Il Re dell'Aria/Parte seconda/11. Wanda

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../10. Il prigioniero

../12. La presa della rocca IncludiIntestazione 1 agosto 2019 100% Da definire

Parte seconda - 10. Il prigioniero Parte seconda - 12. La presa della rocca


[p. 344 modifica]

CAPITOLO XI.

Wanda.

Quattro ore dopo, mentre la luna cominciava a sorgere cospargendo l’oceano di miriadi di pagliuzze d’argento, il piroscafo si metteva in moto avviandosi verso l’isolotto.

Oltre gli arruolati non vi erano a bordo che Ranzoff, il cosacco ed il prigioniero. Tutti gli altri erano rimasti sullo Sparviero, volendo il capitano agire da solo.

Certo qualche buona idea doveva averla, a giudicare con quale calma fumava il suo sigaro seduto sulla murata del castello di prora, a qualche passo dal piccolo bompresso.

Rokoff gli stava a fianco, fumando invece la sua enorme pipa di porcellana e sembrava del pari tranquillo. Qualche avventura arrischiata doveva aver ammansato il terribile figlio delle steppe del Don.

La nave, dotata di macchine potentissime, filava a tutto vapore i suoi diciotto nodi, senza aver bisogno di ricorrere al tiraggio forzato.

Sul ponte i canadesi stavano raggruppati lungo le murate, chiacchierando sommessamente. Non erano però più riconoscibili, poichè avevano lasciate le loro casacche di pelle di daino, gli alti stivali, i loro cappellacci ed i loro calzoni filettati in azzurro, per indossare dei costumi marinareschi russi: casacche rosse fiammanti, ampi calzoni di panno oscuro, pesanti stivali di mare e berrettini con una nappina nel mezzo.

Anche il piroscafo aveva, per così dire, cambiato pelle, poichè a poppa sventolava, invece della bandiera inglese quella russa colle aquile.

Bastarono due ore al velocissimo piroscafo per attraversare la distanza che lo separava da Ascensione. Cominciava ad albeggiare, quando affondò risolutamente le sue ancore in mezzo alla piccola baia occupata, pochi giorni prima, dalla torpediniera d’altomare del barone di Teriosky.

— Sparate un colpo di cannone! — gridò Ranzoff. — Svegliamo quegli ubbriaconi. — [p. 345 modifica]

Uno dei due pezzi di prora, disposti in barbetta, tirò un colpo in bianco, destando l’eco delle montagne con un fragore assordante.

La detonazione si era appena spenta, quando dalla roccia centrale si scorsero parecchi individui scendere verso la valletta che già Ranzoff aveva in parte esplorata.

— Si vede che non hanno ancora bevuto, — disse il capitano dello Sparviero, volgendosi verso il giovane russo che aveva catturato sulla spiaggia e che lo aveva avvicinato.

— È troppo presto, — rispose il prigioniero, sorridendo. — Soltanto dopo la colazione cominciano a bere.

— Tu non ti far vedere, se non vuoi perdere i tuoi duemila rubli.

— Come vorrete, signore.

— Rimarrai qui in ostaggio, finchè non avrò verificato se il piano che mi hai disegnato è esatto.

— Avrete una prova luminosa della mia lealtà!

Gli uomini del barone, una ventina circa e tutti armati di fucili e di sciabole d’arrembaggio, s’avanzavano rapidamente, salutando coi berretti in alto la bandiera russa che sventolava a poppa del piroscafo.

Sulla cima della montagna si scorgevano altri punti neri i quali si agitavano continuamente. Dovevano essere gli altri arruolati del barone, accorsi al fragore prodotto dallo sparo.

— Una scialuppa in mare, — comandò Ranzoff, dopo essersi cacciata in tasca una rivoltella datagli da un canadese. — Signor Rokoff, mi accompagnate?

— Non domando di meglio, capitano, — rispose il cosacco.

— Osservate attentamente ogni cosa, soprattutto i passaggi e le opere di difesa.

