchina meravigliosa va colla velocità d’un treno americano, — disse Boris, che contemplava, con vivo interesse, l’immensa pianura che si stendeva a perdita d’occhio sotto lo Sparviero.

— Più rapida ancora, comandante, — rispose Ranzoff, — e lo dobbiamo a vostro fratello.

— Ed io lo devo a Kaufmann che mi diede la prima idea, — rispose Wassili. — Il merito principale spetta però sempre a te, mio caro Ranzoff, perchè sei tu che l’hai costruita quando io mi trovavo in fondo alle miniere d’Alghasithal.

— Sui tuoi disegni.

— Lasciamo andare e dividiamoci il merito in parti eguali, — disse Wassili, ridendo. — L’importante è che la macchina volante sia riuscita e come vedi, fratello, il nostro scopo è stato pienamente raggiunto. [p. 79 modifica]

Quale altra macchina, per velocità, per potenza e per sicurezza, potrebbe competere colla nostra? Quale nemico, per quanto possente, potrebbe competere con noi e venire a disputarci l’impero degli uccelli? Oh!... Noi faremo stupire il mondo e faremo soprattutto tremare fino in fondo all’anima il miserabile che ha tramato la nostra perdita.

Che cosa sono per noi le città fortificate, le potenti corazzate, i cannoni formidabili moderni? Nulla, assolutamente nulla.

Possiamo ben chiamarci dunque i re dell’aria.

— È vero, — rispose Boris. — La mia Pobieda, della quale andavo tanto orgoglioso, nulla potrebbe fare contro di noi, eppure era, e sarà forse ancora, una delle più possenti corazzate del mondo, l’orgoglio della Russia marinara.

— Pochi stracci di lana inzuppati nell’aria liquida e qualche obice carico di dinamite, e buona notte alla tua nave, fratello, — rispose Wassili.

— Signori, — disse in quel momento il capitano dello Sparviero, — il the è pronto e una buona tazza di the caldo non farà male, con questo freddo veramente siberiano. —

Un marinaio aveva portato, su un vassoio d’argento, parecchie tazze piene di thè fumante, deponendole sul casseretto di poppa.

— Non ne avrete assaggiato nemmeno a Pietroburgo di così squisito, — disse il capitano. — È vero shang-hiang profumato con fiori d’arancio, con rose tsing-moi e con gardenie kwei-hoa. Ne ho fatta una bella provvista in China. —

Sorseggiarono la profumata bevanda, accesero le sigarette e si misero in osservazione a prora, mentre Liwitz faceva preparare la prima colazione, non avendo in quel momento nulla da fare intorno alla macchina la quale funzionava perfettamente, imprimendo all’aereo-treno una velocità da centotrenta a centoquaranta chilometri all’ora.

Le pianure, i boschi, i fiumi, le colline, scomparivano con rapidità fulminea. Appena scorti non erano più visibili.

Alle tre pomeridiane lo Sparviero, dopo essersi innalzato, con una superba volata, fino a duemila metri, passava sopra la catena degli Jablonovoi, coperti di ghiacciai, scendendo nelle pianure della Transbaicalia. Il capitano a mezzodì aveva rilevata esattamente la posizione per tenersi lontano dai centri abitati.

Quantunque la tempesta di neve continuasse con una ostinazione veramente siberiana, nascondendo lo Sparviero agli occhi dei contadini, egli ci teneva a non farlo notare. [p. 80 modifica]

Alla sera anche lo Silea, uno dei più grossi affluenti dell’Amur, veniva lasciato indietro. Liwitz durante la giornata non aveva cessato di spingere la macchina a tutta forza, per ottenere la massima pressione e quindi la maggiore velocità.

Durante la notte l’aereo-treno non sostò in alcun luogo, quantunque il freddo fosse sempre intensissimo e una vera burrasca di neve si fosse scatenata, accompagnata da raffiche furiose.

Ranzoff, che si era riposato alcune ore durante il giorno, fece raddoppiare la guardia e non lasciò un solo istante il ponte per meglio sorvegliare le due gigantesche ali le quali subivano, di quando in quando, delle vibrazioni inquietanti.

Allo spuntare del sole lo Sparviero si trovava al di sopra del lago Baikal, il piccolo mare siberiano.

Il treno-aereo lo tagliava verso la sua estremità settentrionale, essendo in quella parte pochissimo abitato.

Il Baikal, per la sua vastità, può considerarsi come un piccolo mare, misurando ben novecento verste in lunghezza e quasi cento in larghezza, ed una profondità così straordinaria che in certi luoghi non fu ancora possibile sondarlo.