— Fidatevi di me, signor Ranzoff. —

La scialuppa era pronta. I due amici vi presero posto insieme a quattro marinai e in pochi colpi di remo sbarcarono sulla spiaggia.

Quasi nello stesso momento arrivavano anche i venti uomini del barone, guidati da un gigantesco marinaio, che aveva sulle maniche della giacca i galloni di quartiermastro e che impugnava una rivoltella di grosso calibro.

— Chi siete voi e che cosa venite a fare qui? — chiese ruvidamente il colosso, squadrando sospettosamente Ranzoff ed il capitano dei cosacchi i quali erano già sbarcati.

— La bandiera che sventola a poppa della mia nave vi dice che noi siamo russi al pari di voi, — rispose il capitano dello Sparviero. — Che [p. 346 modifica] cosa vogliamo? Vedere il signor barone di Teriosky, avendogli da comunicare delle gravi notizie da parte di suo figlio.

Udendo quelle parole il viso arcigno del gigante si rasserenò alquanto.

— È il signor baronetto che vi manda? — chiese con tono meno burbero.

— Mi pare di avervelo già detto, — replicò Ranzoff.

— Ma chi siete voi?

— Un capitano della Compagnia.

— E l’altro?

— Il mio secondo. —

Il quartiermastro parve un po’ imbarazzato, poi alzò le spalle dicendo:

— Sono cose che riguardano il padrone; seguitemi, signori, non prima di aver dato ordine alla scialuppa di tornare a bordo. Le precauzioni non sono mai troppe e gli ordini precisi.

Ranzoff fece cenno ai marinai della baleniera di lasciare la spiaggia e si unì agli arruolati del barone, dicendo al quartiermastro:

— Siamo a vostra disposizione.

— Seguitemi, — rispose l’altro bruscamente.

I ventitrè uomini si misero in cammino, risalendo la valletta la quale doveva condurli di fronte all’altissima roccia dominante l’intero isolotto.

Il quartiermastro apriva il passo, subito seguìto da Ranzoff e dal cosacco; gli altri venivano dietro, in doppia colonna, sorvegliando attentamente i messi del baronetto.

La marcia attraverso a sterpi, a corte e durissime erbe e a pietre gigantesche rotolate dalle vicine colline, durò una buona ora, poi il drappello si fermò dinanzi all’immensa muraglia rocciosa, la quale scendeva quasi a picco.

— Ci siamo, — disse il quartiermastro, volgendosi verso Ranzoff e al cosacco.

Prese un piccolo sentiero ripidissimo e lo salì, finchè raggiunse una gradinata scavata nella viva roccia, con una piccola balaustrata di ferro da parte a parte.

La salita durò una buona mezz’ora, poi il drappello si cacciò per un’apertura, inoltrandosi in un’antica galleria ingombra di lave.

Ranzoff ed il capitano dei cosacchi osservavano attentamente.

Dentro l’enorme roccia i corsari o gli arruolati del barone dovevano [p. 347 modifica] aver compiuto un lavoro colossale, poichè tutta la galleria era traforata da feritoie, in modo da poter arrestare quasi di colpo un nemico che avesse osato tentare di forzar il rifugio.

Il capitano dello Sparviero e il cosacco contarono esattamente centosessanta passi, poi dopo aver superato un piccolo ridotto difeso da una mitragliatrice, furono introdotti in una caverna ammobiliata sontuosamente, con tappeti, arazzi, specchi di Venezia e mobili in stile Luigi XV bianchi e oro.

— Aspettate qui, — disse rudemente il quartiermastro ai due messi, indicando loro due ampie poltrone. — Il signor barone verrà fra poco. —

Quattro avventurieri si erano fermati dietro all’ampio arazzo che nascondeva la galleria, mentre gli altri si allontanavano attraverso a parecchi corridoi mascherati da tende di seta gialla a fiorami azzurri.

— Ecco una grotta incantata, — disse Ranzoff, sotto-voce, al capitano dei cosacchi. — Il barone ama il gran lusso, a quanto pare.

— Lui o la signorina Wanda? — chiese Rokoff.

— È una prigione dorata.

— Che accetterei anch’io.

— Silenzio: il barone viene. —

Una tenda che mascherava qualche passaggio si era improvvisamente alzata e un uomo era comparso, dicendo con voce secca, quasi metallica.

— Buon giorno!... —

Era un vecchio sulla sessantina, molto alto e molto robusto ancora, malgrado tante primavere, con una lunga barba semi-incolta ed i capelli bianchissimi.

I suoi occhi brillavano sinistramente, d’una luce intensa, febbrile.

Indossava un semplice costume di marinaio, con stivali altissimi di marocchino giallo.

— Il signor barone di Teriosky? — chiese Ranzoff, togliendosi il berretto.

— Sì, sono io, — rispose il vecchio duramente. — Chi vi manda? Mio figlio, mi hanno detto.

— È vero, signor barone.

— Che cosa vuole?

— Ci ha mandati per informarvi che i vostri due cugini, i signori Wassili e Boris Starinsky sono stati graziati dallo Czar e che sono partiti per destinazione ignota, per riavere la signorina Wanda. — [p. 348 modifica]

Il viso rosso, quasi congestionato del vecchio barone divenne improvvisamente bianchissimo, anzi pallidissimo.

— Sono stati graziati? — disse poi.

— Sì, signor barone.

— Perchè?

— Non lo so.

— Eppure erano due grandi colpevoli, che tramavano contro la vita del Gran Padre. —

Ranzoff credette opportuno non rispondere.

Il barone si era messo a passeggiare nervosamente per la stanza, col capo chino sul petto e le mani strette dietro il dorso.

Ad un tratto si fermò dinanzi a Ranzoff, chiedendogli bruscamente:

— Chi è l’uomo che è insieme a voi?

— Il mio secondo di bordo.

— Infatti me l’avevano detto, — rispose il barone, continuando a passeggiare.

Si fermò un momento, passandosi replicatamente una mano sulla fronte solcata da rughe precoci, poi chiese:

— E che cosa vuole mio figlio?

— Ricondurvi in Russia, signor barone, prima che i vostri cugini vi sorprendano qui.

— Qui!... — gridò il barone, con un urlo da belva feroce. — Vengano se l’osano. Wanda!... —

La tenda si era nuovamente alzata ed una bellissima giovane di sedici o diciassette anni, biondissima, cogli occhi azzurri, la carnagione bianca, quasi diafana, che indossava il pittoresco costume cosacco, tutto rosso con alamari d’argento e stivaletti altissimi, di pelle rosea, a quella chiamata era accorsa.

Vedendo quei due sconosciuti, rimase un momento come sorpresa, poi fece un leggero inchino.

— Bella!... — mormorò Rokoff. — Bellissima!... —

Il barone si era voltato verso la fanciulla con una mossa fulminea.

— Vedi questi uomini? — gridò con voce strillante. — Sono stati mandati da mio figlio per ricondurti in Russia!... —

La giovane rimase muta, guardando con vivissima curiosità Ranzoff ed il capitano dei cosacchi, i quali l’avevano salutata con un profondo inchino.

— Mi hai udito? — urlò il vecchio pazzo, che era stato preso da un improvviso scoppio di collera. [p. 349 modifica]

— Sì, signore, — rispose Wanda con voce armoniosa.

— Come, signore? Quand’è che tu ti deciderai a chiamarmi padre? È ora di finirla con questa ostinazione, Wanda.

— Io non sono vostra figlia, ve l’ho già detto migliaia e migliaia di volte.

— Ma sì!... Il Mare del Nord t’ha restituita a me!... —

Wanda alzò leggermente le spalle, poi disse con voce ferma:

— Mio padre era il comandante della Pobieda.

— Tu sogni!... Tu sei pazza!... Sono io solo tuo padre!...

— Come volete, e poi?

— Vuoi ritornare in Russia? Tuo fratello lo vorrebbe.