Trecento e più fiumi lo alimentano, mentre non ha che un solo corso di sfogo, l’Angara, il quale, dopo essere passato per Irkutsk, la bellissima capitale della Siberia orientale, va a scaricarsi nell’Jenisseisk un po’ a monte della città omonima.

Trovandosi quell’enorme massa d’acqua ad un’altezza piuttosto considerevole, — a 1700 piedi sul livello del mare, — durante l’inverno gela facilmente e allora carovane e slitte la attraversano in gran numero, per evitare le dirupate montagne che la circondano, che sono formate da una diramazione dei Tonguzi.

Quello è il più bel momento pel traffico, poichè quel piccolo mare quando è sgelato è sovente pericolosissimo. Battuto dai venti che scendono dalla grande catena degli Altai, infuria facilmente e rovescia ogni anno un gran numero di battelli, di prame e di zattere, facendo una buona quantità di vittime umane.

È anzi così temuto dai naviganti che, per paura se ne offenda, non lo chiamano il lago Baikal, bensì il signor lago!...

Quando lo Sparviero vi giunse sopra, tutta la parte settentrionale era di già coperta da uno spesso strato di ghiaccio ed i pochi villaggi, rappresentati da gruppetti di casupole fatte per lo più di tronchi d’albero, erano quasi interamente sepolti sotto la neve. [p. 81 modifica]Tutti, eccettuato l’atman, non avevano potuto frenare un gesto di meraviglia. (Cap. IX). [p. 83 modifica]

Alcuni mujik stavano attraversando il ghiaccio, spingendo innanzi a loro delle prame, ossia delle grosse barche, le quali forse erano state sorprese al largo dal gelo ed imprigionate, prima che avessero potuto raggiungere le rive.

Erano però tanto occupati in quel faticoso lavoro che non s’accorsero nemmeno del passaggio dell’aereo-treno, anche perchè questo si teneva già ad un’altezza di cinquecento metri, e la neve, che cadeva sempre, abbondantissima, lo rendeva poco visibile.

Alla sera anche il Baikal non era più visibile. Lo Sparviero, che procedeva sempre colla massima velocità, ridiscendeva verso le grandi pianure dell’ovest, coperte da sconfinate foreste, forse non ancora esplorate da alcun essere umano.

Essendosi il tempo rischiarato ed essendo comparsa una splendida luna, il capitano stava per cercare un posto ove passare la notte, non volendo stremare completamente il suo piccolo equipaggio, quando una detonazione, seguìta poco dopo da un’altra, echeggiò verso il margine d’un bosco di betulle e di pini.

— Che sparino contro di noi? — chiesero Wassili e Boris, che stavano in quel momento fumando presso la macchina.

— No, — rispose Ranzoff, il quale si era curvato subito sul parapetto di prora.

— Che sia stato qualche cacciatore? — chiese Wassili.

— Quelle detonazioni erano troppo deboli per essere state prodotte da una carabina, è vero, signor Boris?

— Sono stati due colpi di rivoltella o di pistola, — rispose l’ex-comandante della Pobieda, il quale si intendeva di armi meglio di qualunque altro. — Ma... toh!... Questo è il campanello appeso ad una duga. Lo udite?

— E anche odo qualche cosa altro, — disse il capitano. — Ascoltate bene, e tu intanto, Liwitz, rallenta la corsa. Vi sono forse delle persone da salvare. —

Tutti tacquero, tendendo gli orecchi e trattenendo il respiro.

Nel silenzio della notte, essendo il vento completamente cessato, si udivano distintamente il tintinnare d’un campanello ed un lontano urlìo che aumentava rapidamente d’intensità.

— Sapete di che cosa si tratta, ora? — chiese il capitano.

— Sì, — rispose Wassili, — è una slitta che fugge dinanzi ai lupi.

— Quelle maledette bestie non hanno però previsto il nostro arrivo, — disse Ranzoff. — Su quella slitta vi sarà forse qualche povero [p. 84 modifica] contadino o qualche boscaiuolo e non lo lascerò divorare sotto i miei occhi, senza nulla tentare per strapparlo ai denti di quegli ingordi.

— Dateci dei fucili, — disse Boris.

— È inutile, comandante, disturbarci. Possiedo una bella provvista di obici carichi di nitroglicerina e che scoppieranno magnificamente sulla superficie gelata e durissima della pianura.

Liwitz, abbassiamoci e descrivi un giro su quella foresta. —

Il tintinnìo del campanello si udiva sempre più distinto e anche gli ululati aumentavano spaventosamente.

Dovevano essersi radunate in buon numero quelle bestiacce.

Lo Sparviero si abbassò fino a duecento passi dal suolo, poi partì in linea retta verso la candida foresta coperta di neve.