— Io sono pronta a ritornare nel mio bel paese.

— Ingrata!... — urlò il barone, furibondo. — Che cosa ti manca qui? Non sei la regina di quest’isola? Che cosa vuoi ancora? Maggior lusso, altri gioielli, dei sacchi d’oro, altri servi? Parla ed io farò venire dalla Russia tuttociò che vorrai, purchè tu rimanga qui...

— Prigioniera vostra?

— Tu non guarirai mai dunque, pazza che sei? Quante figlie invidierebbero la tua fortuna!...

— Io non ho che un solo desiderio, — rispose Wanda con voce ferma. — Quello di rivedere mio padre.

— Se sono io tuo padre!...

— Non è vero. —

Il vecchio si volse verso Ranzoff e verso il cosacco, dicendo loro:

— L’avete udita? Il Mare del Nord me l’ha restituita, ma pazza.

Il capitano dello Sparviero e Rokoff risposero con un semplice cenno del capo e sorrisero invece alla giovane, come per farle comprendere che il pazzo era il suo preteso padre.

Il barone, in preda ad una sorda rabbia, si era messo a passeggiare per la sala, stringendo i pugni e borbottando. Ad un tratto si fermò dinanzi a Wanda, sempre impassibile, dicendole con voce imperiosa:

— Ritirati!... Io ho da parlare con questi signori!...

La giovane si ritrasse lentamente verso la tenda che copriva qualche altra galleria, guardando sempre intensamente Ranzoff ed il capitano dei cosacchi.

Aveva compreso che quelli erano i salvatori forse lungamente attesi? Era probabile, poichè ad un rapido cenno fattole dal capitano dello Sparviero aveva risposto con un sorriso. [p. 350 modifica]

Quando scomparve dietro l’arazzo che serviva come da portiera, il barone tornò verso Ranzoff. Aveva la fronte aggrottata e lo sguardo cupo.

— Perchè mio figlio vuole che io ritorni in Russia? — chiese coi denti stretti.

— Perchè dei gravi avvenimenti succedono e che voi solo potreste scongiurare, — rispose il capitano dello Sparviero.

— Quali? — chiese il vecchio, colpito dall’accento grave ed un po’ misterioso del polacco.

— Sapete voi di aver dei nemici, signor barone?

— Sì, i miei due cugini, due furfanti appena degni della Siberia.

— Vi ho detto che sono riusciti a fuggire dalle miniere d’Algasithal uno e l’altro da Sakalin.

— Me ne ricordo.

— Ebbene essi ora si vendicano.

— Di che cosa?

— Di voi, signor barone.

— Di me? E perchè?

— Pare che abbiano dei gravi motivi per odiarvi. Quali sono? Io lo ignoro, poichè vostro figlio non si è spiegato di più con me. Sappiate però che essi hanno cominciate già le loro vendette.

— In quale modo?

— Distruggendo i vostri transatlantici.

— Avete detto? — gridò il vecchio pazzo, facendo un salto indietro.

— Che tre delle vostre migliori navi sono state colate a fondo dai vostri cugini, causando alla vostra Conpagnia una perdita di tre o quattro milioni di rubli.

— Siete pazzo o ubriaco?

— Nè l’uno, nè l’altro, signor barone, — rispose Ranzoff, senza mostrarsi offeso.

— Allora mi direte come hanno fatto ad affondarli.

— Con una tempesta di bombe.

— Sorte dal mare? — chiese il barone ironicamente.

— Gettate dall’alto invece, signor barone, — rispose Ranzoff.

— Voi mi burlate!...

— Chiedete al mio luogotenente se quanto io vi narro è pura verità.

— Verissima, — disse Rokoff. — Tre transatlantici affondati e anche un incrociatore russo che cercava di dare la caccia ai vostri nemici, signor barone. [p. 351 modifica]

— E come?

— Ve l’ho già detto, — rispose Ranzoff. — Con delle bombe.

— Ma vorrei sapere in qual modo.