In quel momento altri due spari rimbombarono sotto le piante, poi si udì distintamente il galoppo sfrenato di alcuni cavalli.

La slitta doveva attraversare qualche bacino gelato, perciò si produceva il rimbombo degli zoccoli e dei ferri da ghiaccio.

— Dateci dei fucili, — disse Wassili. — Le bombe non le scaglieremo che all’ultimo momento, Ranzoff. Un russo non sta fermo quando si trova dinanzi ai lupi ed ha un’arma nelle mani.

— Come volete, signori miei, — rispose il capitano. — È sempre una caccia emozionante anche per un polacco della Lituania. —

Un marinaio portò sul ponte tre fucili Mauser ed una cassetta piena di cartucce.

I due russi ed il capitano caricarono precipitosamente le armi e presero posto sul castelletto di prora, pronti ad aprire un fuoco infernale contro i feroci predoni delle pianure nevose.

Il fragore prodotto dallo scalpitare dei cavalli era cessato. La slitta doveva fuggire ora attraverso lo strato nevoso, il quale attutiva il galoppo.

Il campanello della duga invece tintinnava furiosamente ed ora pareva che si avvicinasse verso il margine del bosco, e ora che se ne allontanasse.

I cavalli, spaventati dagli ululati delle fameliche belve, non conservano una direzione costante.

— Come mai non si decidono a lasciare il bosco? — chiese Wassili, il quale era impaziente di cominciare il fuoco.

— Io ne indovino il motivo, — rispose Boris. — Gli alberi, in caso di estremo pericolo, possono offrire sempre un rifugio.

— Uhm!... Non ne lascerebbero loro il tempo, fratello. [p. 85 modifica]

— Altri due colpi, — disse in quel momento il capitano. — Sono rivoltellate queste.

Liwitz, rallenta sempre. —

Lo Sparviero stava per slanciarsi sopra la foresta, quando il campanello risuonò a cinque o seicento passi dalle prime piante.

La slitta, a quanto pareva, stava per slanciarsi attraverso la pianura, costrettavi forse da qualche abilissima manovra compiuta dai lupi.

— Virate di bordo! — gridò il capitano.

Lo Sparviero descrisse una grande curva e tornò indietro, volando lentamente, onde lasciar tempo ai due russi ed al polacco di fare delle giuste scariche.

Gli ululati dei lupi rintronavano cupamente nel silenzio della notte, propagandosi sotto le piante. Dovevano essere moltissimi dal fracasso che facevano.

Ad un tratto la slitta comparve, correndo, con velocità fulminea attraverso la bianca pianura. Era tirata da un vigoroso cavallo di mezzo, che reggeva quell’arco di legno chiamato la duga, reggente un campanello e da due cavalli di volata, due trottatori. Due sole persone montavano il leggero veicolo: un uomo, il quale guidava i cavalli frustandoli senza posa, ed una donna, la quale, di quando in quando, sparava dei colpi di rivoltella, e, con mano ferma, a quanto sembrava, poichè non tutti i proiettili andavano perduti.

Dietro erano comparse due grosse colonne di lupi grigi, i più pericolosi della specie, poichè sono i più alti, i più vigorosi e anche i più coraggiosi.

I furbi animali galoppavano quasi l’uno dietro l’altro, per non esporsi troppo al fuoco della donna e tentavano di assalire i cavalli di volata, per indebolire quello di mezzo e costringerlo, presto o tardi, a cedere.

— Sono almeno un centinaio, — disse Boris.

— Lascia passare prima la slitta, — disse Ranzoff. — Assaliremo i lupi alle spalle. —

Nè l’uomo, nè la donna che montavano il veicolo, troppo occupati, l’uno a spingere furiosamente i cavalli e l’altra a far fuoco, colle due rivoltelle che teneva in mano, contro gli animali che si mostravano i più impetuosi, si erano accorti della presenza dello Sparviero, quantunque questi si mantenesse sempre a soli centocinquanta metri dalla superficie della pianura. [p. 86 modifica]

— Quella donna possiede un sangue freddo ed un coraggio meraviglioso, — disse Boris. — Non può essere che la moglie o la figlia d’un mujik.

— Siamo pronti? — chiese il capitano.

— Pronti, — risposero Boris e Wassili, abbassando i Mauser.

La slitta era passata e fuggiva precipitosamente, tutta avvolta in una nuvola di nevischio, trascinata in una corsa furiosa.

— Fuoco! —

Tre spari si mescolarono agli ululati lugubri e spaventevoli dei lupi e allo scalpitìo dei cavalli.

Tre lupi della fila di destra stramazzarono fulminati, poichè i due russi ed il polacco erano tiratori veramente meravigliosi.