— I vostri cugini hanno inventata una straordinaria macchina volante, la quale solca senza posa lo spazio, dando la caccia ai vostri bastimenti.

— Una macchina volante, avete detto!... Io allora l’ho veduta nei paraggi di Tristan de Cunha!... Mi ero immaginato che fossero loro e perciò mi sono affrettato a sgombrare.

Furbi come me ve ne sono pochi, in fede mia!... Ecco una informazione che vale più dei tre milioni di rubli che mi hanno affondati.

Birbanti!... Vogliono Wanda!... Ma non sanno adunque che è mia e che il Mare del Nord me l’ha restituita? Sono pazzi!... Sì, pazzi!... —

Si era rimesso a passeggiare, colla testa china sul petto, i lineamenti alterati, gli occhi luccicanti come quelli dei lupi affamati, tormentando la sua lunga barba.

Ad un tratto tornò a fermarsi dinanzi a Ranzoff, chiedendogli a bruciapelo:

— Mi cercano?

— Sì, signor barone.

— Chi ve lo ha detto?

— Vostro figlio.

— Che cosa ne sa lui?

— Se ci ha mandati appositamente qui, deve averlo saputo.

— L’avete incontrata, durante il vostro viaggio, quella dannata macchina volante?

— Devo dirvi che tre giorni or sono, dopo il tramonto, abbiamo veduto un enorme uccellaccio passare, con rapidità fantastica, sopra la nostra nave.

— Non era un albatros?

— No: era troppo grosso.

— A quale distanza da quest’isolotto l’avete veduto?

— A circa cinquecento miglia.

— E si dirigeva?

— Verso il sud.

— Qui allora?

— Non ve lo potrei accertare, signor barone. —

Il vecchio pazzo parve riflettere alquanto, poi disse, come parlando fra sè: [p. 352 modifica]

— Mi cercano: dove fuggire? È necessario prendere una decisione. —

Stette alcuni istanti silenzioso, poi riprese, guardando Ranzoff:

— Che cosa vogliono dunque quei miserabili?

— La signorina, — rispose il capitano dello Sparviero.

— Chi ve lo ha confidato?

— Vostro figlio.

— Mai!... Mai!... Sarebbe come se mi strappassero la vita!... — urlò il barone. — È rapida la vostra nave?

— Fila diciassette nodi all’ora.

— Sicchè in cinque o sei giorni e fors’anche meno si potrebbero toccare le coste occidentali dell’Africa?

— Lo spero, signor barone.

— Tornate a bordo, se vi piace: vi farò conoscere la mia risposta domani a mezzodì. Ho bisogno di riflettere molto.

— La via è lunga, signore, e non abbiamo dormito la notte scorsa, — disse Ranzoff. — Vorreste concederci di rimanere qui, finchè vi sarete deciso? Siamo fedelissimi marinai della Compagnia Teriosky. —

Il barone lo guardò un po’ sorpreso poi, facendo un gesto vago, disse: — Avete ragione, sono qualche volta uno stupido. Rimarrete qui e pranzerete coi miei uomini.

Vi sarà data una stanza e avrete tabacco e liquori finchè vorrete. Ci rivedremo questa sera se ne avrò il tempo. Demidoff!... —

Il quartiermastro, il quale si trovava certamente a breve distanza, fu pronto a mostrarsi.

— Conduci questi signori in una delle nostre stanze, possibilmente la migliore, — disse al lupo di mare. — Sono miei ospiti, bada perciò di non far mancare loro assolutamente nulla. —

Ciò detto uscì dalla sala, dopo aver fatto colla destra un saluto a Ranzoff ed al cosacco.

— Seguitemi, — disse il burbero quartiermastro.

— Dove ci conducete? — chiese Ranzoff.

— In una delle nostre stanze, dove vi troverete benissimo, come se foste a Pietroburgo, poichè il signor barone ama il lusso ed i comodi della vita.

— Andiamo, — disse il capitano dello Sparviero, volgendosi verso Rokoff.