Le belve delle pianure siberiane, udendo quegli spari che rintronarono in alto, si erano fermate di colpo, guardando quel gigantesco mostro che volteggiava sopra di loro.

La loro sorpresa non ebbe però che la durata d’un lampo: la fame, che tenagliava i loro stomachi, vinse subito il loro terrore e ripresero la corsa velocissima, ululando a squarciagola e riprendendo la caccia.

La slitta aveva nel frattempo guadagnato qualche centinaio di metri. Due grida, una d’uomo ed una di donna si erano alzate, giungendo distintamente fino agli orecchi dei navigatori aerei.

— Aiuto! —

Ranzoff strappò dalla murata un portavoce d’alluminio e, imboccatolo, rispose subito:

— Non temete, signora! Ci incarichiamo noi di sbarazzarvi dei lupi. —

Poi i tre uomini ricominciarono il fuoco, un fuoco terribile che non cessava un istante, poichè altri Mauser erano stati portati in coperta ed i marinai li tenevano sempre carichi a disposizione dei tre abilissimi cacciatori.

I lupi cadevano in gran numero, tuttavia i superstiti non cessavano l’inseguimento e non si fermavano nemmeno per divorare i morti od i feriti come fanno di solito.

Resi feroci per le perdite che subivano, impotenti ad assalire lo Sparviero, pareva che avessero giurato fra di loro di vendicarsi almeno sull’uomo e sulla donna che montavano la slitta.

Con uno sforzo supremo l’avevano nuovamente quasi raggiunta, mentre i cavalli, che forse galoppavano da parecchie ore, davano segni visibili di stanchezza. [p. 87 modifica]

— Basta, signori, — disse Ranzoff, che temeva di vedere le maledette bestie rovesciarsi sulla slitta come una valanga. — I nostri fucili non bastano più. A me le bombe! —

Un marinaio portò una cassetta, divisa in due scompartimenti dove si trovavano, in mezzo ad un soffice strato di cotone, due palle non più grosse d’un pugno.

Il capitano ne prese una con molta precauzione, attese che lo Sparviero si trovasse nuovamente sopra la muta urlante e la lasciò cadere, mentre Liwitz, che stava attentissimo, apriva tutta la leva imprimendo alla macchina volante una velocità fulminea.

Si udì uno scoppio orribile. Lo strato di neve che aveva uno spessore di parecchi metri fu squarciato con spaventevole violenza.

Per qualche istante non si scorse altro che una immensa nuvola di nevischio volteggiare in aria, poi si scorsero dieci o dodici lupi scappare a tutte gambe, colla coda bassa, in direzione della foresta.

Tutti gli altri dovevano essere stati fatti a pezzi dalla violenza dell’esplosione.

I cavalli, udendo dietro di loro quello scoppio, si erano dati ad una corsa pazza, nitrendo rumorosamente, ma l’uomo che si trovava sulla cassa anteriore e che doveva essere un guidatore di prima forza, dopo qualche minuto riuscì a rendersi padrone dei corsieri ed a trattenerli.

L’aereo-treno, che aveva rallentato nuovamente la marcia, ben presto si librò sopra la slitta, mettendo in opera due eliche orizzontali per reggersi e arrestando invece l’elica di trazione.

— Signori! — gridò l’uomo che guidava, togliendosi il cappello altissimo alla cosacca e agitandolo vivamente. — Io e mia sorella vi dobbiamo la vita.

— Chi siete? — chiese Ranzoff.

— I figli d’un maggiore dell’esercito di Finlandia, condannato all’esilio perpetuo a Vercholensk per aver troppo amata la libertà — rispose il giovane, con voce profondamente commossa.

— E andate a raggiungerlo?

— Sì, signori.

— Allora siamo doppiamente lieti di aver salvato i figli d’un esiliato. Vi è necessario qualche cosa? Delle armi, dei viveri o delle munizioni?

— Grazie, signori, siamo provvisti d’ogni cosa. Diteci invece se, in compenso del vostro prezioso intervento, possiamo rendervi qualche servigio. [p. 88 modifica]

— Sì, uno: quello di non raccontare a nessuno d’aver incontrato la nostra macchina volante.

— Sulla mia parola d’onore, io e mia sorella manterremo il segreto.

— Buon viaggio.

— Grazie, signori! — gridarono ad una voce i due giovani, salutando colla mano.

Lo Sparviero descrisse una gran curva, riprendendo la direzione occidentale e la corsa attraverso le sterminate pianure della Siberia mentre la slitta si allontanava velocissima in senso opposto.



Note

  1. La via battuta dai forzati siberiani.