Il quartiermastro aveva alzata una tenda, introducendo i due amici [p. 353 modifica] in una galleria le cui pareti erano tutte coperte da arazzi d’un gran valore, e si fermò dinanzi ad una porticina che subito aprì.

— La vostra stanza, — disse il marinaio. — Se non volete pranzare in nostra compagnia, vi farò servire qui.

— Lo preferiamo, — rispose Ranzoff.

— Fra due ore.

— Che un pesce-cane ti mangi, — disse Rokoff quando il quartiermastro fu uscito. — Io non ho mai veduto un simile orsaccio. Che ti colga un fulmine, animalaccio!...

— Ecco un vero orso di mare, — rispose Ranzoff, sorridendo.

Girò intorno lo sguardo. Si trovavano in una specie di cella, colle pareti coperte da pesanti drappi di broccato, un tavolino nel mezzo e due piccoli letti che avevano delle coperte di damasco di seta, rosso e giallo.

Un’ampia finestra, aperta nella roccia e che prospettava sulla valletta, dava aria e luce abbondante.

— Non si starebbe mica male qui, — disse Ranzoff al cosacco.

— Il male è che non vi potremo rimanere a lungo, — rispose Rokoff.

— Fino al tramonto e niente di più.

— Mi spiegherete ora che cosa avete intenzione di fare.

— Una cosa semplicissima, — rispose il capitano dello Sparviero.

— Quale?

— Portar via a quel vecchio pazzo la ragazza.

— E la chiamate una cosa semplicissima?

— E perchè no, signor Rokoff? Avete paura? Non lo crederei, perchè avete date a me troppe prove di avere del coraggio da vendere.

— Per le steppe del Don!... Volete che ammazzi con un pugno quell’orsaccio che ci ha condotti qui? Ditemelo!...

— Non vi chiedo tanto.

— Che cosa devo fare dunque?

— Aiutarmi e niente di più.

— Fulmini!... Ho sei palle nella mia rivoltella e due braccia che sono come sbarre d’acciaio.

— È appunto per questo che ho preferito condurre voi qui, — disse Ranzoff, sorridendo. — Voi valete come quattro uomini.

— Ma voi non sapete dove si trova la stanza della signorina?

— Non abbiamo ancora pranzato, signor Rokoff. Aspettiamo dunque.

— Io non riuscirò mai a capirvi. [p. 354 modifica]

— Più tardi mi comprenderete più facilmente.

— Sarà vero?

— Lo vedrete quando sarete costretto a menare le mani ed a consumare tutte le cariche della vostra rivoltella.

— Questo si chiama spiegarsi, — disse il cosacco. — Aspettiamo il momento buono dunque!...

— Verrà questa sera, — disse Ranzoff, sorridendo.

— Che cosa succederà dunque?

— Forse una battaglia.

— Fra noi due e tutti questi avventurieri? Ne prenderemo finchè ne vorremo.

— Adagio, signor Rokoff. Ci saranno tutti questa notte qui. Ho impartito i miei ordini a Boris ed a Wassili.

— Diavolo!...

— Se noi siamo qui è per vegliare sulla signorina ed impedire a quel vecchio pazzo di commettere qualche follia.

— Sicchè noi dovremo fare la parte dei difensori, invece che degli assalitori.

— Apparentemente.

— E chi guiderà i nostri?

— Il prigioniero.

— E lo Sparviero?

— Assalirà la cima di questo gigantesco scoglio.

— E i canadesi attaccheranno le gallerie, appoggiati dai marinai?

— Sì, signor Rokoff.

— Ecco, nella steppa vi chiamerebbero, signor Ranzoff, un gran furbo e scommetterei che Loris Melikoff, il più bravo generale che abbia guidato noi cosacchi attraverso i Balkani, vi nominerebbe di colpo brigadiere generale.

— Disgraziatamente Loris non è qui in questo momento, — rispose il capitano dello Sparviero, col suo solito sorriso un po’ ironico.